Nell’ambito della 61. Biennale d’Arte di Venezia, la Fondazione Pier Luigi Nervi si attiva come dispositivo espositivo per ridefinire il rapporto tra architettura e immagine. La facciata del Palazzo Nervi Scattolin diventa, fino al 9 giugno, uno schermo pubblico per le opere di Kandis Williams, Meriem Bennani & Orian Barki e Tai Shani. Il progetto, dal titolo If All Time Is Eternally Present – realizzato con il supporto di Bottega Veneta e curato da Chiara Carrera e Marta Barina – si inserisce in una riflessione più ampia sullo spazio urbano come piattaforma narrativa.
Abbiamo incontrato le due curatrici per porre loro alcune domande e approfondire i temi e le intenzioni alla base del progetto.
Cecialia Larese: Chiara Carrera, architetta, curatrice e ricercatrice allo IUAV, e Marta Barina, direttrice artistica attiva tra contesti istituzionali e indipendenti: il vostro lavoro si muove tra curatela, architettura e produzione culturale. Qual è stata la scintilla iniziale di questo intervento? In questo senso, cosa vi ha portato a scegliere Palazzo Nervi-Scattolin come dispositivo curatoriale? Quali caratteristiche specifiche dell’edificio lo rendono non solo un luogo, ma un elemento attivo nella costruzione del progetto?
Chiara Carrera e Marta Barina: Lavoriamo insieme da circa due anni: il primo progetto condiviso è stato in occasione della Biennale Architettura 2025, quando Chiara è stata invitata da Marta a curare una mostra presso la sua galleria Mare Karina. Da lì abbiamo iniziato a costruire un dialogo più strutturato attorno alle modalità di progettazione culturale ed espositiva, in particolare nel punto in cui arte contemporanea e architettura si intrecciano. Il tutto interpolando la ricerca di Chiara che si focalizza sulla storia dei rapporti tra disciplina architettonica e media – specialmente mostre ed editoria – e la pratica di Marta rivolta alla direzione di progetti culturali e curatoriali che diano spazio alla sperimentazione artistica contemporanea. Quello che è emerso è un interesse comune per la costruzione di nuovi sistemi curatoriali e di collaborazione interdisciplinare.
Questo percorso comune era già in atto quando si è intrecciato con la visione della Fondazione Pier Luigi Nervi, e in particolare di Livia Nervi, che da tempo immaginava un’evoluzione della programmazione verso il contemporaneo. La commissione nasce proprio da questa convergenza: da una parte un dialogo curatoriale già avviato tra noi, dall’altra la volontà della Fondazione di aprire un nuovo capitolo, portando il proprio patrimonio e la figura di Nervi in relazione con pratiche artistiche attuali.
La scelta di Palazzo Nervi Scattolin come dispositivo curatoriale-espositivo nasce da qui. Volevamo partire da Venezia, una città che per entrambe è centrale, ma evitando i suoi codici più consolidati. L’edificio rappresenta una stagione diversa della città, meno conosciuta ma estremamente significativa e fondativa: un momento in cui l’architettura del moderno si fa veicolo di linguaggi radicali e politici. È rispetto a questo sfondo che il Palazzo è stato interpretato non solo come supporto ma come interlocutore e agente attivo nella creazione di discorso.
Il lavoro di Pier Luigi Nervi negli anni Settanta si è fatto portavoce di un’idea di città aperta alla possibilità di mettere in discussione la propria identità e immagine consolidata, con una spinta generativa che oggi, al contrario, non è scontato riuscire ad attivare. È proprio questa tensione che ci ha interessate: usare l’edificio per riaprire un dialogo sul rapporto complesso e stratificato tra tradizione e innovazione che da sempre attraversa la storia della città. A ciò si è poi aggiunta una componente biografica e personale. Entrambe arriviamo da esperienze all’estero, tra Berlino e Londra, e in qualche modo riconosciamo in questo edificio una postura affine alla nostra: quella di portare in città influenze, metodi e sensibilità che si sviluppano altrove, e tradurle localmente. Per questo Palazzo Nervi Scattolin si è offerto come un primo passo naturale, anche per aprire il lavoro della fondazione verso un confronto più ampio e internazionale.


CL: All Time Is Eternally Present, titolo tratto dai Four Quartets di T. S. Eliot, introduce un’idea di tempo in cui passato e presente coesistono. Come si traduce questa visione nel vostro lavoro su Palazzo Nervi-Scattolin, in particolare nel rapporto tra conservazione del patrimonio e sua reinterpretazione contemporanea?
CC – MB:La mostra si fonda sulla coesistenza di temporalità distinte. L’idea di tempo evocata da T. S. Eliot nei Four Quartets, in cui passato e presente coesistono, si riflette in un progetto la cui stessa architettura e progettualità è innestata sulla concorrenza di tre diverse dimensioni temporali.
Da una parte c’è il passato dell’eredità di Pier Luigi Nervi, che prende corpo nella sfida di riattivarne il patrimonio architettonico e intellettuale nel nostro tempo, allontanandosi il più possibile da un’interpretazione della sua legacy come eredità statica, per favorirne invece una lettura come materia viva e body of work potenzialmente capace di generare senso, attivare dialoghi e produrre nuove complessità.
