Domingo Milella
Fabio Barile, 1 Limestone cave in the karst plateau of Murge in the Apulia Region, Italy., 2015, courtesy Matèria Gallery

Dopo l’apertura della mostra Le forme del tempo – Un dialogo per immagini – a cura di Alessandro Dandini de Sylva,  in corso al Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro – Fabio Barile e Domingo Milella presentano un ulteriore e inedito dialogo per immagini, nell’antica Sinagoga sefardita di Pesaro.

Domenica 19 maggio (con apertura straordinaria dalle 10 alle 17 e sarà visitabile ogni giovedì dalle 17 alle 20, fino al 4 luglio 2019), Barile e Milella sono disponibili per approfondire molte tematiche legate alla loro ricerca e, con il curatore, incontreranno il pubblico per raccontare il libro del progetto espositivo Le forme del tempo: una raccolta dei lavori esposti dai due autori in Pescheria, tra il Loggiato e l’attigua Chiesa del Suffragio, e nella vicina Sinagoga.
La Sinagoga sefardita (o di rito spagnolo) si trova nell’antico quartiere ebraico di Pesaro. Edificata verso la metà del XVI secolo, è divenuta il centro di aggregazione di molti ebrei portoghesi, che giunsero in città per coltivare studi mistici. La struttura più ampia in cui è inglobata la sinagoga ospitava, infatti, una scuola materna, un centro di studi cabalistici e uno di studi musicali.

L’installazione occupa la Sala delle Preghiere (Tempio), dove Arca Santa (Aròn) e Pulpito (Tevàh) si contrapponevano una di fronte all’altro al centro delle pareti più corte. L’allestimento riprende tale contrapposizione, mettendo in dialogo un’immagine di Fabio Barile di una grotta calcarea nell’altopiano carsico delle Murge in Puglia con un’immagine di Domingo Milella che ritrae un fregio rupestre di una coppia di cavalli nella caverna di Pech- Merle in Occitania. Una terza immagine di Milella accoglie i visitatori prima di entrare nel Tempio e raffigura impronte di dita e altre pitture rupestri nella grotta di El Castillo in Cantabria.

Intervista con il curatore Alessandro Dandini de Sylva

Per questa occasione speciale abbiamo posto alcune domande a Fabio Barile e Domingo Milella

Domingo Milella
Fabio Barile – #2 Limestone cave in the karst plateau of Murge in the Apulia Region, Italy., 2015, courtesy Matèria Gallery

Elena Bordignon: Il dialogo che si è ‘innestato’ nella mostra “Le forme del tempo” ha preso vita proprio dalle vostre ricerche apparentemente distanti. Come ha ben spiegato Alessandro Dandini de Sylva nell’intervista che abbiamo pubblicato di recente. Mi accennate come avete considerato e sviluppato il tema della mostra in relazione al concetto di ‘tempo’?

Fabio Barile: Vedo il mio lavoro come un mezzo di interrogazione e forse comprensione prima di tutto, e credo che sia la stessa cosa per Domingo. Il tema del tempo penso sia stato per entrambi una caratteristica emergente, qualcosa che ci si è attaccato addosso durante il nostro percorso senza sceglierlo coscientemente; nei nostri lavori penso ci sia questa radice comune, la necessità di scavare nell’ignoto, che sfocia inevitabilmente in una temporalità estranea alla nostra vita quotidiana.
Georges Lemaître, al tempo stesso fisico, astronomo e presbitero gesuita, diceva: “Mi interessava la verità dal punto di vista della salvezza tanto quanto dal punto di vista della certezza scientifica.
Mi è sembrato che ci fossero due strade per la verità, e ho deciso di seguirle entrambe.”
Parafrasando Lemaître, che ha scelto di percorrere entrambe le strade, forse, a parte la scala temporale diversa su cui lavoriamo, questo è quello che ci distingue, la ricerca di una realtà spirituale se vogliamo nel lavoro di Domingo e quello della verità scientifica, della materia di per sè, nel mio.  In realtà, come ci insegnano le filosofie orientali, sono due facce della stessa medaglia. Basandosi su questi elementi Alessandro ha costruito questo dialogo come un gioco di suggestioni, lavorando su similitudini e differenze. Nell’insieme evocano qualcosa di più grande e complesso.

