Twee Whistler

English version below

Intervista di Marta Orsola Sironi —

Nei mesi di giugno e luglio State Of_, spazio dedicato all’arte contemporanea a Milano, ha invitato cinque artisti nel luogo virtuale della propria pagina Instagram per riflettere sulla ricontrattazione continua della sensazione di sicurezza online e offline e della loro reciproca influenza. Dopo l’intervista con Nicholas Aloisio-Shearer e Kathi Schulz, abbiamo posto alcune domande a TWEE WHISTLER.

Le immagini di Twee Whistler sono tableaux vivants che ripropongono una realtà chiassosa e sgargiante, tanto dolce da risultare stucchevole. Lui le definisce “uncanny” perché sono al contempo così simili a noi eppure lontane. Oltre la superficie patinata aleggia un senso di perversione e disagio, come se qualcosa fosse fuori posto e noi non fossimo in grado di capire cosa. Osservandole torna alla mente l’Étant donnés e il cinico gioco Voyeuristico di Marcel Duchamp. Aprendo il profilo Instagram di State Of_ durante la settimana di residenza e assistendo al comporsi dei post del suo progetto, pareva di trovarsi ad osservare l’interno di una stanza dal buco di una serratura. Questo senso di inquietudine e pudore latente nasce nello scarto tra il nostro guardare e il riconoscerci nell’oggetto della nostra attenzione: come noi osserviamo il bambino che vive una percezione distorta riconoscendosi nei gesti del cane, così altri hanno guardato e potrebbero guardare a noi attraverso nostre webcam.

Marta Orsola Sironi: Negli ultimi mesi abbiamo vissuto allestendo teatrini posticci e set casalinghi per accogliere allinterno delle nostre case il Grande Fratello delle piattaforme virtuali, cercando di simulare unintimità che in verità sapevamo tutti essere posticcia. Nei tuoi lavori vi è un forte elemento narrativo che porta in scena i rapporti tra i tuoi soggetti: quanta importanza ha per te la dimensione relazionale?

Twee Whistler: Penso sia significativo il fatto che io abbia delle difficoltà a comunicare, cioè penso che molti ci si possano identificare. Anche se non interagisco direttamente con il pubblico, cerco di coinvolgerlo attraverso quest’inabilità a doppio taglio (di me che fatico a spiegarmi e degli altri che stentano a capire di che diamine sto parlando (੭◌ु ̇  ̇)੭◌ु))*)

M.O.S.: Quale parte gioca, secondo te, la presenza dellaltro nella costruzione del sé?

T.W.: Credo che l’altro abbia troppa e al contempo troppa poca importanza nella costruzione del sé. Percepisco un comportamento a specchio (focalizzato sul compiacimento) anziché uno improntato sul coinvolgimento e sulla crescita reciproca.

M.O.S.: A fronte della nuova sovraesposizione data dal digitale, quanto pensi che conti la consapevolezza dello sguardo dellaltro, la sua presenza costante sopra di noi, nella definizione delle nostre identità e modi di vivere?

T.W.: Avverto una crescente pressione perché ci si esprima pubblicamente su di sé, ma solo per assimilarsi agli altri ed essere rassicurati riguardo questioni su cui abbiamo scarso se non alcun controllo. Non rimprovero le persone per questo, la struttura dei media e dei social network incoraggia chiaramente questo tipo di comportamento al posto di un impegno riflessivo e duraturo nel tempo.

M.O.S.: Nelle tue immagini, nelle storie che racconti, non pare esserci una via di fuga, come se la superficie zuccherosa e patinata si fosse solidificata sulla nostra socialità: c’è un giudizio negativo in quello che proponi?

T.W.: Sento di dare un sincero resoconto di come percepisco la realtà ed è rassicurante per me vederla srotolarsi di fronte ai miei occhi. Sono come un ipocondriaco che spiega i suoi sintomi, non c’è verso che mi rimetta da una malattia immaginaria; tuttavia cerco di prendere delle distanze da me attraverso un racconto di finzione.

M.O.S.: Quale è il tuo punto di vista sulla realtà che porti in scena?

T.W.: Penso che la realtà che raffiguro sia problematica al pari di quella vera; a volte un ingenuo atto di gentilezza può ferire al punto che solo qualcosa di moralmente ripugnante può sanarlo.

Twee Whistler

Before and After Digital (C)ode | A conversation with Twee Whistler

Interview by Marta Orsola Sironi —

Twee Whistler’s images are like tableaux vivants, which reproduce a boisterous and gaudy reality, so sweet as to be cloying. He calls them “uncanny” because they show dynamics that at the same time are so similar to us and yet distant. Beyond the glossy surface, there is a sense of perversion and unease, as if something was out of place and we were unable to understand what. They remind the Étant donnés and the voyeuristic cynicism of Marcel Duchamp. Opening the Instagram profile of State Of_ during the week of residence of this artist and witnessing the composition of the posts of his project, like a puzzle that gradually revealed itself, it was as if we were observing the interior of a room from a keyhole. It was the same discomfort that one feels when casually listening to a dispute in a bar. This sense of restlessness and latent modesty arises in the gap between our looking and recognizing ourselves in what we look. As we observe at the child who lives a distorted perception of the dog’s gestures, so others could spy on us through the narrow keyhole of our webcams.

M.O.S: In recent months, we have lived setting up fake theaters and home sets to welcome the Big Brother of virtual platforms inside our homes, trying to simulate an intimacy that we all knew was false. In your works, a strong narrative element brings relationships on stage. How important is the relational dimension for you?

T.W.: I think it’s significative that I have difficulties in communicating; I mean it’s highly relatable. Even if I don’t directly interact with the public I try to engage through this double-sided inability (involving me striving to explain myself and the others struggling to grasp the heck I’m talking about (੭◌ु ̇ ̇)੭◌ु))*)

M.O.S.: In your opinion, which part does the presence of the other play in the construction of the self?

T.W.: I think the other has too much yet too little importance in the construction of the self. I perceive a mirror behavior (focused on pleasing) instead of an engaging one meant to stimulate reciprocal growth.

M.O.S.: Above all, in the face of the new overexposure given by digital, how much do you think the awareness of the gaze of the other counts in defining our identities and ways of living?

T.W.: I feel a growing pressure to be vocal about ourselves but only in an effort to assimilate to others and be reassured about problems over which we have little or no control. I do not blame people for this; the structure of media and social networks clearly encourages this type of behavior over a reflective and lasting one.

M.O.S.: In your images, in the stories you tell, there does not seem to be an escape: is there a negative opinion in what you propose?

T.W.: I’m giving an honest report on how I perceive reality and it feels reassuring to me having it displayed before my eyes. I am as a hypochondriac explaining his symptoms, there’s no way I’ll recover from an imaginary disease; however, through a fictional story I attempt to take some distance from myself.

M.O.S.: What is your point of view on the reality that you put on stage?

T.W.: I think the reality I picture is as problematic as the real one; sometimes a naive act of kindness can harm to the point only a morally repulsive one can heal it.

Twee Whistler