• Cleo Fariselli, dalla serie Sculture impugnate, 2014, fotografia digitale
  • Cleo Fariselli, dalla serie Sculture impugnate, 2014, fotografia digitale
  • Cleo Fariselli, dalla serie Sculture impugnate, 2014, fotografia digitale
  • Cleo Fariselli, Senza titolo, 2012, inkjet print su carta satinata
  • Cleo Fariselli, Senza titolo, 2012, inkjet print su carta satinata
  • Cleo Fariselli, Senza titolo, 2012, inkjet print su carta satinata
  • Cleo e Patrizio Fariselli eseguono una performance con i dipinti-tamburo della serie Polline alla Biennale di Praga 2011, foto: Marco Prandoni
  • Cleo Fariselli, U — Fonderia Artistica Battaglia, Milano 2015
  • Cleo Fariselli, U — Fonderia Artistica Battaglia, Milano 2015

Giovedì sera dalle 18:00 alle 21:00 – alla Fonderia Artistica Battaglia (via Stilicone 10, Milano) – Cleo Fariselli presenta U., una performance per sei spettatori (alla volta), realizzata in collaborazione con il musicista Patrizio Fariselli, noto pianista e compositore, tra i fondatori del gruppo Area, una delle più importanti e radicali realtà musicali a livello italiano e internazionale.

“Nell’epoca dell’immagine, U. celebra l’esperienza condivisa, l’incontro personale, la sensorialità e il coinvolgimento immaginifico con la materia. Anche la scelta dell’artista di non produrre documentazione video-fotografica della performance è un invito a calarsi completamente nel momento presente, che si ricarica così di suggestione e di mistero. Questa attenzione profonda al “qui e ora” e la ridefinizione dello stereotipo dell’opera d’arte come oggetto distante e intoccabile coinvolgono, in modi diversi, tutto il lavoro di Cleo Fariselli. Ad esempio, negli Agar works – a breve in mostra nella collettiva GAP alla Fabbrica del Vapore di Milano che inaugurerà l’11 giugno – l’artista crea delle superfici pittoriche aperte alla proliferazione di microrganismi, mettendo lo spettatore a confronto con una materia “vivente” e in costante mutamento.”

Alcune domande all’artista.

ATP: Ho partecipato, tre anni fa a Bologna, ad una tua performance assieme a pochi altri partecipanti (ospitata allo spazio ex-Brun). Oltre alla performance in se, mi ha stupito la tua decisione di circoscriverla un numero esiguo di partecipanti. Il 28 maggio presenterai a Milano un’ evoluzione – o trasformazione – di questa performance. Mi spieghi perché ritieni fondamentale condividere con solo sei spettatori (alla volta) questa esperienza “sensoriale”?

Cleo Fariselli: La performance si basa sulla mia interazione diretta con il pubblico, quindi è inevitabile che possa rivolgersi solo a piccoli gruppi per volta: è l’unica condizione per creare una reale relazione tra le persone e gli oggetti coinvolti. Quando nel 2012 partecipasti al debutto di U. all’ex-Brun di Bologna (a cura di Antonio Grulli), accoglievo gruppi fino a 10-11 persone nello spazio completamente vuoto e in penombra. Allora ero molto concentrata sulla sperimentazione del format della performance in sé e le sculture che avevo realizzato erano degli oggetti piuttosto elementari, degli strumenti propedeutici all’azione. Da allora il lavoro è evoluto molto e anche le sculture coinvolte sono più elaborate e autonome rispetto alla performance. Quando, sempre nel 2012, ho portato U. a New York (alla mostra Estate di Lucie Fontaine, ospitata dalla galleria Marianne Boesky) ho eseguito la performance in una dimensione più raccolta, per un massimo di 5-6 persone per volta; è stato molto efficace e da allora ho deciso di non superare questo numero di spettatori per sessione. A volte mi capita di fare la performance per due, o anche solo per una persona, ed è una dimensione che mi coinvolge sempre molto. Per tornare alla tua domanda, la scelta di limitare il numero degli ospiti non nasce da un desiderio di esclusività, ma al contrario, da un desiderio di maggiore inclusione e coinvolgimento.

ATP: Cosa nasconde la lettera U. del titolo?