Domingo Milella: Per quanto mi riguarda, l’idea nacque da un invito di Fabio e di Alessandro; penso fosse stata un’intuizione di Barile. Alessandro l’ha resa leggibile, reale, possibile. Dialettica nell’Immobilità direbbe qualcuno…
Ci conoscevamo tutti e tre da alcuni anni, ma solo ora, che siamo forse un po’ più maturi, abbiamo riconosciuto parti di noi stessi nell’altro, e nel “filo rosso” della domanda che la Fotografia ha sul Tempo.
Ho sempre sostenuto che il mio interesse non fosse la Fotografia, ma il Tempo stesso, il Palinsesto stesso del linguaggio non solo Fotografico, ma anche umano, il Segno nel Tempo. La mia passione, su questo punto è sempre stata radicale. Radicale come radice e non solo come aggettivo.
Penso che ci si sia trovati con parole comuni a immagini comuni, però, se guardi con più attenzione, sono diametralmente opposti i nostri due approdi: il mondo di Fabio è prima del Mondo, è prima dell’Uomo, è prima del Tempo. Il mio Mondo è il Tempo, con l’Uomo come anello tra il Mondo del Prima ed il Mondo del Poi. Forse la Fotografia è il bagliore ineffabile tra questi Mondi… Spiriti del Futuro, Fantasmi del Passato?!

Domingo Milella
Fabio Barile – Grey marlstone outcrop in the Tuscan Apennines, Marlstone is a calcium carbonate or lime-rich mud or mudstone which contains variable amounts of clays and silt. Castel san Niccolò, Tuscany, Italy, 2015 courtesy Materia Gallery

Entrambe le vostre ricerche partono da tracce di eventi avvenuti lontano nel tempo. E’ come se le vostre immagini ci riportassero indietro, fin nella ‘notte dei tempi’. Il curatore parla di ’tempo storico’ e ‘tempo profondo’. Mi raccontate quale luogo o segno apparso in un determinato spazio ha catturato il vostro interesse?

FB: Una cosa interessante emersa un po’ di tempo fa, che mi ha fatto notare Alessandro, è come nella nostra generazione, figlia di figure come Basilico, Ghirri, Guidi etc. a loro volta figli della fotografia Americana e Tedesca del 900’ e 800’, il paesaggio, sia passato dall’essere il soggetto dell’analisi ad essere il linguaggio attraverso cui elaborare concetti più universali. Dal punto di vista del progetto non c’è un luogo specifico di interesse, è un evento più che un luogo ad essere determinante, il terremoto de L’Aquila.
Il terremoto, avvenuto nel presente mi ha messo di fronte ad una scala temporale a cui non avevo mai pensato, e che ha creato in me un senso di baratro, parlare di 100 milioni di anni o addirittura miliardi di anni è vertiginoso, è crea un senso di insignificanza molto forte.

DM: Forse sia io che Fabio contempliamo le scintille delle frizioni che illuminano la Notte, del Tempo e del Senza Tempo. Io oramai chiamo la fotografia, l’Arte Perduta, l’arte che ha sconvolto assieme all’elettricità ed al carbon fossile il volto di questo pianeta per “sempre”. La meccanizzazione prima, e l’era elettronica oggi, hanno interpolato l’essenza dello Spazio e del Tempo. Distruggendo alcune categorie…Penso che noi e questa mostra, siamo una fisiologica reazione, o una prima riflessione su questo senso dell’Infranto, ma anche l’immagine infranta, almeno per me.
Cerco una Fotografia che pensi da sola e che ti lasci riflettere. Warburg diceva che lo spazio della Preghiera era una volta lo spazio del Pensiero. Oggi cos’è questo spazio? Questo Tempo? Cos’è il Tempo della Preghiera, il Tempo dell’Immagine?! La Fotografia nacque per rubare il Tempo. Poi il Tempo ha rubato la Fotografia, ed oggi il digitale ha rubato entrambe le cose, il Tempo e la Fotografia. Sono felice di condividere queste domande con Fabio ed Alessandro. Eco, forse questa è l’unica risposta sensata. 

EB: Guardando alla ricerca del tuo interlocutore, c’è un’immagine che sembra rispondere perfettamente alle tante domande e ipotesi che hai sollevato con la tua ricerca? In altre parole, se il tuo lavoro ha posto degli interrogativi, quale immagine sembra rispondere a queste domande?

