E’ in corso fino al 9 giugno 2019 “il dialogo per immagini” tra Fabio Barile e Domingo Milella, ospitato al Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro, a cura di Alessandro Dandini de Sylva. Indicativo il titolo che comprende la frase “Le forme del tempo”, mutuato da un saggio di George Kubler, “La forma del tempo”.
Perché è proprio la sedimentazione del tempo su cui cesellano la loro ricerca i due artisti. Con sensibilità e modus operandi molto diversi, Barile e Milella ci raccontano le diverse narrazioni delle tante realtà che ci circondano, sia vicine nel tempo e nello spazio, sia lontanissime e solo immaginabili.
Nell’intervista che segue, Alessandro Dandini de Sylva ci racconta la gestazione delle opere in mostra, le loro differenze, ma soprattutto i molti aspetti comuni: “Entrambi raccolgono antichi segnali di eventi avvenuti anche molto prima di apparire. Le loro immagini ci riportano indietro, fin nelle viscere della terra, dal tempo presente fino al tempo profondo.”

Elena Bordignon: “Il senso del tempo”: questo è il punto di partenza della riflessione che hanno compiuto Fabio Barile e Domingo Milella. Da un tuo punto di vista, come racconteresti le ‘forme’ o i racconti che i due fotografi hanno immortalato?

Alessandro Dandini de Sylva: La mostra mette in dialogo due ricerche apparentemente distanti, come distanti sono le posizioni che i diversi orizzonti temporali oggetto di studio occupano nella scala delle possibili grandezze del tempo.
Il lavoro di Fabio Barile, An Investigation of the laws observable in the composition, dissolution and restoration of land, consiste nell’osservazione dei complessi elementi che caratterizzano il paesaggio in cui viviamo, attraverso evidenze geologiche e simulazioni di processi naturali. Il lavoro di Domingo Milella, Indexing 2001/2016, è un archivio di tracce, segni, luoghi e architetture i cui significati si sono perduti o si perderanno nel tempo, immagini che evocano domande sulla storia e sull’uomo, dal mondo contemporaneo al mondo arcaico.
In un passaggio del libro da cui abbiamo preso in prestito il titolo della mostra – “La forma del tempo” di George Kubler – Kubler scrive che conoscere il passato è un’impresa altrettanto stupefacente che conoscere le stelle. Astronomi e storici si occupano di manifestazioni notate nel presente ma accadute nel passato. Fabio Barile e Domingo Milella hanno questo in comune: entrambi raccolgono antichi segnali di eventi avvenuti anche molto prima di apparire. Le loro immagini ci riportano indietro, fin nelle viscere della terra, dal tempo presente fino al tempo profondo.

EB: La serie esposta da Domingo Milella, Indexing 2001/2016, è una sorta di lungo diario biografico, che parte dalla sua città d’origine, Bari, e traccia molti dei suoi viaggi. Dato l’arco temporale così vasto, hai notato delle differenze dalle prime immagini a quelle prodotte in anni recenti? Riscontri uno sguardo immutato o, inevitabilmente, le esperienze hanno trasformato la sua sensibilità fotografica?

ADdS: Indexing 2001/2016 è considerata da Domingo Milella un’opera unica che raccoglie in un archivio di immagini le principali destinazioni di quindici anni di ricerca. Tutto il lavoro è composto di 180 stampe a contatto da negativi di grande formato, esposte in senso cronologico secondo il loro ordine d’archivio. La lunga sequenza – che inizia con paesaggi urbani della periferia di Bari e si conclude con le pitture rupestri della Grotta di La Pasiega in Cantabria – rappresenta una riflessione sulle forme del linguaggio e su come si sia modificato nel tempo: per l’autore nel corso di quindici anni di pratica artistica mentre per l’umanità nell’arco di oltre 60.000 anni di storia. Quindi, come tu suggerisci, le esperienze hanno progressivamente trasformato lo sguardo e l’oggetto della ricerca o per dirla con le parole dell’autore «il mondo ha tracciato il sentiero, il territorio ha disegnato la mappa, il viaggio ha coniato il mio immaginario». Emergono chiaramente tre gruppi di lavori che lo stesso Milella divide idealmente in tre periodi consequenziali. Tra il 2001 e il 2011 l’autore si interessa alle diverse stratificazioni del paesaggio urbano e in particolare al rapporto tra natura, architettura e storia. Tra il 2012 e il 2013 la ricerca si concentra su antichi insediamenti e luoghi di culto situati perlopiù nella odierna Turchia. E poi tra il 2014 e il 2016 il paesaggio si restringe e diventa dettaglio, un processo di sottrazione che ha condotto l’artista in antichissime caverne in Italia e in Spagna, sulle tracce di quelli che George Bataille definisce i nostri primi balbettamenti.

