• Petra Valenti - Marsèll Paradise Milano 2017
  • Petra Valenti - Installation view - Marsèll Paradise Milano, 2017
  • Petra Valenti - Marsèll Paradise Milano 2017
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  • Petra Valenti - Installation view - Marsèll Paradise Milano, 2017
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Siamo arrivati all’appuntamento con Scatti, il progetto dedicato a una selezione di fotografi – italiani e stranieri – che lavorano e si relazionano con il territorio milanese. Il progetto è ospitato e promosso da Marsèll Paradise Milano (Via Privata Rezia 2). Ricordiamo che a selezionare i talenti, oltre che ad un call pubblica, ci ha pensato il team di Marsèll Paradise: Gloria Maria Cappelletti, Marco Cendron e Riccardo Conti.
Dopo Alan MaglioClaudia DifraSombrero TwistArianna Arcara e Mara Palena, è il turno di Petra Valenti (1988).
La Valenti ha iniziato la sua carriera come fotografa di concerti ed editoriali musicali a Londra nel 2007, città dove vivrà per i seguenti 7 anni. Tra le numerose esperienze lavorative spiccano collaborazioni con The Guardian, Vice, i-D, Live Magazine, Carhartt tra gli altri. Nel 2014 inizia con il collettivo Cesura un’intensa collaborazione che la porterà ad occuparsi di editoria indipendente lavorando per l’omonima casa editrice Cesura Publish.
Vive e lavora tra Milano e Londra dove sta sviluppando un progetto a lungo termine sul linguaggio Cockney.

ATP: Quali sono le tue fonti d’ispirazione?

Petra Valenti: Spendo parte della mia “giornata tipo” a fare ricerca fotografica, pratica che lega perfettamente la mia  passione al lavoro. Sicuramente osservare quello che fanno gli altri è stato per un lungo periodo fonte di ispirazione. Un sacco di musica. Negli ultimi anni a questa parte tuttavia, preferisco il confronto diretto con colleghi, persone che stimo (artisti e non), mostre non per forza fotografiche e, anche se non si direbbe dalla mia produzione, la natura. Ma sopra tutte le cose, l’andare a fondo, studiare, quando mi appassiono di un argomento solitamente divento monotematica. Viaggiare è fondamentale. Spendere tempo da sola pure.

ATP: Come racconteresti la tua ricerca fotografica? 

PV: Dal 2014 collaboro con il collettivo Cesura e la casa editrice Cesura Publish. Questo incontro ha sicuramente rivoluzionato il mio modo di approcciarmi in primis verso me stessa e di conseguenza sul mio rapporto con la fotografia – le mie prime produzioni sono soprattutto “candid shots” legate all’ambiente musicale che frequentavo, ero molto giovane e spavalda, ma soprattutto avevo conosciuto la fotografia da poco. Mi tuffavo di testa nelle strade di Londra senza pormi troppe domande. La ricerca era più che altro andare a scoprire posti nuovi, gente nuova, situazioni nuove, vivere la strada. Crescendo, ma soprattutto confrontandomi, ho iniziato ad incanalare le energie ed equilibrarle in progetti più strutturati, diventando più esigente nei risultati e quindi più severa con me stessa. Nella parte pratica, mi serve una connessione che poi cerco di catturare negli scatti. Dei retaggi del passato rimane comunque un’estetica forte, sono un’amante del flash.

ATP: Sei più interessato a catturare l’istante o la durata intrinseca all’immagine?

Catturare l’istante è il mio modus operandi. Anche se per necessità lavorative fisso shooting o scatti, faccio abbastanza fatica ad immaginarmi esattamente cosa sarà l’output finale e lascio sempre un margine di casualità nel mio lavoro; per quanto controverso, questa incognita è la mia confort zone e mi permette di sviluppare al meglio lo scatto mentre lo eseguo. Mi piace inserire quel fattore inaspettato che rende l’immagine più vera ed inseguire il momento. Non mi piace mettere troppi paletti o programmare troppo, preferisco gestire la situazione una volta che mi si para davanti.

ATP: Quando lavori a un progetto espositivo, solitamente cosa segui per scegliere le immagini? Qual è il filo conduttore?

Mi affido all’empatia del momento. I fattori variabili sono molti, dall’ambiente dove esporrò, dal tema, se sono foto d’archivio o un progetto dedicato come nel caso di SCATTI ed è quindi è molto difficile dare una risposta precisa. Il momento della selezione immagini è il mio preferito. Avviene solitamente la sera tardi quando si possono raccogliere i pensieri. Sicuramente creare una sequenza che possa venire letta ed interpretata in modo personale da chi osserva è importantissimo per creare una sintonia. L’installazione la prediligo semplice e che possa essere “fruibile” a chi guarda.

Petra Valenti - Installation view - Marsèll Paradise Milano, 2017

Petra Valenti – Installation view – Marsèll Paradise Milano, 2017

ATP:  In merito all’appuntamento da Marsèll Paradise, SCATTI, cosa racconti con la tua sequenza di immagini?

PV: Nails è un progetto nato dall’incontro con Marsèll Paradise. Non avendo progetti d’archivio o all’attivo su Milano (i miei progetti passati e presenti sono legati al Regno Unito, terra nella quale ho passato 1/4 della mia vita) ho avuto la possibilità di svilupparne uno dedicato a SCATTI. Nails è in collaborazione con la designer ed illustratrice Giada Yeya Montomoli in confronto con il team di Marsèll Paradise Milano ed è una ricerca estetica riguardo il mondo delle unghie con sfondo Milano. Pratica che getta le sue radici indietro nel tempo fino all’età del Bronzo, la nail art dei giorni nostri rappresenta una vera e propria subcultura al femminile, che viene per lo più adottata da diverse comunità di donne di colore nel mondo per differenziarsi dallo stile “Eurocentrico”, ed è presto diventata una forma globale di espressione creativa sfruttando questa importante superficie naturale. Scegliendo il luogo più iconico di Milano, il Duomo, abbiamo adattato il nostro immaginario in fatto di unghie e proposto in questa serie di scatti. In più, in tema assolutamente “salone” abbiamo voluto organizzare un nail bar per l’apertura della mostra dove poter farsi disegnare le unghie con design creati ad hoc da Giada.

ATP: Progetti futuri?

PV: Sto lavorando su un progetto a lungo termine che diventerà un libro sulla rappresentazione visiva del Cockney Rhyming Slang con il fotografo Pietro Cocco da circa 2 anni. Il Cockney è uno slang rimato originatosi nella zona Est di Londra nato nel 19imo secolo che prevede una coppia di parole rimare con una terza, che sarebbe il corrispettivo in lingua inglese, di cui la seconda parola viene solitamente omessa per oscurarne ulteriormente il significato (per ragioni diverse ma generalmente legate a un tema di elusione linguistica per le terze parti in ascolto). In pratica Dog & Bone in Cockney viene usato per dire Phone e, per la regola dell’omissione, diventa semplicemente Dog (can you pass me my phone – can you pass me my dog&bone – can you pass me my dog). Il nostro lavoro è quello di rappresentare visivamente attraverso dei dittici la parte cockney e il suo significato inglese, analizzando allo stesso tempo quella che è la Londra contemporanea in tutti i suoi aspetti.

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_01_SCATTI #6 | Petra Valenti - Marsèll Paradise Milano 2017