SENZA TITOLO (FICHI E MANDORLE) / 2014 foglio di fichi, foglio di mandorle, pexiglass e legno. 26x35x85cm Museo Lucio Piccolo – Ficarra (ME), 2014
Campostabile, Forze disposte 2016 tessuto, struttura in metallo, plastica dimensioni variabili vista della mostra Rilevamenti 1 / CAMUSAC Cassino Museo Arte Contemporanea / a cura di Bruno Corà, Daniela Bigi, Tommaso Evangelista, Aldo Iori, Federico Sardella, Marco Tonelli. Cassino (FR) 2016 courtesy l’artista

In occasione della mostra Unfurniture – ospitata alla Fondazione Zimei, a cura di Massimiliano Scuderi, direttore artistico della fondazione –  intervistiamo il duo siciliano Campostabile (Mario Campo e Lorena Stabile).
L’intervista che segue chiude il ciclo di dialoghi dedicati agli artisti che vivono a Palermo – Genuardi/Ruta e Gianfranco Maranto) – accomunati da una ricerca spaziale, geometrica e di sintesi.

Intervista di Marta Acciaro —

MA:Partirei subito dandovi la parola: chi è Campostabile, da quanto esiste e soprattutto perchè?

CS: Campostabile è un’entità artistica, siamo in due a formarla (Mario Campo e Lorena Stabile). Siciliani che vivono in Sicilia, ci conosciamo dai tempi del liceo artistico, e arrivati in Accademia, a Palermo, siamo diventati una vera e propria coppia, prima nella vita e poi a livello artistico, frequentando le lezioni di Toni Romanelli e poi l’Osservatorio A.V., organismo di studio e di ricerca diretto da Daniela Bigi, Gianna Di Piazza e lo stesso Romanelli. Un luogo intorno al quale si è creata una sorta di comunità di artisti e di giovani critici che continua da anni a incontrarsi periodicamente e ad accogliere sempre nuove energie, mettendole in dialogo con le precedenti, in uno scambio e una progettualità costanti, sia a livello espositivo che di approfondimento, ben oltre i confini dell’Accademia.
In questo clima, il nostro “battesimo” è stato esattamente nel 2012, con la nostra prima mostra in uno spazio giovane palermitano, “L’A project space”, diretto da Giuseppe Buzzotta e Vincenzo Schillaci.
Perché esiste Campostabile lo hanno deciso i nostri cognomi, che si sono messi assieme come per uno strano caso del destino, e perché ci siamo trovati lavorando insieme a scoprire un modo di processare e di vedere il lavoro tanto distante quanto simile, e quindi complementare. Ci siamo accorti di muoverci su piani che passano attraverso il digitale, portato nella minuziosità manuale, fino a intrecciarsi con ambiti come la cucina e il materiale del cibo, potendoli fondere assieme in una ricerca che alla fine ragiona spesso trasversalmente intorno all’idea di pittura. 

MA: Ciò che mi colpisce sempre nei vostri lavori, nell’immediatezza, sono i titoli. Molti sono titoli “commestibili” (“Pasta con le sarde”, 2013; “Senape su ceci”, 2014; ecc); altri sono nomi di attività e atti (“Torsione”; “Scavo”; “Proiezione”). È molto interessante la relazione che si crea tra opera e immagine letteraria. Come nasce questa tendenza a dare titoli pregni di significato così espliciti eppure di così difficile scrutamento?

CS: Il titolo solitamente è l’ultimo aspetto che valutiamo. Certe volte descrive quello che ci si trova davanti in maniera immediata, come hai giustamente notato, come per “senape su ceci” e “pasta con le sarde”, che sono esattamente i materiali di cui è costituito il lavoro ma che è anche il titolo di una ricetta e che alla fine è quello su cui abbiamo lavorato, da cui siamo partiti e che vogliamo sottolineare. Il titolo in questi casi rivela ma non spiega, ponendosi anche come una dichiarazione di intenti.

MA: Siete propensi alle serie. Penso agli “Intrecci” o agli “Anelli” e non solo. Avete bisogno di una dimensione di plurivocità? Mi sembra che un’opera a sé che racchiuda tutto un senso non vi basti e non vi sia congeniale nella vostra produzione. In che modo intendete il manufatto singolo? Intendete l’opera come la serie nel suo complesso?

CS: Il singolo manufatto per noi ha un grande valore, siamo amanti “dell’oggetto”, abbiamo per esempio passato alcuni anni a collezionare “piatti”, innamorati dell’oggetto, non ricercando il singolo piatto che rispecchiasse un’idea, ma una visione del piatto fatta da una molteplicità di visioni dello stesso. Per questo passiamo dal molto grande al molto piccolo, e nel piccolo spesso imprimiamo una manualità e minuziosità del dettaglio. Ad ogni modo, per noi il lavoro è inteso come ricerca e verifica continua, ci è difficile pensare che determinati materiali come il tessuto o forme e processi tecnici possano dire tutto in una volta. Un altro aspetto che ci porta a ripensare spesso il lavoro è il rapporto che abbiamo con lo spazio, il tessuto in questo caso ha molto da dire.

