
Il titolo della mostra prende ispirazione da una celebre canzone degli anni ’80 di Sade, ‘smooth operator’: in inglese descrive una persona affascinante, sicura di sé, abile nel raggiungere i propri scopi con astuzia e charme, talvolta in modo manipolatorio o subdolo. Senza scrupoli e impassibile emotivamente, la figura di un escort senza sentimenti sembra affascinare l’artista Villiam Miklos Andersen, protagonista della mostra in corso fino al 14 giugno alla Fondazione Elpis di Milano. Ospitata negli spazi espositivi della Lavanderia, la mostra riunisce opere che indagano il concetto di comfort come prodotto istituzionale: una condizione che regola chi appartiene a un contesto e a quali condizioni. Il percorso interroga i costi emotivi del mantenimento, della protezione e della circolazione del benessere, trasformando l’architettura della Fondazione in una sequenza di spazi con funzioni diverse.
Abbiamo chiesto al curatore di Smooth Operetor, Gabriele Tosi, di guidarci sui tanti significati e riflessioni compiute da Villiam Miklos Andersen in occasione della mostra, partendo dalla prima opera che accoglie i visitatori, un veicolo post-bellico trasformato dall’artista in una sauna mobile.
Segue l’intervista con Gabriele Tosi —
Elena Bordignon: Un veicolo originariamente bellico trasformato in una sauna, ci accoglie nella mostra di Villiam Miklos Andersen, ospitata alla Fondazione Elpis. Inizierei proprio da questa prima installazione per farti una domanda molto semplice: cosa ti ha maggiormente interessato della ricerca di questo giovane artista danese?
Gabriele Tosi: Ironia e autoironia. La capacità di esprimere posizioni critiche senza puntare il dito e mettendo in gioco le proprie emozioni, il proprio corpo, i propri desideri. Villiam è un artista che entra nei sistemi che osserva: li attraversa, li guida, li monta, li abita. Per questo il suo lavoro ha una qualità concreta e coinvolgente. Non costruisce tesi astratte, apre situazioni. Rende visibile ciò che di solito resta nascosto. Mi interessa che il suo sguardo si rivolga al centro del sistema occidentale, ai suoi rituali quotidiani, ai suoi dispositivi di comfort, alle sue infrastrutture. Abbiamo bisogno di artisti capaci di riaprire finestre spesso troppo locali e di rimetterci in relazione con le vene del mondo. Villiam lo fa partendo da strade, corrieri, porti, uffici, aree di servizio, mezzi di trasporto.
EB: Tornando alla Mobile Sauna (Verkstadskärra 3 – Ångenhet, 2026), possiamo considerarla come un’opera in cui si evince la logica o il processo artistico che sta dietro alla ricerca di Villiam Miklos Andersen?
GT: Per Andersen il veicolo rappresenta lo stato sociale scandinavo: caldo e protettivo all’interno, regolato, isolato, difficile da spostare. La presenza di una sauna dentro un carro militare apre subito una tensione tra warfare e welfare. Cura e protezione condividono lo stesso telaio. Anche il film è decisivo. Racconta il viaggio di venti giorni attraverso l’Europa, da Gotland fino al cortile di Fondazione Elpis, e mostra tutto ciò che serve a mantenere attiva quella promessa di benessere: guasti, soste, manutenzione, fatica, tempo. Quando Villiam guida personalmente il rimorchio, mette il proprio corpo dentro ciò che osserva. In quest’opera si vede bene anche un’altra attitudine che attraversa tutta la sua ricerca: il lavoro prende forma in modo relazionale, coinvolgendo altre persone, altre competenze, altri artisti. M.B. Pedersen e Walter Bernath accompagnano il trasferimento della sauna e partecipano alla costruzione concreta di questa esperienza. Villiam non lavora mai come se l’opera fosse un oggetto chiuso o autosufficiente. La realizza dentro una rete di collaborazioni, spostamenti, capacità condivise. Anche per questo la Mobile Sauna è una buona chiave di lettura del suo metodo: un’opera che nasce da un’infrastruttura, la attraversa davvero e rende visibili insieme le relazioni, il lavoro e il costo umano che la sostengono.



EB: L’intento della mostra è quello di destabilizzare una parola, e il suo significato, che fino a questo momento non ho mai considerato ambiguo: comfort. Mi racconti come, assieme all’artista, avete minato il senso di questa parola, e con essa anche concetti quali la circolazione del benessere e il suo mantenimento?
GT: Il comfort circola dentro protocolli, standard, infrastrutture, e per mantenersi ha bisogno di regole, selezioni, consumi, lavoro, trasporto. In Just-in-time un trasportino per voli aerei destinato al cane Patrick diventa la forma estrema di una cura regolata: per permettere a una relazione interspecie di viaggiare, tutto deve rientrare in misure, norme e condizioni precise. Accanto all’oggetto trovato, la replica in vetro colorato incrina questa rigidità e trasforma etichette e griglie in elementi quasi ornamentali. In Smooth Operator compare invece un ambiente a temperatura controllata in cui umani, piante e animali condividono un benessere organizzato. L’immagine nasce da un’intelligenza artificiale e viene poi tradotta in un intarsio di legno di Mysore. Anche qui il punto è lo scarto: tra rapidità algoritmica e lentezza del manufatto, tra calore artificiale e calore materico, tra un’idea di armonia perfetta e i dispositivi che la rendono possibile. Quello che la mostra mette in crisi è proprio la fantasia di un benessere fluido, neutrale, disponibile per tutti allo stesso modo. Il comfort non è mai solo una sensazione. È una costruzione politica e materiale. Ha a che fare con chi viene accolto, chi resta fuori, quali corpi possono circolare, quali relazioni possono essere sostenute, quale lavoro invisibile tiene in piedi l’intero insieme. In questo senso Villiam non rifiuta il comfort: lo apre, lo complica, lo espone alle sue contraddizioni.
