Nel tempo in cui il sistema dell’arte tende sempre più spesso a riprodurre modelli di visibilità rapida e circolazione accelerata, esistono ancora progetti capaci di immaginare la galleria come uno spazio di ricerca, attraversamento e ospitalità culturale. È dentro questa prospettiva che si colloca Beasts and Pieces, mostra organizzata da Galeri Nev negli spazi di CFA a Milano, primo capitolo turco del programma di residenze per gallerie internazionali avviato nel 2019.
Più che un semplice format curatoriale, il programma di CFA sembra interrogare una questione oggi sempre più urgente: cosa accade quando una galleria viene sottratta temporaneamente al proprio territorio abituale e invitata ad abitare un altro contesto culturale? Non si tratta soltanto di esportare artisti o opere, ma di trasferire una costellazione di relazioni, genealogie, memorie, sensibilità estetiche. In questo senso, la residenza non funziona come una vetrina internazionale, ma come un dispositivo di traduzione. Milano diventa uno spazio di ospitalità temporanea in cui una scena artistica può ridefinirsi lontano dalle proprie coordinate abituali, producendo nuove prossimità.
Che la prima galleria invitata dalla Turchia sia proprio Galeri Nev non è secondario. Fondata ad Ankara nel 1984 da Ali Artun e Haldun Dostoğlu, prima di aprire lo spazio di Istanbul nel 1987, la galleria ha avuto un ruolo cruciale nel plasmare il discorso sull’arte moderna e contemporanea in Turchia. Muovendosi tra attività editoriale, lavoro d’archivio, mostre storiche e sostegno a più generazioni di artisti, Galeri Nev ha operato a lungo meno come piattaforma commerciale che come luogo di trasmissione culturale. Beasts and Pieces non tenta di costruire un’identità nazionale compatta, né di offrire una panoramica esaustiva della scena turca contemporanea. Al contrario, procede attraverso scarti, divergenze, temporalità differenti. La mostra riunisce artiste di generazioni e provenienze diverse — da Füreya Koral a Candeğer Furtun, fino a figure più giovani come Yaren Yıldız o Deniz Bilgin — costruendo una trama in cui le forme, i materiali e le vulnerabilità diventano il vero luogo di continuità.
L’argilla attraversa infatti l’intera mostra come una sostanza instabile e profondamente politica. Non un semplice medium, ma corpo vulnerabile. Materia che si rompe, si crepa, collassa, ma che allo stesso tempo conserva la possibilità di essere rimodellata. Non appare mai come una materia passiva. Ogni superficie sembra trattenere una propria energia trasformativa, una vitalità instabile vicina a quella che Jane Bennett ha definito “vibrant matter”: una materia capace non soltanto di essere modellata, ma di esercitare a sua volta una pressione sensibile sul mondo. È qui che Beasts and Pieces trova una delle sue intuizioni più forti: la ceramica non viene trattata come tecnica decorativa o artigianale, ma come forma di sopravvivenza materiale.

Molte opere sembrano emergere da uno stato intermedio tra reliquia archeologica e organismo vivente. Membri sparsi, superfici ferite, frammenti anatomici, presenze ibride abitano lo spazio senza mai stabilizzarsi completamente in una forma definitiva. I corpi evocati dalla mostra non appaiono mai integri: sono corpi che hanno attraversato dispersioni, separazioni, violenze, ma che continuano comunque a produrre forme di resistenza. In questo senso, il riferimento agli ex-voto presente nel testo curatoriale è particolarmente significativo. Le opere funzionano come depositi simbolici di vulnerabilità e desiderio di guarigione. Non celebrano la completezza, ma la capacità di sopravvivere alla frattura.
