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Canicula e le immagini riflettenti al Complesso dell’Ospedaletto, Venezia

Sviluppati in parallelo, i contenuti e le architetture espositive di Canicula, hanno dato come esito un ‘gioco di specchi’ e riflessioni dove i temi stessi dei video riverberano nello spazio, offrendo così ai visitatori un’autentica esperienza immersiva. 
Janis Rafa, Baby I’m Yours, Forever (still), 2026. Video monocanale, colore, suono surround 8.1, 17’. Commissionato e prodotto da Fondazione In Between Art Film, co-prodotto da Onassis Culture e Heretic con il supporto aggiuntivo di Mondriaan Fund, per la mostra Canicula, 2026. Courtesy dell’artista; Callirrhoë, Atene; Fondazione In Between Art Film.

L’espressione “gioco di specchi” ha radici e sviluppi lontani nel tempo. Discipline, contesti letterali, periodi artistici trovano in questa espressione una godibile metafora ermeneutica. Potremmo leggere la bellissima mostra Canicula, ospitata al Complesso dell’Ospedaletto fino al 22 novembre, come un meccanismo di specchi, riflessioni, sdoppiamenti. Presentata come una vera e proprio architettura cinematografica, la mostra curata da Alessandro Rabottini e Leonardo Bigazzi – promossa dalla Fondazione In Between Art Film – si sviluppa da un concetto evanescente e sensoriale: il calore, l’afa, le temperature elevate. Parte dunque da un disturbo, da un fastidio che parte dal corpo e dagli effetti che subisce se oppresso da un’ondata di caldo (che proprio in questi giorni, sentiamo con particolare ferocia!). Il riflesso di questo tema riverbera nelle otto nuove installazioni video site-specific commissionate a Lawrence Abu Hamdan, Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, Roman Khimei e Yarema Malashchuk, Janis Rafa, P. Staff, Wang Tuo, Yuyan Wang e Maya Watanabe. Otto superfici che ‘riflettono’ l’indeterminatezza di una sensazione, la labilità di uno stato atmosferico.
Ultima tappa della «Trilogia delle incertezze» – la semioscurità con Penumbra nel 2022, la nebbia con Nebula nel 2024 – Canicula forza e per certi versi ingloba gli altri due progetti, spingendoci ancora più a fondo nella commistione tra luogo e video installazioni. Ippolito Pestellini Laparelli, con lo studio multidisciplinare 2050+, ha seguito dall’esordio il progetto, amplificando e ‘riflettendo’, anno dopo, anno, il concetto della mostra per adattarlo al Complesso, cornice ‘non perfetta’, che ha ospitato la trilogia. Pestellini Laparelli, non senza un’alta dose di empatia concettuale – dunque dimostrando un’abile capacità di comprendere non solo l’anima del luogo espositivo, ma soprattutto le opere che ne avrebbero fatto parte – ha misurato i limiti e le potenzialità del Complesso, ha affrontato con lo studio 2050+ le contraddizioni di un luogo affastellato, comprensivo di una chiesa sconsacrata a cui si aggiungono gli spazi di più recenti ristrutturazioni di un ospedale e latri ambienti. In altre parole, hanno fatto delle criticità del luogo un punto di forza.
Sviluppati in parallelo, i contenuti e le architetture espositive di Canicula, hanno dato come esito un ‘gioco di specchi’ e riflessioni dove i temi stessi dei video riverberano nello spazio, offrendo così ai visitatori un’autentica esperienza immersiva. 

La prima opera è installata nella grande sala della chiesa che si trasforma in un teatro dell’inaspettato dove cornicioni, finestre, lesene e strucchi di religiosa memoria, diventano lo sfondo perfetto per l’opera video Baby I’m yours forever (2026) dell’artista greca Janis Rafa. Arancioni, fucsia, blu elettrico, riverberano sul pavimento e sulle colonne della chiesa, potenziando drammaticità e intensità di una storia metaforica che parla di corpi veri e in via di trasformazione, di liquidi che sembrano espandersi sul marmo a scacchi, di portoni industriali che si aprono su un inquietante spazio per la macellazione della carne. Tanti i riferimenti alla storia dell’arte dove la carne, il corpo, la possanza fisica si scontra con la sua corruzione terrena – dal Signorelli a Michelangelo del Giudizio Universale, per giungere a Soutine e Bacon, ma citerei anche Jodorovsky di Santa Sangre – così come il sonoro si amalgama emotivamente con delle immagini che diventano tattili per la brutalità mista a una profonda solitudine esistenziale. 