CF: Il titolo U. è anzitutto un segno e un suono. Richiama l’abbreviazione di un nome proprio, o comunque fa pensare a un proseguimento della parola, ma questa parte invisibile è sconosciuta anche a me. E’ un titolo che in qualche modo “mi è arrivato” ed è rimasto. Io stessa non lo capisco fino in fondo e spesso mi ci perdo a riflettere e a fantasticare. Trovo che riesca a contenere i due nuclei che danno vita alla performance: la parte materiale e tangibile delle sculture e dei corpi, rappresentata dal segno U., e la parte gestuale, immaginativa e immateriale, rappresentata dall’ideale proseguimento invisibile della parola dopo il punto. Il fatto che U. sembri una parola tronca può anche richiamare la condizione di un’opera d’arte esclusa da un contesto vivente. Come quando, in un museo, guardiamo un vaso greco, o una fibula longobarda: sono oggetti stupendi ma sospesi, imbalsamati, che raccontano una vita di cui ormai non fanno più parte. Non mi sento a mio agio quando l’arte contemporanea si auto-colloca in questa dimensione “musealizzata” ed esclusa dall’esperienza. L’incompletezza del titolo U. mi ricorda che il lavoro deve essere continuamente attivato e riformulato nel presente, nella vita.

ATP: Rispetto a tre anni fa, la performance non è solo mutata, ma si è anche arricchita del  contributo del musicista Patrizio Fariselli. In cosa consiste la vostra collaborazione?

CF: La performance è in continuo mutamento, è un campo di ricerca aperto ad infinite variazioni, invenzioni, esperimenti e anche collaborazioni. Quello con mio padre Patrizio è un sodalizio che dura ormai da anni, ma l’idea di collaborare a U. è nata l’anno scorso, quando l’ho accompagnato a Londra per un concerto degli Area al 100 Club. La sera prima del concerto, dopo cena, ci siamo ritrovati con l’ultima bottiglia di vino a parlare di Grecia arcaica e misteri eleusini. Io stavo portando in giro la performance già da un paio d’anni e anche mio padre stava riflettendo sull’idea di stabilire un rapporto più diretto con gli spettatori, ipotizzando di fare delle brevi esecuzioni musicali live per una sola persona per volta, mettendola nella condizione di essere il solo testimone di qualcosa di unico, irripetibile e non documentato: “una bella responsabilità!” abbiamo scherzato. Ma cosa avrebbe fatto, durante l’esecuzione, questo unico spettatore? Si sarebbe limitato a fissare il musicista? Avrebbe forse chiuso gli occhi? Si sarebbe seduto? Ci sembrava una questione irrisolta. Allo stesso modo anche io stavo riflettendo su U. , che è una performance immersiva, sinestesica, e se sul fronte visivo, tattile e anche olfattivo mi reputavo piuttosto soddisfatta, sentivo la mancanza di un coinvolgimento acustico-musicale più intenso. Ci siamo così resi conto che i nostri intenti non solo erano compatibili, ma funzionali l’uno all’altro. Quell’estate stessa abbiamo sperimentato insieme la performance in un luogo magico: la Tomba di Rotari a Monte Sant’Angelo, sul Gargano. Nonostante avessimo deciso di eseguire la performance a mezzanotte, e per solo 5 persone per volta, abbiamo avuto una grande affluenza da parte del pubblico più svariato.

ATP: “Nell’epoca dell’immagine, U. celebra l’esperienza condivisa, l’incontro personale, la sensorialità e il coinvolgimento immaginifico con la materia.” Queste le premesse di U. Mi racconti come è nato questo progetto e perché sei interessata all’aspetto ‘fisico’ della materia a discapito di quello ‘visivo’?