Campostabile, Abito nella casa di fronte, 2018, tessuto, argilla, struttura metallica, dimensioni variabili – Palazzo Briuccia, Palermo, 2018
Campostabile, Pool, 2019 tessuto, argilla, legno, metallo 690 x 420 x 320 cm ca. Photo: At “Immersione libera” 2019 – Bagni misteriosi – Milano credits Melania Dalle Grave e Agnese Bedini
Campostabile, Serenità 2015 Stampa su carta e plexiglas, acciaio, silicone dimensioni variabili – Courtesy l’artista

MA: Trovo davvero interessante il vostro modo di utilizzare i tessuti e alcune volte (“Abito nella casa di fronte”, 2018; “Pool”, 2019) tendo ad accostare questo vostro lavoro al lavoro della designer Sara Ricciardi, che nelle sue scenografie usa palette simili alle vostre e modi di ripiegare il tessuto come il vostro, come culmine espositivo delle sue opere. Come vi rapportare agli artisti e designer a voi contemporanei? Da cosa traete ispirazione? 

CS: Il design in effetti è un aspetto che ci ha sempre coinvolto, l’idea del limite tra la figura di artista, progettista e artigiano ci ha sempre incuriosito, perché ci sentiamo vicini per alcuni versi a questi mondi. Riguardo i lavori con il tessuto, come “pool”, li intendiamo come dispositivi scultorei formati da più elementi che creano un unicum, il quale, a sua volta, cerca una posizione nello spazio attraverso una sospensione di equilibrio formale e strutturale. Bidimensionale e tridimensionale, solido e morbido, forma e colore si mescolano ricercando i propri limiti; nei lavori che hai citato, all’interno e intorno sono posizionate altre piccole sculture, oggetti che creano dei punti focali di fissaggio formale, abitano e si nascondono tra le pieghe formando un viaggio visivo che non può essere colto se non camminando intorno al lavoro. Al limite tra un ambiente scenografico e una scultura, ma che per noi è creata da zone di pittura. Abbiamo iniziato a utilizzare i tessuti proprio dopo avere visto un allestimento espositivo per una mostra di artigianato antico Cinese. Gli oggetti erano posizionati su un tessuto unico che si muoveva su più piani.

MA: A proposito di artisti contemporanei, e in questo caso anche concittadini di adozione a Palermo. Pongo la stessa domanda già posta in una precedente intervista. Ho avuto modo di constatare un filone palermitano che si occupa di spazio, geometria e sintesi. In che rapporto siete con il lavoro dei Genuardi/Ruta e Maranto? In che modo secondo voi i vostri lavori entrano in contatto e dialogano tra di loro?

CS: Potremmo dire che in superficie ci accomuna una certa idea di geometria e il rapporto con lo spazio, questo probabilmente per delle origini comuni. Siamo tutti cresciuti in una regione ai margini del sistema artistico, in una città, Palermo, che sedimenta bellezza e contraddizione. In accademia abbiamo avuto la fortuna di seguire alcuni docenti che hanno poi creato “l’Osservatorio”, luogo di ricerca e di verifica, un ambiente importante per i giovanissimi artisti. Palermo è una città che fornisce una grande energia, che va decodificata.

MA: Mi avete accennato a una mostra che ha inaugurato a fine settembre la cui conclusione è stata posticipata ad Aprile 2021. 

CS: Si Abbiamo fatto un periodo di residenza e inaugurato la nostra ultima personale dal titolo “Unfurniture” alla Fondazione Zimei (Montesilvano, PE), con la cura di Massimiliano Scuderi, direttore artistico della fondazione. È una mostra improntata sull’ambiguità tra arte e design, ma è anche una visione concentrata del nostro percorso svolto fino a qui, con lavori appartenenti a diverse fasi. Per l’occasione abbiamo realizzato un grande lavoro site specific in tessuto, dal titolo “allunga il passo”, in omaggio a un’opera omonima di Gastone Novelli del ’67, da cui riprende la necessità del lavoro di essere vissuto come un viaggio visivo. Lungo le sue pieghe, insenature, il colore e le piccole sculture in argilla bianca che lo popolano formano un paesaggio che non è possibile cogliere nella sua interezza se non spostandosi fisicamente e visivamente. Lungo il percorso della mostra si passa anche per la cucina della Fondazione, dove abbiamo passato molto tempo durante la residenza. Abbiamo deciso di lavorare con il cibo utilizzando tre ingredienti, zafferano, cavolo rosso e borragine, con cui abbiamo creato delle pellicole che abbiamo utilizzato come velature di pittura, dandogli una forma e sovrapponendole. Per esporle abbiamo progettato un apposito tavolo inclinato che dialoga organicamente con i lavori e con lo spazio cucina.

MA:Progetti per il futuro?

CS: Molti, siamo al lavoro per nuove ipotesi di mostre e per nuove opere. Ma preferiremmo parlarne al momento opportuno. Il nostro è un lento lavoro di ricerca e di sedimentazione, che richiede un certo silenzio.

Allunga il passo, Campostabile, Fondazione Zimei © Massimo Camplone
Behind(sinistra) e Inox – Unfurniture, Campostabile, Fondazione Zimei © Massimo Camplone
Senza titolo (destra) e Inox, Unfurniture, Campostabile, Fondazione Zimei – © Massimo Camplone
Overlap, Campostabile, – Unfurniture, Campostabile, Fondazione Zimei – © Massimo Camplone
Senza titolo, Unfurniture, Fondazione Zimei © Massimo Camplone