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Intervista di Marta Orsola Sironi —

Nei mesi di giugno e luglio State Of_, lo spazio dedicato all’arte contemporanea a Milano, ha invitato cinque artisti nello spazio virtuale della propria pagina Instagram per riflettere sulla ricontrattazione continua della sensazione di sicurezza online e offline e della loro reciproca influenza. Dopo l’intervista con Nicholas Aloisio-Sheare, abbiamo posto alcune domande a KATHI SCHULZ

Marta Orsola Sironi: Con la tua pratica artistica cerchi di arrivare alla costruzione di un nuovo linguaggio che abbatta il confine tra i media e i display. Le tue opere sono un tentativo costante di riformulare le distinzioni tradizionali tra i generi e le tecniche, ibridandoli fin quasi ad annullarli. Nel progetto per Digital (C)ode addirittura sovrapponi linguaggi e concetti diversi dicendo di aver realizzato che oltre il velo non c’è alcuna realtà, ma solo punti di vista da cui percepire e interpretare ciò che accade. Mi chiedo, a fronte di questo assunto, quale possa essere il rovescio della medaglia. La negazione della realtà di per sé (riflessione che si porta appresso secoli della storia del nostro pensiero) quali risvolti può comportare sul nostro presente, soprattutto in un momento di grande incertezza come quello attuale? 

Kathi Schulz: Credo che ci sia un luogo in cui le nostre esperienze individuali, i nostri ricordi e le nostre interpretazioni plasmate dalla natura e dal nutrimento e tutto ciò che abbiamo incontrato si sovrappongano, creando quella che viene comunemente chiamata realtà. Considerando questo, la situazione attuale è molto interessante in quanto le persone in tutto il mondo si trovano in circostanze simili, condividendo le stesse paure e speranze. Naturalmente, il modo in cui la affrontiamo e il suo impatto negativo su di noi varia molto, ma lo spazio in cui le nostre esperienze si stratificano o, più astrattamente, in cui le nostre realtà si allineano, sta crescendo.La consapevolezza che non esista una realtà “reale” condivisa da tutti è spaventosa, ma allo stesso tempo mette tutto in prospettiva e può portare alla chiarezza. È la sottile, ma essenziale, linea di demarcazione tra comprensione e isolamento, dolore ed emancipazione, verità e falsità che affronto nel mio lavoro.

M.O.S.: Quale prezzo, se ritieni che ci sia, o quale valore porta con sé questa interdisciplinarietà che tu ricerchi?

K.S.: Quale medium scelgo è sempre legato a ciò che mi sforzo di comunicare.
I diversi mezzi veicolano intenzioni differenti tra loro. Pertanto, lavorare in modo interdisciplinare mi offre opzioni illimitate che mi danno la massima libertà. Per me questo stile di lavoro si avvicina di più alla nostra esistenza. Niente è a un solo strato. Noi pensiamo sempre, comunichiamo e agiamo considerando molteplici prospettive e punti di vista (o dovremmo farlo). Ultimamente, molti di noi hanno sperimentato quanto siano insoddisfacenti le videoconferenze, perché è un modo di interagire a un solo livello.
Un altro vantaggio del lavoro interdisciplinare è che mi permette di non rimanere troppo invischiata in certi problemi tecnici (analogici o digitali) che un medium eredita. 
Invece di cercare compulsivamente di trovare una soluzione in un medium specifico, continuo a lavorare da dove mi sono fermata in un altro, applicando la stessa mentalità e la stessa intenzione, invece di forzare e irrigidire un concetto necessariamente su un supporto solo.

M.O.S.: L’esplosione del digitale ha portato le nostre dinamiche relazionali a diventare sempre più rarefatte. Già prima del Covid_19 vivevamo un momento di smaterializzazione della nostra socialità e delle nostre interazioni con il mondo. Tu proponi immagini sovrapposte in un loop esteticamente gradevole eppure disturbante. Ci porti in una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio, un non luogo interstiziale dove tutto sembra essere sospeso eppure chiaro. Un’apertura all’ipotesi dove tutto può essere rinegoziato. Ritieni che nella nostra attualità possa essere trovata una terra spazio simile? Un’intercapedine dove poter vedere con chiarezza gli infiniti strati che concorrono a definirci?