CF: U. è nato dall’esigenza di creare un contesto per fare vivere il mio lavoro in una dimensione esperienzale, “contemporanea” in senso letterale, e condivisa. Il desiderio di condivisione per me è sostanziale, costituisce la spinta emotiva alla base dell’atto stesso del mostrare, che è uno dei capisaldi dell’essere artista. Non mi sono mai sentita completamente a mio agio nei format espositivi “classici”, e ho concepito U. proprio nella ricerca di una dimensione nella quale poter fare incontrare il mio lavoro al pubblico in un modo più vicino alla mia indole, che comprende e combina varie pratiche oggettuali, concettuali e performative. Per quanto riguarda la tua osservazione sulla contrapposizione tra fisico e visivo, posso dire che lavorando con la materia mi viene naturale prenderla in considerazione nella totalità delle sue caratteristiche: un’attitudine che per me non va affatto a discapito della vista. Si tratta semplicemente di portare l’attenzione anche sugli altri aspetti fisici e immaginifici della materia, coinvolgendoli e valorizzandoli tanto quanto quello visivo. Il primato della vista sulle altre forme della percezione è una convenzione culturale e sociale che a mio parere non può essere sottovalutata né tanto meno data per scontata, soprattutto dagli artisti.

Sono molto felice che la Fonderia Artistica Battaglia ospiti questa performance perché oltre ad essere un luogo estremamente affascinante e carico di storia, è emblematico: le sculture in bronzo, che nell’arte sono associate a un’idea di stanzialità e monumentalità per eccellenza, in fonderia vengono fuse, trasformate, manipolate dagli artigiani e dagli artisti, la materia è esperita in tutti i suoi aspetti.

ATP: Perché hai scelto, fin dall’inizio, di non documentare – se non attraverso i racconti – la performance?

Non voglio che la performance sia documentata con audiovisivi perché una testimonianza di quel tipo non aggiungerebbe niente al lavoro, né saprebbe rappresentare quello che accade durante la performance, inoltre influenzerebbe l’esperienza dei partecipanti in un modo che considero inutile e deleterio. La cosa più importante per me è la qualità del vissuto, sia che si tratti di partecipare a una performance, sia nell’esperire delle immagini. Quando le immagini invece interferiscono o si frappongono tra noi e l’esperienza stessa sono convinta che vadano evitate.

Esistono comunque diverse immagini legate a questo progetto. Le prime che ho creato sono degli studi fotografici di alcune delle sculture che usai nella prima performance del 2012. In quel periodo iniziale ero piuttosto rigida sul fatto che ciò che mostravo durante la performance non dovesse trapelare al di fuori. Ma già solo pochi mesi dopo, mi ritrovai insofferente all’idea di sottostare a quel veto così rigido che mi ero auto-imposta, così realizzai delle foto con il desiderio di approfondire la conoscenza di quei primi oggetti analizzandoli da un punto di vista completamente diverso. Scattare quelle foto “vietate” ebbe su di me un effetto molto liberatorio che mi aiutò a comprendere come un atteggiamento dogmatico non solo non si adatti alla mia indole, ma non sia nemmeno necessario.

Più recentemente ho realizzato degli autoscatti della mia mano con alcune sculture impugnate in modi diversi; anche questi nati da una necessità personale di studio e memorizzazione di alcune delle “prese” con cui interagisco con gli oggetti. Come vedi tutte le fotografie che ho prodotto in relazione a U. (sia le composizioni che le sculture impugnate) sono immagini molto stilizzate che non si propongono di documentare l’esperienza, quanto piuttosto di produrne una diversa, attraverso l’immagine. Come hai giustamente scritto, i racconti di chi ha esperito la performance costituiscono la documentazione principale del lavoro: un modo di trasmissione della memoria che trovo molto coinvolgente perché valorizza la molteplicità dei punti di vista, al contrario della prospettiva unica proposta dall’immagine. Io stessa imparo sempre tanto dai racconti delle persone, che spesso mi fanno notare aspetti del lavoro cui non avrei pensato: dettagli, visioni e restituzioni emotive a volte sorprendenti.

CS Cleo Fariselli – Fonderia Artistica Battaglia, Milano 2015

Cleo Fariselli, dalla serie Sculture impugnate, 2014, fotografia digitale

Cleo Fariselli, dalla serie Sculture impugnate, 2014, fotografia digitale

Cleo Fariselli, dalla serie Sculture impugnate, 2014, fotografia digitale

Cleo Fariselli, dalla serie Sculture impugnate, 2014, fotografia digitale

Cleo Fariselli, Senza titolo, 2012, inkjet print su carta satinata

Cleo Fariselli, Senza titolo, 2012, inkjet print su carta satinata