Yuyan Wang, Boring Billion, 2026 in “Canicula”, Fondazione In Between Art Film presso Complesso dell’Ospedaletto, Venezia, 2026. Courtesy dell’artista e Fondazione In Between Art Film. Foto © Marco Cappelletti e Giuseppe Miotto / Marco Cappelletti Studio
Yuyan Wang, Boring Billion (still), 2026. Video monocanale, colore, suono stereo, 14’ 50”. Commissionato e prodotto da Fondazione In Between Art Film, e co-prodotto da The Vega Foundation, per la mostra Canicula, 2026. Courtesy dell’artista; Fondazione In Between Art Film.

Dall’immersione cromatica della grande sala che ospita l’opera di Rafa, passiamo alla piccola sala dal soffitto basso dove è presentato Boring Billion di Yuyan Wang. Qui lo spazio si fa opprimente sia per il suo essere di piccole dimensioni, ma soprattutto per la sequenza di immagini che l’artista inanella senza darci tregua. Manca il respiro mentre si entra negli ingranaggi di una realtà tanto solida e pesante, ferrosa e opprimente, quanto più a questa robustezza macchinosa si aggiungono liquidi, materiali vischiosi, oli lubrificanti. Serrata da un montaggio visivo fitto e incalzante, la narrazione del video di Wang ci porta in quello che potrebbe sembrare un racconto dispotico della creazione di un essere umanoide, fatto di parti dure e parti molli. Una narrazione possibile potrebbe essere quella di un’ipotetica genesi degli attuali ed efficienti robot che minacciano di sostituirsi agli esseri umani, penso ai poliziotti, ai badanti che portano le medicine e i caffè, o ai robottini che imperversano in internet mentre giocano a calcio o a basket. Da grezze macchine e ingranaggi agli attuali robot umanoidi che, tanto appaiono realistici, quanto aumenta il noi l’inquietudine di essere fragili, inutili, inattuali.  

Nella grande sala che ospita 24 Landscapes + A Visiondi Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, la metafora dello specchio, il loro gioco e la loro profonda valenza metaforica si fa stringente. Nella sala buia c’è una serie di specchi che riflettono il video a tre canali, composto da 24 sequenze – un omaggio ai 24 fotogrammi al secondo del cinema pre-digitale -, e con essi noi spettatori. Lo sguardo rimbalza dai video agli specchi che li riflettono prima di essere assorbito da un archivio filmico sapientemente montato, calibrato, modulato. Immagini intimiste si mischiano a sequenze più documentative che vanno dal piroettare di insetti attorno a dei fiori, passando per il respiro ancestrale di un neonato in un’ incubatrice, al deposito e al laboratorio di restauro delle sculture del Duomo di Milano. Le immagini raccontano una storia tanto reale quanto fantastica: “materiali eterogenei vengono riassemblati per dare forma ad un’odissea metaforica dalla distruzione alla rinascita, dal disprezzo alla cura”. Amorevole, introspettivo, ma anche freddo e calibrato nel misurare limiti ed evasioni di uno sguardo che da visivo si fa letteralmente esistenziale.   

Dall’opera-mondo di D’Anolfi e Parenti all’opera-sensoriale di P. Staff. Terminal Lucidity, come suggerisce il titolo – “lucidità terminale” –  è un’opera estrema e disturbante – o perturbante (di surrealistica memoria) – che pretende un’immersione senza limiti. Presentata in una piccola stanza dalle sedute molte ravvicinate, la prima sensazione che si ha è quella di essere dentro a un ‘buco nero’, ma al posto di un nero assoluto, siamo immersi in un luogo colorato che tutto assorbe e tutto ingoia. Senza narrazione, senza appigli, senza ‘vie di fuga’, l’opera di P. Staff ci mette davanti ad una sintesi radicale di significati. È come se ardisse di farci intuire i momenti estremi di massima lucidità dove tutto diventa sensazione, unione ed essenza. A intervalli più o meno regolare lo schermo da nero, diventa ipersaturo con una luce-colore abbagliante dura, fredda intensissima dove emergono delle sagome indefinite, ambigue. Tornato nero, nel nostro occhio rimangono lievi figure che cerchiamo di definire, leggere, tentiamo di comprendere. Riverberi, suoni,  fruisci, e ‘vampate di colore-calore ci guidano nella monumentale scala elicoidale adiacente. 

Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, 24 Landscapes + A Vision, 2026 in “Canicula”, Fondazione In Between Art Film presso Complesso dell’Ospedaletto, Venezia, 2026. Courtesy degli artisti e Fondazione In Between Art Film. Foto © Marco Cappelletti e Giuseppe Miotto / Marco Cappelletti Studio
Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, 24 Landscapes + A Vision (still), 2026. Video a tre canali, colore e bianco/nero, suono Dolby Atmos, 68’. Commissionato e prodotto da Fondazione In Between Art Film per la mostra Canicula, 2026. Con un ringraziamento speciale all’archivio dell’Eye Filmmuseum, Amsterdam. Courtesy degli artisti; Fondazione In Between Art Film.

