Spina, Palazzo Ziino, Palermo, 2019 / ph: Gianluca Paterniti Martello
Spina, Palazzo Ziino, Palermo, 2019 / ph: Gianluca Paterniti Martello

Intervista di Marta Matilde Acciaro —

Gianfranco Maranto è un artista che ha fondato tutta la sua ricerca sul colore come lunghezza d’onda, frequenza e materia e sugli elementi primari del disegno, sulla linea e sulla luce, in una ridefinizione degli spazi. La linea è la sintesi del punto in movimento ed è la base di tutto il pensiero dell’opera dell’artista: disegnare con la luce. E il disegnare è un procedimento che non potrebbe esistere senza la dimensione temporale. “Intervallo”, “Interspazio”, “Intermezzo” sono tutti titoli che l’artista dà alle proprie opere per sottolineare l’idea di spazio temporale, con un forte interesse per ciò che c’è tra una cosa e l’altra, non in una posizione ben precisa, ma proprio nell’intervallo di tempo, durante.

È questa la condizione base da conoscere per approcciarsi alle opere di Maranto.

MMA: Allora, io ti ho dato dei macrotemi a cui pensare, come colore – tempo – ritmo – spazio -linea. Dimmi qualche altra parola
GM: Disegno – luce – segno – movimento – sintesi – processo elementare
MMA: Se tu dovessi trovare una parola chiave per descrivere tutto il tuo percorso, dall’inizio quando dipingevi ad adesso, qual è questa parola?
GM: Non è una sola parola, ma parole legate all’esperienza della pittura e alla composizione
MMA: La pittura ne capisco il senso perché le parole chiave che abbiamo ritrovato insieme ci riportano sempre alla pittura. Per composizione invece cosa intendi?
GM: La composizione nell’organizzazione dello spazio, oltre al processo stesso di dipingere, in realtà.
MMA: Possiamo dividere il tuo percorso in vari periodi. C’è stato un periodo pittorico.
GM: Sì, io inizio come pittore autodidatta e sviluppo tutto sul pieno e sul vuoto, sulla linea, sul disegno. Passo poi alla pittura
MMA: Ed inizi con opere su carta?
GM: Sì, e dopo sono passato alla tela. Solo successivamente passerò agli oggetti.
MMA: Vi è quindi un’idea di sintesi al contrario, cioè un qualcosa che man mano diviene sempre più tridimensionale
GM: Io direi che rimane comunque un aspetto fortemente bidimensionale
MMA: In che senso? Perché se io penso alle tue ceramiche, elemento di un altro dei tuoi periodi compositivi, penso necessariamente alla tridimensionalità, anche se trovo delle affinità tra lo scotch che usi nei tuoi attuali lavori e le ceramiche, nella superficie almeno.
GM: Però le mie ceramiche sono tutte monocromatiche ed è la forma stessa che disegna, in cui appunto la forma che riflette la luce diventa la decorazione. Nel senso che questi volumi sono dei disegni in realtà. Ma anche l’atto stesso di pigiare, il processo stesso del modellare un materiale, di manipolare.
MMA: Modellare è un disegno di per sé? Tu pensi al puro fatto pittorico in ogni esperienza lavorativa e manuale che fai?
GM: Il mio è sempre un approccio conoscitivo
MMA: Alla materia, alla luce o alla pittura?
GM: Alla luce. È la luce che ti fa vedere le forme. E questo si compone con l’esperienza diretta del fare e ai processi elementari del fare proprio come quello di manipolare un pezzo di argilla o far aderire del nastro adesivo a una carta velina. Procedo per contrasti. Ci sono delle carte che ho dipinto in cui il materiale si piega, sfruttando un difetto del materiale sono riuscito a ristabilirne le qualità, rendendole palesi. Sono le carte che hai visto al mio studio. Quelle carte sono strutturate. Ecco, forse più che composizione userei allora la parola struttura.
MMA: Tu mi hai sempre detto che il tempo e il ritmo sono tra gli elementi fondamentali delle tue opere. Se  penso alle tue opere su carta penso a un tempo continuamente intervallato da pause grafiche. Quando parliamo invece alle tue opere dipinte con lo scotch, in che senso e come vi rientrano i concetti di ritmo e di tempo? Il tempo è quello “materiale” del dialogare col materiale mentre posizioni lo scotch? E il ritmo è quello che le linee assumono nella struttura compositiva dell’opera?
GM: Non solo. Anche i titoli delle opere si riferiscono sempre a composizioni musicali. Ti dirò che anche l’osservazione stessa dell’istallazione è come fossero delle pause nel paesaggio. Mi spiego. Andare a vedere un’opera per me è prendersi una pausa.