EB: Il titolo fa riferimento a una celebre canzone di Sade del 1984, “Smooth operator”. Andersen ha preso a prestito la figura del cinico e ‘senza cuore’ protagonista della canzone come metafora critica del presente. Mi spieghi questa scelta dell’artista?
GT: Nella canzone prende forma una figura maschile fredda, mobile, seduttiva, perfettamente integrata nei circuiti del successo. È un personaggio che attraversa città, corpi e relazioni trattando il desiderio come una merce. In lui economia, prestigio e sessualità coincidono in modo quasi esemplare. È proprio questa sovrapposizione che interessa Andersen. La mostra prova a seguire i legami tra sessualità e macroeconomia, tra corpo e logistica internazionale, chiedendosi quali emozioni, quali vulnerabilità, quali forme di intimità restino escluse o nascoste perché tutto possa funzionare in modo smooth, cioè fluido, efficiente, senza attrito, nella norma.



EB: Con esempi concreti, in altre parole, citandomi alcune opere del percorso espositivo, mi racconti come l’artista ha indagato, da una prospettiva queer, i sistemi economici contemporanei, delineando una forma di erotismo che mette in relazione desiderio individuale e meccanismi logistici?
GT: Andersen indaga i sistemi economici contemporanei partendo da oggetti e luoghi molto concreti. In Water Sports una fila di orinatoi da area di servizio viene tradotta in legno; nello spazio normalmente destinato alla pubblicità compare la sequenza di una nave cargo che entra e esce dal fiordo di Narvik. Il lavoro mette in relazione bisogno fisiologico, trasporto, estrazione e desiderio, mostrando che corpo e logistica abitano lo stesso campo. In Transactions l’artista entra invece nel mercato di Rungis, alle porte di Parigi, dove ogni giorno tonnellate di merci vengono comprate, vendute e distribuite. In un luogo dominato dalla velocità e dalla quantità, Andersen si concentra sulle mani che lavorano. Cinque fotografie diventano intarsi realizzati a Mysore, in India (con Dayananda Nagaraju), attraverso un processo lentissimo che richiede circa un mese per ogni immagine. Anche qui la sua prospettiva è molto chiara: non separa mai desiderio, lavoro, corpo e infrastruttura. Li rimette in contatto, e soprattutto altera il ritmo del sistema introducendo lentezza, attenzione, tatto.
EB: Nello svilupparsi del percorso espositivo, la mostra assume la forma di un “cruising logistico”. Mi racconti di cosa si tratta?
GT: Parlo di “cruising logistico” perché la mostra porta il desiderio dentro spazi che sembrano pensati per tutt’altro. Il cruising è una pratica di incontro che si costruisce attraverso segnali, soste, percorsi, possibilità di contatto. Villiam sposta questa logica negli ambienti di servizio, transito e distribuzione. Fa emergere una dimensione affettiva, erotica e sensoriale in luoghi regolati da funzione, efficienza e circolazione delle merci. Il percorso espositivo prende così la forma di una geografia di attraversamenti e soste, dove infrastruttura e desiderio condividono il medesimo spazio.
EB: Nei piani superiori, tra opere e installazioni, la mostra oscilla tra poli opposti, tra protezione ed esposizione, intimità e servizio. Mi introduci questa parte espositiva approfondendo i temi affrontati dall’artista?
GT: Le Cabin rendono questa tensione molto chiara. Sono insieme box di carico, toilette pubbliche e spogliatoi. Costruite sul modulo del pallet internazionale, sono pensate per accogliere uno o più corpi. Anche durante la visita ci si potrebbe chiudere dentro, da soli o in compagnia. Attraverso materiali e finiture diverse, ogni cabina suggerisce una possibilità di riconoscimento e di attrazione estetica. Questo tema si precisa nel Water Cooler in bronzo. Villiam parte da un oggetto tipico dell’ufficio contemporaneo e lo tratta come un monumento, perché attorno a questi dispositivi si raccolgono gruppi, si costruiscono prossimità, si attivano inclusioni ed esclusioni. Il distributore d’acqua non serve solo a bere: organizza una pausa, una micro-scena sociale, una forma quotidiana di privilegio. Trasformarlo in bronzo significa rendere visibile la forza politica di un oggetto ordinario. Il boccione, in onice, introduce anche un’altra misura del tempo: l’acqua consumata in un giorno incontra una pietra che è sedimentazione idrica di milioni di anni. Il lavoro tiene così insieme due piani: le micro-gerarchie che si formano attorno al comfort e una temporalità profonda che relativizza l’immediatezza del bisogno e dell’efficienza. In questa frizione l’oggetto smette di essere solo funzionale e diventa una domanda su ciò a cui decidiamo di legare il nostro corpo.