FB: In realtà più che un’immagine è in un’opera, un insieme di immagini che Domingo considera un’unica cosa, il suo Indexing 2001/2016, non riesco a formalizzare quale sia la domanda, ma la risposta è il divenire, il continuo mutamento, e il considerare il proprio lavoro in questi termini, come un processo.
A proposito di questo vorrei citare questa frase di S. Radhakrishnan, che è nel libro “Il Tao della fisica” di Fritjof Capra. “Ma come avviene che in questo flusso assoluto giungiamo a immaginare cose, piuttosto che processi?
Ciò avviene perchè chiudiamo gli occhi davanti alla successione degli eventi. Si tratta di un atteggiamento artificiale, che pratica dei tagli nella corrente del mutamento, e li denomina cose….Quando conosciamo la verità delle cose, comprendiamo quanto sia per noi assurdo venerare isolati prodotti dell’incessante serie di trasformazioni, come se fossero eterni e reali. La vita non è una cosa, né lo stato di una cosa, ma un continuo movimento o mutamento.”

DM: Penso che entrambi ci confrontiamo con il rapporto tra il Visibile e l’Invisibile. A me piace molto l’immagine di Fabio che mostreremo in Sinagoga, perché lui mostra delle evidenze, delle relazioni, delle porte del Tempo, che io non mostrerei mai, perché voglio entrarci a occhi chiusi. Quindi in un certo senso, lui apre gli occhi dove io li chiudo, e viceversa. Caldo, freddo, maschio, femmina, dentro, fuori. Dialettica nel Tempo?!

Domingo Milella
Fabio Barile – Study on dike propagation, gelatin and ca ramel, 2016 courtesy Matèria Gallery

EB: Il 19 maggio inaugura l’ultimo capitolo della mostra alla Sala delle Preghiere nell’antica Sinagoga sefardita di Pesaro. L’ultimo ‘dialogo’ si concentra sulle tracce più antiche dell’uomo in relazione all’idea di grotta. Mi raccontate perché avete scelto quella particolare immagine? Che significato gli attribuite?

FB: L’idea di cercare qualcosa di intimo e mistico per un dialogo stretto è stata di Domingo, poi Alessandro ha trovato questo posto fantastico che è la Sinagoga sefardita, e su questo ho seguito la loro intuizione. In questo caso il dialogo è molto più serrato e diretto; mi affascina l’idea che posti così segreti, bui e forse inospitali come le grotte, abbiano potuto avere un ruolo nello sviluppo della spiritualità nell’uomo, mi affascina l’idea della materia che prende vita, come nel momento in cui la chimica ha cambiato stato ed è diventata vita. Riprendendo la citazione di prima, noi tendiamo a separare, creare categorie perché il nostro cervello funziona così, ma amo l’idea di un unicum, un divenire incessante.

DM: Chiesi ad Alessandro un posto Segreto per mostrare un Mistero, e la Sinagoga è stata la sua risposta. Trovo che la condizione dell’immaginario, benché non sia scoppiata ancora una catastrofe atomica, sia a modo suo post-atomica. La terza guerra mondiale oggi è fatta dalle immagini; Instagram è la trincea più apparente, per non parlare dei siti pornografici, o dei display di profumi e schermi nei Duty Free…sempre più lunghi, in sempre più aeroporti, con sempre più passeggeri. Cosi tante immagini sono nessuna immagine, cosi tanti profumi sono nessun profumo. Io come artista per sopravvivere alle radiazioni della bomba h mi sono nascosto nelle Caverne. Ho scelto le Grotte dove si incontrano i più antichi e misteriosi segni dell’Uomo, Segni del Tempo, Sogni del Sogno?! Il mio rifugio antiatomico, il mio bunker dell’immaginario nel 2019 è diventata la Grotta. La preistoria, come permise agli albori del Tempo al Sapiens la nascita e la sopravvivenza dell’immaginario, così sta oggi garantendo la mia di sopravvivenza. Io sono “salvo” come artista perché sono sfuggito nel Buio. Riflettendo da li giù vedo senza vedere. 

EB: Nel tuo lavoro An Investigation of the laws observable in the composition, dissolution and restoration of land, hai analizzato i complessi elementi che caratterizzano il paesaggio in cui viviamo, attraverso osservazioni di evidenze geologiche e simulazioni di processi naturali. Quando il tuo sguardo si posa nei luoghi, cosa segui o rilevi prima di tutto? Cosa desta il tuo interesse in un paesaggio? 