Esse, Studio Maranto, Palermo, 2020
Fondazione per l’Arte, Roma, 2016
Esse, Studio Maranto, Palermo, 2020

MMA: Quindi tu consideri le tue opere come delle continue pause?
GM: Sì, davanti a un’opera c’è sempre una pausa. Sono pause spaziali. Sono pause nello spazio.
MMA: Hai fatto molte opere site specific all’interno di spazi e gallerie e capisco cosa intendi come pausa di un’opera all’interno di un white cube. Ma in che senso possiamo rapportare quest’idea alla tua ultima mostra che ho avuto il piacere di curare, “Esse”, che prevedeva opere site specific che dialogavano con gli oggetti della stanza in cui vivi e lavori? Da artista stai chiedendo al pubblico di prendersi una pausa da sé per entrare tutto in te, nel tuo tempo e nel tuo ritmo?
GM: Lì vi è un tempo dilatato, in cui il tempo inizia dalla prenotazione alla mostra, continua nel citofonare per entrare a casa mia, prima ancora di entrare davvero nella mia stanza. È interessante che in questa stanza il pubblico possa trovare tante cose con tante temporalità diverse in cui le vecchie opere dialogano con quelle più recenti che a loro volta dialogano con quelle fatte appositamente per “Esse” che a loro volta dialoganocon quelle ancora in corso d’opera e con quelle che saranno, che a loro volta ancora dialogano con il quotidiano. C’è un’idea di tempo non solo dilatato ma assolutamente simultaneo
MMA: Quando penso alla simultaneità penso ai cabaret futuristi
GM: “Esse” è un’esperienza unica come quei cabaret. È impossibile pensare a una riproducibilità. Nasce in quel dato momento e morirà lì. È una parentesi particolare del mio lavoro: un mettersi a nudo in modo totale. L’opera possiamo dire che era l’intimità.
MMA: Quindi comunque tu richiedi qualcosa, anche se di indefinito, al pubblico.
GM: Forse richiedo un’esperienza quasi trascendentale, perché entrare dentro la stanza di un’artista mentre l’artista non presenzia in alcun modo, con la possibilità di toccare, di metterti nel suo letto, di stare per tutto il tempo tu voglia, di trovare anche un filtrino per terra come condizione della dimensione quotidiana privata, della verità
MMA: A proposito di verità. in una conversazione che abbiamo avuto qualche giorno fa, mi hai detto che il virtuale per te è una condizione necessariamente finta e vera. Questo in che modo di ricollega con il video “ESSE/INTERMEZZO” che ha aperto e chiuso “Esse” e che abbiamo trasmesso in diretta? Il tuo video è ciò che lo spettatore dovrebbe vedere prima di essere introdotto all’interno della stanza, per vedere la tua visione di questo spazio che è la tua stanza, è corretto? E che tipo di visione è la tua rispetto a se stessa e allo spazio?
GM: Il video è vero perché rappresenta la condizione dello spazio prima della mostra, è girato da me ma la mia visione è una visione altamente alterata perché vive un altro tempo.
MMA: Forse parlare della verità è pericoloso. Ma quello che mi chiedo è se nel tuo immaginario ti aspettavi che il pubblico reagisse al tuo spazio con un condizionamento implicito della tua visione nel video, cioè notando le cose che tu ci hai fatto notare, inquadrandole?
GM: il video è un’opera a sé ed automaticamente ha un tempo diverso. Il video vuole rendere soprattutto un’idea di complessità, di un’idea di tempo che cambia nell’abitare questo spazio, nella divisione notte/giorno. Questo video è quasi un oggetto pittorico filtrato da uno schermo
MMA: Secondo me non l’hai pensato come oggetto pittorico
GM: Va bene, però c’è un testo (di Tabea Badami) che è un segno poetico, c’è un processo di me che mi muovo e compongo la visione, l’idea del blu indefinito, del giorno, della notte, ha a che fare tutto con il tempo, il ritmo e la luce, dunque con il processo pittorico
MMA: Dunque tutto in te si sintetizza nel processo pittorico, qualsiasi movimento che sia tu, degli altri, che sia vero o finto.
GM: Sì, esatto. E mi sento come un bambino che non si ferma davanti a nessun materiale. Lo spazio è la tela. Ho bisogno di sperimentare tanti materiali e usarli tanto, stancarmene e passare a un altro materiale. Carta, legno, argilla, scotch, veline, sono solo alcuni dei materiali utilizzati. Questo approccio con tutte le cose viene dal mio stupore nel guardare con occhi diversi i materiali e quasi voler nobilitare ad opera materiali che nascono per altre funzioni e altri scopi.
MMA: Quindi il tuo è un approccio ludico.
GM: Sì, ma senza sfociare nel manierismo e sempre con la consapevolezza. Anche assecondando/ perfezionando l’errore. Mi interessa trovare il bello in elementi che non ce l’hanno. Ad esempio io lavoro molto con la plastica in un periodo storico in cui questo materiale è guardato male da tutti per il problema ecologico. Ma il mio è un atteggiamento politico nel ridare senso a qualcosa che tutti vogliono morto. È politico il pensare in maniera diversa un futuro ed è quello che continuerò a fare.

Level, L’Ascensore, 2018
Spina, Palazzo Ziino, Palermo, 2019 / ph: Gianluca Paterniti Martello