EB: La ricerca di Fabio Barile tocca la fotografa ma va anche oltre. Quali motivazioni e analogie hai riscontrato nella sua ricerca in relazione a quello di Domingo Milella? In altre parole, perché un dialogo tra due fotografi-artisti così apparentemente diversi?

ADdS: Trasformazioni talmente lente da essere spesso invisibili all’occhio umano appaiono nelle immagini di Fabio Barile in uno stadio di immobilità apparente. Ma poi le didascalie, che descrivono in modo dettagliato processi di formazione di elementi naturali come dolomie, calanchi, caverne di calcare, solfatare o fossili, costringono a confrontarsi con una diversa percezione del tempo. Forse questo è ciò che unisce veramente i due lavori: non lo spazio del tempo, ma il senso del tempo. Inoltre, vedendo le moltissime immagini che compongono la mostra, si ha progressivamente la convinzione che la fotografia di paesaggio risulti in entrambi i lavori un mezzo per parlare d’altro, una possibilità di pensiero. Un vocabolario comune per una profonda ricerca sulla fotografia e sull’atto stesso del guardare.

EB: Mentre nel lavoro esposto di Milella il tempo è ‘misurabile’ – 15 anni della sua vita –, nell’opera di Barile rintracciamo una temporalità dilata di miliardi di anni. Inevitabile che l’artista abbia compiuto una sintesi mediante sia immagini che veri e proprio processi di trasformazione della materia. Mi racconti la pratica che guida la sua ricerca?

ADdS: Alla fredda osservazione en plein air Fabio Barile ha continuato a opporre una pratica di lavoro in studio. La sintesi di cui parli consiste in un’attitudine propriamente umana, ovvero riportare processi naturali che superano la nostra immaginazione per ampiezza, ubiquità e (nella maggior parte dei casi) estrema lentezza a un orizzonte limitato e più alla portata di mano. Questo tentativo ricorrente di comprendere i meccanismi di composizione e dissoluzione del paesaggio ha portato l’autore a sperimentare e ricostruire in un ambiente familiare fenomeni complessi con materiali qualsiasi di uso comune. Il risultato è una serie di studi in bianco e nero che riporta l’uomo al centro del suo lavoro e che Barile ha più volte definito come un omaggio alle Verifiche di Ugo Mulas.

EB: Un aspetto fondamentale della mostra è il luogo che la ospita. Mi racconti quanto vi ha condizionato nella costruzione del percorso espositivo?

ADdS: Il Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro è uno spazio meraviglioso. Sia il Loggiato, che un tempo ospitava l’antico mercato del pesce, sia l’attigua Chiesa del Suffragio, con la sua peculiare forma dodecagonale, ci hanno permesso di poter pensare in grande. In mostra sono esposte oltre duecento fotografie. Abbiamo scelto di intervenire il meno possibile sullo spazio espositivo e ci siamo limitati ad aggiungere tre pareti monolitiche, due nel Loggiato e una nella Chiesa, per amplificare le possibilità di dialogo tra i lavori in mostra. Il risultato che abbiamo ottenuto consente al visitatore di scoprire la mostra progressivamente, giustapponendo visivamente ogni pochi passi immagini di volta in volta diverse.