FB: Il lavoro è in un certo senso è stratigrafico, vive di accumulo di cose diverse. Per i luoghi non ci sono scelte univoche, ci sono alcuni luoghi che studio prima, facendo ricerche su manuali o siti di geologia, e poi li vado a cercare, quindi so già quale storia raccontano, nonostante questo la sensazione che provocano è sconvolgente. Altri sono il frutto di una sorta di vagabondaggio, partendo dall’idea che anche la più banale roccia ha una storia, mi faccio suggestionare, o da tracce che ho imparato a riconoscere, o dalla domanda che ormai guida il mio sguardo: come si è formata questa roccia, questo solco, questa piega, questa montagna, questa valle o questa caverna?

Domingo Milella
Fabio Barile – Study on dune formation, decorative sand and h air dryer, 2016 courtesy Matèria Gallery

EB: Mi accenni su come elabori la tua ricerca fotografia? Come avviene la simulazione di fenomeni che spesso conduci per le tue investigazioni sui luoghi? 

FB: Anche qui, le simulazioni provengono da diverse fonti, prima di tutto vengono da esperimenti che effettuano i geologi di laboratorio per comprendere fenomeni che non sono temporalmente osservabili, come l’innalzamento di una montagna o la creazione dei dicchi vulcanici. Se ne trovano molti su youtube o sui siti degli istituti di ricerca. Per me sono stati una fonte di ispirazione enorme; volevo che il progetto avesse una componente di osservazione diretta e una di verifica, che sono poi le due anime della ricerca scientifica, altri sono semplici illustrazioni da sussidiario realizzati o con elementi familiari a un fotografo, come lastre fotografiche e sviluppo, oppure con materiali comuni, come piatti di plastica, farina o carta igienica. All’inizio creavo dei dialoghi stretti fra evidenza nel paesaggio e meccanismo, ma poi ho smontato questa struttura rigida, quindi non c’è sempre una corrispondenza fra gli esperimenti e i luoghi, le simulazioni vogliono suggerire quanto quello che noi diamo per scontato possa essere molto più complesso e frutto di un’evoluzione continua. Sono il tentativo dell’essere umano di comprendere la realtà, e lavorano per astrazione e semplificazione.
Carl Sagan diceva “‘We are a way for the cosmos to know itself.’
(Oggi è la giornata delle citazioni!) 

EB: Indexing 2001/2016 raccoglie in un archivio di immagini le principali destinazioni di quindici anni di ricerca. Si può, a ragione, considerarlo un vero e proprio diario. 15 anni di viaggi e attraversamenti. Parte da Bari, la tua città, e si conclude con le pitture rupestri della Grotta di La Pasiega in Cantabria. Come hai scelto i luoghi che hai fotografo? Cosa hanno di significativo?

DM: Sono partito a 17 anni da Bari, per andare a New York. Comprai subito una macchina fotografica 20 x 25 cm con i soldi dell’orologio che mi era stato regalato per la prima comunione. Da allora, imparando da grandi maestri e rubando da eccezionali fotografi, ho viaggiato cercando me stesso, il mio alfabeto. Alfa e Omega a modo suo, ho cercato le miei origini, le miei memorie, la mia famiglia, il mio autoritratto nelle rovine, nelle città, nelle tombe, nelle scogliere, nelle montagne, nelle strade di tutti questi posti. Cercavo la mia immagine interiore. Sino a giungere ai piedi di una montagna sacra, una montagna celeste…
Ho trovato questo, prima di trovare il Silenzio e la Magia delle Caverne. La Fotografia, come anche l’immagine di noi stessi, cammina su una fragile lastra di cristallo sopra un lago ghiacciato, qualcosa potrebbe rompersi da un momento all’altro. Nessuno è disposto ad abbandonare il suo posto, il suo schermo, la sua sottile lastra di cristallo, con sotto un lago scuro, la notte.
Ho cerato in questo primo lavoro il mio riflesso nella lastra argentea. Ora ho scelto di contemplare il tempo altro. Dove vorrei che le mie immagini come quelle delle Caverne ardessero senza scomparire nell’oscurità, sopravvivendo alla Luce. Stanno provando a distruggere l’indistruttibile…

Domingo Milella
Fabio Barile – Untitled, 2019, courtesy Matèria Gallery