Al centro di questo sistema si colloca poi il presente, incarnato dall’azione curatoriale, che non si limita a “organizzare” contenuti, ma si concretizza nella costruzione di progettualità, significati, contro-storie e contro-narrazioni attraverso la piattaforma dialogica della mostra. L’occasione curatoriale ed espositiva diventa dunque uno spazio in cui il passato viene interrogato attraverso sguardi contemporanei e tensioni esterne alla disciplina architettonica, come risorsa per costruire nuove forme di discorsività nel presente.
Da qui si apre il futuro, che nella nostra visione è rappresentato dalla voce delle artiste, “subjective readers of a collective condition”. Il loro lavoro si fa portatore di una sensibilità che si traduce in frammenti aperti, immagini e storie capaci di veicolare temi urgenti del nostro tempo, contribuendo responsabilmente a rendere la collettività più cosciente e partecipe.
Questi due poli — il Palazzo e le pratiche delle artiste — pur apparentemente distanti, sono tenuti indissolubilmente insieme da una postura comune: quella di mettere in discussione lo status quo del proprio tempo e di agire come dispositivi progettuali e critici capaci di aprire scenari futuri. In questo senso, conservazione e reinterpretazione non sono in opposizione, ma coesistono come parti di un unico processo dinamico, in cui tutte le temporalità restano attive e reciprocamente generative.
SCL: i parla di presentness come modo di stare nel presente, una sorta di postura. Nel saggio di Michael Fried, invece la “presentness” viene intesa come esperienza immediata e assoluta dell’opera d’arte. Nel vostro progetto rappresenta una qualità delle opere video, una condizione dello spazio o un’attitudine richiesta allo spettatore? E, rispetto allo Zeitgeist, in che modo lo “spirito del tempo” ha orientato la selezione dei lavori video? Ci raccontate un po’ dei lavori?
CC – MB:Nel nostro progetto la “presentness” non è una richiesta rivolta allo spettatore in senso univoco. È piuttosto una postura condivisa tra noi curatrici e le artiste. Ci interessa come le opere possano attivare una consapevolezza del presente che è collettiva e stratificata e come l’esperienza espositiva e di mostra possa offrirsi come occasione per stare nel proprio tempo e rallentare i ritmi di fruizione.
In questo senso, il legame con il contemporaneo sta nella capacità delle artiste di agire come interpreti. La selezione non è partita dalle opere, ma dalle artiste stesse, con cui abbiamo avviato un dialogo prima ancora di definire i lavori. Ci interessava costruire una polifonia, sia geografica che culturale, evitando una prospettiva localizzata per mettere invece in relazione il contesto veneziano e l’eredità modernista con pratiche e sensibilità internazionali. Artiste come Tai Shani, Kandis Williams, Meriem Bennani e Orian Barki condividono una dimensione biografica e culturale complessa, spesso attraversata da più geografie. Shani è nata e vive a Londra e ha un passato familiare che si intreccia con diversi paesi Europei; Williams è nata a Baltimora ha studiato a New York e vive a Berlino; Bennani è di Rabat ha studiato a Parigi e vive a New York; e Barki è nata a Tel Aviv e vive a New York. Questo si riflette in lavori che riescono a tradurre esperienze personali in linguaggi leggibili da pubblici diversi.
I temi che emergono sono urgenti: dalla (ri)costruzione dell’identità e delle comunità diasporiche, alle dinamiche di violenza e resistenza, fino alla possibilità di immaginare forme di relazione e di cura alternative. In alcuni lavori questo avviene attraverso il collage e il montaggio di materiali eterogenei, tra found footage e screen recordings; in altri attraverso animazioni o stili più cinematici. Ne risulta una pluralità di linguaggi che riflette direttamente la complessità del presente. Anche la scelta del video nasce da una condizione specifica, non da un presupposto teorico. È stato l’edificio a determinare il formato: la superficie architettonica diventa un supporto attivo, il video un velo che lascia emergere la struttura sottostante e instaura un dialogo continuo tra immagine e architettura. In questo senso, le opere non si limitano a essere viste, ma si inseriscono nello spazio pubblico come dispositivi che attivano attenzione, responsabilità e confronto.
Rispetto allo “spirito del tempo”, non si tratta tanto di rappresentarlo, quanto di attraversarlo criticamente. Lavorare nello spazio pubblico implica una responsabilità: significa assumersi il rischio di offrire contenuti complessi, anche scomodi, in un contesto aperto e non protetto. È proprio in questa tensione che per noi si definisce la “presentness” del progetto.


CL: Il progetto, pur inserendosi nel contesto della Biennale, sembra rivolgersi in modo particolare a chi Venezia la abita quotidianamente. È anche un tentativo di riattivare uno sguardo ordinario? Quanto è importante per voi una fruizione non intenzionale, quasi accidentale, considerando che il pubblico non entra nello spazio ma lo incontra attraversandolo?