Ho cercato in internet cosa fosse la LRAD. Il LRAD (sigla dell’inglese long-range acoustic device) è un’arma sonica non letale, utilizzabile come strumento per il controllo della folla e per la dissuasione di piccoli gruppi. L’opera di Lawrence Abu Hamdan 450XL: The Story of Fugitive Sound, racconta di questa inquietante diavoleria utilizzata per la dispersione di una folla radunatasi il 15 marzo 2025 a Belgrado. Erano circa 300.000 le persone radunate pacificamente ad una veglia durante le recenti manifestazioni studentesche in Serbia.  Raduni pacifici e collettivi, che in molti casi venivano dispersi utilizzando l’arma sonica LRAD, strumento che se attivato a volume massimo è capace di produrre danni permanenti al sistema uditivo, e che è pari a 50 volte la soglia del dolore umano normale. 
Installata nell’Antica Sala della Musica, gioiello nascosto del Settecento, celebre per la sua acustica perfetta e i magnifici affreschi di Jacopo Guarana, l’opera consiste in 15 schermi che, come un mosaico, raccontano per frasi, dialoghi, parole onomatopeiche, frammenti di immagini, l’esperienza di alcuni manifestanti a questa esperienza. Emergono racconti di paura e terrore, a maggior ragione se questi suoni disturbanti e minacciosi sono emersi dal nulla dopo il commovente e tacito silenzio che i manifestanti hanno ostinatamente imposto alle autorità come forma di protesta. Gli occhi corrono da uno schermo all’altro, cercano di catturare frasi, messaggi, immagini sfuocate.. la sensazione è di trovarsi tra la folla, e non protetti e lusingati da un luogo meraviglioso che mostra un finto concerto affrescato con colonne e musicisti che sembrano reali. Reale qui c’è solo la paura.  

L’installazione video a due canali di Wang Tuo, The Experimental Paradigm of Ownership and Autonomy dialoga con la storia dello spazio in cui è installata – un tempo farmacia interna all’antico ospedale – e con la scenografia di 2050+ che evoca l’ambiguità di uno stato sospeso tra demolizione e costruzione. Nell’opera, le riprese originali dell’artista si intrecciano a filmati tratti dai mass media, da telecamere di sorveglianza e da contenuti di propaganda politica. In questo contesto, la fragilità del corpo umano si fa metafora dell’eterogeneità della memoria collettiva, mentre passato, presente e futuro si sovrappongono in un ciclo perenne fatto di controllo e amnesia, false verità e omissioni silenziose. 

Sembra un errore di calcolo. Il pavimento scivola da un lato o siamo noi che perdiamo l’equilibrio? La grande stanza-scatola nera che ospita l’opera video Jarkov di Maya Watanabe ci disorienta. Entriamo titubanti nello spazio della proiezione e, proprio grazie a questo avanzare a tentoni, in cerca di un appiglio – il pavimento della stanza è storto – ci fa entrare nell’opera oscura ed enigmatica dell’artista. La riflessione speculare tra l’opera e l’ambiente è perfettamente riuscita. Chi è Jarkov? Jarkov è un mammut lanoso ben conservato morto 20.000 anni fa. Al momento della scoperta, è stato estratto e trasportato come un unico enorme blocco di 23 tonnellate di terreno ghiacciato dal quale spuntavano soltanto le due zanne. Un reticolo sotterraneo di gallerie, scavato all’interno del permafrost della Siberia settentrionale, custodisce attualmente Jarkov a –12 °C e ne impedisce lo scongelamento. Maya Watanebe, partendo dalla inquietante constatazione che il permafrost si sta riducendo sempre di più, portando alla scoperta di corpi e residui di organici di tanti tempo fa, ci porta, con un viaggio metaforico e onirico, alla scopetta di Jarkov. Cunicoli, grotte, luoghi oscuri e minacciosi, la sua telecamera si muove lenta, calibrata, esitante ma imperterrita verso uno spazio-tempo indicibile: “Il lavoro dà forma a un’esperienza incarnata di uno spazio-tempo che precede e supera la durata della vita umana, ponendo chi guarda di fronte a uno scenario che eccede la  sua comprensione”.