Ciò che rende la mostra particolarmente intensa è il modo in cui evita qualsiasi spettacolarizzazione dell’ibrido. Le creature interspecie evocate non appartengono a un immaginario fantastico o distopico. Provengono piuttosto da una soglia molto antica, quasi rituale, dove umano, animale e mitologico non erano ancora categorie nettamente separate. Le figure presenti nello spazio non “rappresentano” animali o esseri fantastici: custodiscono una memoria pre-classificatoria del vivente. Come suggerisce Donna Haraway, nessuna forma del vivente esiste mai in isolamento. Ogni corpo nasce invece dentro sistemi di coesistenza, contaminazione e dipendenza reciproca. Le creature che attraversano Beasts and Pieces sembrano emergere proprio da questa zona relazionale, dove identità e specie cessano di apparire stabili.
In alcune opere di Candeğer Furtun, ad esempio, il corpo appare ridotto a frammento anatomico e presenza seriale, come se la ripetizione stessa producesse una tensione tra individualità e anonimato. Nei lavori di Phoebe Cummings, invece, la fragilità dell’argilla cruda introduce una temporalità quasi organica: opere destinate a deteriorarsi lentamente, come se la materia rifiutasse qualsiasi aspirazione monumentale. In Yasemin Özcan e Mehtap Baydu il corpo femminile diventa una superficie attraversata da tensioni domestiche, simboliche e culturali.
Ma Beasts and Pieces non funziona soltanto attraverso le singole opere. La forza del progetto risiede soprattutto nella costruzione di un organismo collettivo. Il testo curatoriale parla esplicitamente di “membra di un corpo espanso”. Ed è esattamente questa la sensazione che accompagna il percorso: le opere non occupano lo spazio come entità autonome, partecipando a una stessa respirazione intermittente. La mostra procede per addensamenti, richiami, eco materiche. Nulla viene gerarchizzato definitivamente.

In questo senso, la scelta di privilegiare artiste donne assume un valore che supera la semplice rappresentanza. Più che costruire una categoria identitaria chiusa, la mostra tenta di rendere visibili genealogie spesso rimaste periferiche rispetto ai racconti dominanti della modernità artistica. La presenza di figure storiche come Füreya Koral o Betty Danon accanto a pratiche contemporanee più sperimentali produce una continuità sotterranea fatta di trasmissioni informali, sensibilità condivise, materiali marginalizzati.
Anche l’allestimento contribuisce a questa sensazione di densità non lineare. Piuttosto che costruire un percorso didascalico, la mostra sembra lasciare che le opere si contaminino reciprocamente. Superfici pittoriche, fotografie, sculture e interventi spaziali convivono senza mai cercare una sintesi definitiva. È proprio questa apertura alla molteplicità che permette alla mostra di evitare ogni rigidità curatoriale. L’“estetica dell’abbondanza” evocata nel comunicato non coincide con l’eccesso visivo, ma con la possibilità di mantenere simultaneamente tempi, linguaggi e fragilità differenti.
Ed è forse qui che il progetto di residenza di CFA rivela il proprio significato più interessante. Ospitare una galleria significa anche ospitare temporalità diverse del fare artistico. Significa riconoscere che le scene culturali non sono blocchi omogenei, ma organismi complessi, attraversati da memorie stratificate e narrazioni ancora incompiute. Beasts and Pieces suggerisce infatti che esistono ancora molte storie dell’arte turca che devono essere scritte — o forse riscritte — fuori dai modelli canonici occidentali.
Più che presentare una scena nazionale, la mostra costruisce dunque una geografia affettiva della materia. Una costellazione di forme vulnerabili che continuano a resistere alla separazione, alla classificazione, alla chiusura identitaria. Come in Maria Zambrano, anche qui la materia sembra custodire una forma di sapere notturno. Le opere non cercano mai una piena trasparenza: restano opache, frammentarie, attraversate da presenze che emergono lentamente dall’ombra, come se la conoscenza potesse ancora manifestarsi attraverso ciò che è ferito, incompleto o disperso. Contro la velocità contemporanea delle immagini e la continua semplificazione culturale, Beasts and Pieces sceglie invece la lentezza della trasformazione, la fragilità della materia e la possibilità che frammenti dispersi possano ancora imparare a convivere.
Crediti foto: Installation View. Photo Credits: CFA and Galerie Nev