CC – MB:La mostra si colloca nel contesto della Biennale di Venezia per inserirsi all’interno di una piattaforma istituzionale e discorsiva di rilievo consolidato, eppure sin dalle prime fasi progettuali, e ancor di più nel percorso della sua costruzione, abbiamo lavorato affinché “l’architettura” della mostra rimanesse comunque e sempre un esercizio ibrido nel quale testare una progettualità culturale indipendente, con la volontà di costruire un discorso che travalicasse il perimetro dell’istituzione e si radicasse invece nella dimensione pubblica e urbana.
L’accezione e fisicità “open air” della mostra trova quindi le sue ragioni nel desiderio di testare il potenziale della mostra come dispositivo di mediazione tra chi la cultura la produce, chi la articola come discorso e chi la fruisce. Non si rivolge esclusivamente a un pubblico già formato, ma cerca piuttosto di intercettare un pubblico “inconsapevole” cui offrire contenuti non filtrati che possano inserirsi nell’ordinarietà della vita urbana, con il desiderio di edificare in questo tipo di pubblico la consapevolezza che la complessità appartiene anche a loro.
In questo senso, la sua presenza nello spazio della città – in particolare a Venezia – non è una scelta logistica, ma una presa di posizione: fare della mostra uno strumento di ricucitura tra città e cittadini. Questo assume un valore ancora più forte in un contesto come quello veneziano, dove il tema della residenzialità e il senso di appartenenza urbana sono stati resi progressivamente sempre più fragili dalla governance degli ultimi decenni. La mostra si propone come occasione per riattivare forme di esperienza collettiva, anche in momenti come la notte, in cui la città tende a svuotarsi e la dimensione condivisa e introspettiva notturna non sembra trovare più spazio.
Diventa così un ponte tra la dimensione ordinaria della vita urbana e quella straordinaria dell’esperienza culturale, capace di restituire meraviglia e, allo stesso tempo, di approfondire il rapporto con la storia della città. In questo intreccio tra cultura e spazio urbano si riconosce un’idea di fare città facendo cultura, che si traduce in una forma di “urbanistica immateriale”, una pratica che non agisce tanto sulla trasformazione fisica dello spazio, quanto sulla costruzione di relazioni, percezioni e modalità di fruizione condivisa.
CL: Cosa resta dopo la fine delle proiezioni? Pensate a questo progetto come a un evento situato o a un format replicabile? Esiste la possibilità di una seconda edizione di If All Time Is Eternally Present?
CC – MB:Siamo state invitate come curatrici esterne dalla Fondazione Pier Luigi Nervi per progettare, dare vita e inaugurare un percorso più ampio – che ha preso il nome di Building Dialogue – innestato sulla successione di una serie di attivazioni pensate per mettere in dialogo l’eredità di Pier Luigi Nervi con il contemporaneo, inteso come diversità di discipline, pubblici, geografie e temi. If All Time Is Eternally Present ne rappresenta quindi il primo capitolo e in qualche modo il caso pilota, concepito in relazione diretta con Palazzo Nervi Scattolin, la sua architettura e storia.
In questo senso, ciò che può proseguire non è tanto il formato specifico di questa prima edizione, quanto piuttosto la sua impostazione, ovvero l’idea di attivare le architetture nerviane attraverso il dialogo con pratiche artistiche e curatoriali diverse. Ci auguriamo che questo percorso continui arricchendosi del contributo e degli sguardi di altre curatrici e curatori, artiste/i e formati distinti, preservando e proteggendo l’intenzione originale del progetto.
Per quanto ci riguarda, questa mostra ha rappresentato una tappa fondamentale e un significativo scatto evolutivo all’interno delle nostre pratiche, sia individuali che condivise, per la complessità progettuale che ci ha viste non soltanto nel ruolo di curatrici, ma anche di progettiste di una macchina espositiva, relazionale e mediatica articolata. In questo caso specifico, ci siamo trovate a operare all’interno di una rete di interlocutori altamente strutturata, che comprendeva la programmazione collaterale della Biennale, un’istituzione bancaria e un partner come Bottega Veneta.
Continueremo a lavorare sia individualmente che insieme, portando avanti un approccio che intreccia contesti indipendenti e istituzionali e che mette al centro la sperimentazione dei dispositivi espositivi. Ancor più, continueremo a coltivare uno degli aspetti che ci sta maggiormente a cuore, ovvero il mantenimento di una piena autonomia curatoriale pur all’interno di sistemi complessi, come avvenuto per If All Time Is Eternally Present, la cui visione e messaggio è rimasto saldamente nelle nostre mani. È una condizione che non diamo per scontata, ma che in questo caso è stata compresa e sostenuta dai partner, e che per noi resta un principio imprescindibile anche nella progettazione futura.
Tutte le foto: If All Time Is Eternally Present. Kandis Williams, Meriem Bennani & Orian Barki, Tai Shani. Curated by Chiara Carrera and Marta Barina. Organised by Pier Luigi Nervi Foundation. Sponsored by Bottega Veneta. Collateral Event of the Biennale Arte 2026. Campo Manin, Venice (9 May – 7 June 2026). Photo by Tiziano Ercoli. Courtesy the artists and Pier Luigi Nervi Foundation.