Lawrence Abu Hamdan, 450XL: The Story of a Fugitive Sound, 2026 in “Canicula”, Fondazione In Between Art Film presso Complesso dell’Ospedaletto, Venezia, 2026. Courtesy dell’artista e Fondazione In Between Art Film. Foto © Marco Cappelletti e Giuseppe Miotto / Marco Cappelletti Studio
Wang Tuo, The Experimental Paradigm of Ownership and Autonomy, 2026 in “Canicula”, Fondazione In Between Art Film presso Complesso dell’Ospedaletto, Venezia, 2026. Courtesy dell’artista e Fondazione In Between Art Film. Foto © Marco Cappelletti e Giuseppe Miotto / Marco Cappelletti Studio
Maya Watanabe, Jarkov, 2026 in “Canicula”, Fondazione In Between Art Film presso Complesso dell’Ospedaletto, Venezia, 2026. Courtesy dell’artista e Fondazione In Between Art Film. Foto © Marco Cappelletti e Giuseppe Miotto / Marco Cappelletti Studio
Maya Watanabe, Jarkov (still), 2026. Video monocanale, colore, suono stereo, 24’. Commissionato e prodotto da Fondazione In Between Art Film, co-prodotto da Mori Art Museum, Tokyo, con il supporto aggiuntivo di Mondriaan Fund, per la mostra Canicula, 2026. Courtesy dell’artista; Fondazione In Between Art Film; Livia Benavides Galería, Lima; tegenboschvanvreden, Amsterdam.

L’ultima sequenza di stanze ci lascia disorientati. 2050+ scelgono di cambiare registro. Se la maggior parte della mostra era contrassegnata da corridoi, stanze, ombre e materiali diversi che diversificavano le pareti, ora tutto si gioca con una luce che sembra naturale. Il chiarore, la nitidezza dopo tanto buio e penombra, ora sembra nascondere più che rivelare. La memoria del Complesso dell’Ospedaletto – un tempo ospedale, poi casa di cura – agisce come una presenza strutturale dell’opera, la cui temporalità si intreccia con le storie di cura e declino sedimentate nello spazio. Roman Khimei e Yarema Malashchuk, presentano Wishful Thinking, quattro sequenze video dove degli anziani soldati russi raccontano, non senza rimpianti, ricordi vaghi e una memoria ingannevole, il proprio coinvolgimento e le proprie responsabilità durante il conflitto tra Russia e Ucraina. La videoinstallazione è ambientata in un futuro immaginario in cui l’attuale guerra della Russia contro l’Ucraina è ormai conclusa. Sguardi spesso assenti, più spesso pieni di lacrime e pentimento, a volte i discorsi si fanno menzogneri, altre volte suscitano tra la rabbia e la compassione. I soldati sono interpretati da attori ucraini, formatisi sui personaggi della letteratura e del dramma russo nei teatri dell’Ucraina sovietica. In questa messinscena ambigua, parola e silenzio si alternano seguendo configurazioni mutevoli: da forme di giustificazione in cui la responsabilità individuale si dissolve nella logica di un sistema, a momenti in cui il linguaggio vacilla dimostrandosi incapace di articolare una confessione e di raggiungere l’assoluzione, ma anche a stati sospesi e prossimi alla morte, tra incoscienza e lucidità, che sfidano ogni comprensione. 

Magistrale l’allestimento di 2050+: lo studio altera le proporzioni delle stanze, abbassando i soffitti e modificando la struttura degli ambienti. Tutto sembra assolutamente normale, ma aleggia negli ambienti una forte sensazione di apprensione e inquietudine, soprattutto nell’ultima stanza dove un soldato moribondo, incapace quasi di proferire parola, non risponde alle domande incalzanti, non nega e non ammette. Troppo doloroso riconoscere d’aver compiuto scelte di massima crudeltà e inumanità.  

Cover: Janis Rafa, Baby I’m Yours, Forever, 2026 in “Canicula”, Fondazione In Between Art Film presso Complesso dell’Ospedaletto, Venezia, 2026. Courtesy dell’artista e Fondazione In Between Art Film. Foto © Marco Cappelletti e Giuseppe Miotto / Marco Cappelletti Studio

Roman Khimei e Yarema Malashchuk, Wishful Thinking, 2026 in “Canicula”, Fondazione In Between Art Film presso Complesso dell’Ospedaletto, Venezia, 2026. Courtesy degli artisti e Fondazione In Between Art Film. Foto © Marco Cappelletti e Giuseppe Miotto / Marco Cappelletti Studio
Roman Khimei e Yarema Malashchuk, Wishful Thinking (still), 2026. Video multicanale, colore, suono, durata variabile. Commissionato e prodotto da Fondazione In Between Art Film per la mostra Canicula, 2026. Courtesy degli artisti; Fondazione In Between Art Film; Galerie Poggi, Parigi.