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Vincenzo Agnetti torna a Polignano. Nel centenario, la Fondazione Pascali ricostruisce una mostra storica

Linguaggio, azzeramento e critica del codice: la ricerca di Vincenzo Agnetti rivive a Polignano a Mare. La Fondazione Pino Pascali presenta Vincenzo Agnetti – Mostra Premio Pascali 1973, nell'anno del centenario della nascita dell'artista.

Cinquant’anni dopo
Nel 2026, a cento anni dalla nascita di Vincenzo Agnetti (1926 Milano-1981), la Fondazione Pino Pascali di Polignano a Mare sceglie di non celebrarlo con una retrospettiva ordinaria. Lo fa risalendo a un momento preciso: il 1973, anno in cui Agnetti vinse il Premio Pascali e tenne la sua personale alla Pinacoteca Provinciale di Bari. Quella mostra prende nuova forma negli spazi del museo pugliese, a cura di Gaspare Luigi Marcone, e si accompagna al conferimento postumo del premio all’artista, un riconoscimento che chiude un cerchio a distanza di cinquant’anni.

Un irregolare del Novecento italiano
Agnetti è stato uno dei grandi irregolari dell’arte italiana del secondo Novecento. Formatosi tra pittura informale e critica militante, vicino al gruppo di Azimuth e a figure come Manzoni e Castellani, dagli anni Sessanta aveva spostato il centro del suo lavoro sul linguaggio, inteso come sistema da incrinare, deviare, azzerare. La Macchina drogata del 1968, una calcolatrice Olivetti Divisumma in cui i numeri erano stati sostituiti con lettere, resta l’opera simbolo di questa postura: un oggetto tecnologico sabotato dall’interno, capace di produrre parole senza senso apparente ma cariche di un senso altro. Il 1973 era per Agnetti un momento di piena maturità: il linguaggio come campo di battaglia era già una certezza, e le opere si muovevano tra installazione, video e scrittura con una libertà che la scena italiana faticava ancora ad assorbire.

Vincenzo Agnetti. Ritratto, 1981 – ph. Peggy Jarrell Kaplan

Restituire le condizioni di un incontro
La scelta di tornare a quella mostra specifica non è nostalgia: è un gesto critico. La Fondazione Pascali costruisce un confronto tra ieri e oggi, tra un’opera radicale nel suo contesto e la distanza che il tempo ha accumulato intorno a essa. L’esposizione, concepita in collaborazione con l’Archivio Vincenzo Agnetti di Milano, si articola su due livelli paralleli: una ricostruzione filologica della personale barese del 1973 e una rievocazione più contestuale e ambientale. In mostra opere fondanti del percorso dell’artista tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, accanto a lavori documentati nel catalogo originale di quella esposizione, Autotelefonata e 14 proposizioni del 1972, Identikit del 1973, e al grande Progetto per un Amleto Politico, installazione composta da bandiere, palco e suono che Agnetti definiva “teatro statico”: uno spettacolo svuotato di personaggi, testo e movimento, in cui l’obiettivo era ricondurre il personaggio shakespeariano a un puro segnale, liberandolo da secoli di interpretazioni.

In un anno in cui le celebrazioni per Agnetti si moltiplicano, dalla GAM di Torino al MA*GA di Gallarate, ciascuna con un proprio fuoco tematico, Polignano offre qualcosa di diverso: non un’interpretazione nuova, ma il tentativo di restituire le condizioni originali di un incontro.
Il 2026 si conferma l’anno di Agnetti. Mostre in istituzioni diverse stanno restituendo, ciascuna con un taglio specifico, la complessità di un artista che non si è mai lasciato ridurre a una sola formula. A Polignano, però, la prospettiva è particolare: la Fondazione Pascali non interpreta, ricostruisce. E nel farlo, pone una domanda silenziosa su cosa rimanga di quell’urgenza, e cosa invece il tempo abbia trasformato in monumento.

Cover: Vincenzo Agnetti, Libro dimenticato a memoria fotografato a Vitalità del negativo nell’arte italiana 1960:70, Palazzo delle Esposizioni, Roma, 1970 – ph. Aldo Spinelli

Vincenzo Agnetti, Chi entra esce, 1970-71, Collezione Privata, Courtesy BKV Fine Art, Milano – ph. Matteo Zarbo