K.S.: Trovare lo spazio che ci consenta di prendere in considerazione profondamente che cosa ci definisce deriva senza dubbio dalla comprensione reciproca con gli altri. Per farlo, dobbiamo sviluppare la facoltà di incontrarci in un modo che ci permetta non solo di immergerci in ciò che ci definisce, ma anche di concentrarci su ciò che definisce l’altra persona e l’ambiente circostante. È uno stato che va oltre l’empatia. Trovare uno spazio in cui capirsi incondizionatamente l’un l’altro, non solo per essere empatici, ma per vivere veramente il mondo nel modo in cui lo vivono gli altri. L’arte rivela una dimensione in cui possiamo allineare la nostra interpretazione della realtà con quella degli altri. Offre una forma di comunicazione più profonda e precisa. È interessante come la tecnologia si sforzi di fare lo stesso. Entrambi i campi modellano il modo in cui percepiamo il nostro contesto e quindi ci forniscono una reciproca comprensione l’uno dell’altro al di là dei confini, delle differenze culturali e delle lingue. Credo che gli avanzamenti della cooperazione tra arte e tecnologia generino più empatia, uguaglianza e sostenibilità nella nostra società. L’arte mette in discussione i nuovi progressi e la tecnologia ne esplora il potenziale e offre soluzioni in cui si differenzia dalla digitalizzazione fine a se stessa, che spesso rivela le criticità imperanti nella nostra società. La situazione attuale potrebbe essere un buon punto di partenza per trovare questo spazio e spronarci a mettere in discussione le realtà, allo stesso modo per cui tutti sono forzati a impegnarsi attivamente nella trasformazione digitale.

Cosa ne pensi? Scrivi a atpdiary@gmail.com

Before and After Digital (C)ode 
A conversation with Kathi Schulz

Interview by Marta Orsola Sironi —

M.O.S.: With your artistic practice, you try to build a new language that can break the boundary between the media and the displays. Your works are a constant attempt to reformulate the traditional distinction between genres and techniques, hybridizing them to the point of nullifying them. In the Digital (Co)ode project you superimpose different languages ​​and concepts. You say you understand that beyond the veil there is no reality. There are only points of view from which to perceive and interpret what happens. Therefore, I wonder what the other side of the coin could be. What would the negation of reality imply on our present, especially in a moment of great uncertainty like this? 

K.S.: I believe there is a space where our individual experiences, memories and interpretations shaped by nature and nurture and everything we have ever encountered overlap, creating what is commonly referred to as reality. Considering this, the current situation is very interesting as people all over the world find themselves in similar circumstances, sharing the same fears and hopes. Of course, the way we face the situation and how badly it affects us varies greatly but the space where our experiences overlap or more abstractly speaking our realities align, is growing.
The realizing that there is no “real” reality that is shared by everyone is frightening but at the same time puts everything in perspective and can lead to clarity. It’s the thin but essential line between understanding and isolation, pain and empowerment, truth and falsehood that I deal with in my work.

M.O.S.: What price, if you think there is, or what value does this absolute interdisciplinarity bring? 

K.S.: Which medium I choose is always based on what I strive to communicate. Different mediums communicate different intentions. Therefore, working interdisciplinary offers me unlimited options providing me with the highest amount of freedom. To me, this style of working comes closest to our existence. Nothing is one layered. We always (should) think, communicate, and act by considering multiple perspectives and points of view. Lately, a lot of us have experienced how dissatisfying video conferences are because it is such a one-layered way of communicating. Another advantage of working interdisciplinary is that it prevents me from being too caught up into certain technical problems (analog or digital) a medium inherits.
Instead of compulsively trying to find a solution in one specific medium, I continue working where I left off, in another medium, applying the same mindset and intention instead of forcing a rigid concept onto a one tequnique.

M.O.S.: The explosion of digital has led our relational dynamics to become increasingly rarefied. Already before Covid_19, we were experiencing a moment of dematerialization of our sociality and our interactions with the world. You propose overlapping images in an aesthetically pleasing yet disturbing loop. You take us to a dimension out of time and space, an interstitial non-place where everything seems to be suspended yet clear. An openness to the hypothesis where everything can be renegotiated. Do you think that a similar space can be found in our current situation? Is it possible to find a cavity where the infinite layers that concur to define us can be clearly seen?

K.S.: Discovering the space that allows us to profoundly consider what defines us definitely comes with understanding each other. In order to do so, we have to develop the ability to encounter each other in a way that permits us not only to get lost in what defines ourselves but also to focus on what defines the other person and our surroundings. It is a state that reaches beyond empathy: finding a place where we can unconditionally comprehend each other, not only to be empathic towards someone else but also to truly experience the world in the way they do.
Art reveals a dimension in which we can align our own interpretation of reality with that of others. It offers a deeper, more precise form of communication. Interestingly, technology strives to do the same. Both fields shape how we perceive our surroundings and therefore provide us with a mutual sympathizing with each other beyond borders, cultural differences, and languages. I believe advancements within the intersection of art and technology will generate more empathy, equality, and sustainability in our society. Art questions new advancements and uses of technology, explores their potential, and offers solutions wherein it differs from digitalization itself, which often reveals grievances prevailing in our society. Our current situation might be a good starting point to find this space and push us to question realities as everything and everyone isforced to engage actively in the digital transformation.