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Veronica Bisesti | Alessandra Calò | Mattia Pajè | Dario Picariello

Testi scritti da Roberta Aureli  in occasione della serie di residenze artistiche BoCs Art — Interessata a tutto quanto si traduce in cortocircuito visivo e linguistico, nei primi giorni di residenza Veronica Bisesti ha notato che l’espressione “Cosenza vecchia”, come viene chiamata tutta l’area del centro storico, era più di un modo di dire dettato dall’abitudine. […]

Testi scritti da Roberta Aureli  in occasione della serie di residenze artistiche BoCs Art —

Interessata a tutto quanto si traduce in cortocircuito visivo e linguistico, nei primi giorni di residenza Veronica Bisesti ha notato che l’espressione “Cosenza vecchia”, come viene chiamata tutta l’area del centro storico, era più di un modo di dire dettato dall’abitudine. È bastato un giro a piedi e qualche chiacchiera con i passanti e i proprietari dei pochi negozi ancora aperti per avvertire lo stato di abbandono in cui vive quella parte di città, messa in ombra dai quartieri della nuova Cosenza.

Veronica Bisesti
Veronica Bisesti

L’idea di esplorare questo contesto attraverso un video è arrivata in seguito allo studio della figura di Anna Magdalena Wilcke, seconda moglie di Johann Sebastian Bach e sua attenta copista. Un’indagine recente ha cercato di renderle il giusto merito, riconoscendole un ruolo fondamentale nella scrittura delle Suites per violoncello. Per le riprese l’artista ha scelto l’Arenella, la piazza coperta lungo il fiume Crati che un tempo ospitava il mercato dei contadini. Da luogo vivo di incontro e scambio, negli ultimi anni si è trasformata in un grande spiazzo vuoto, occasionalmente destinato a fiere e concerti, più spesso usato come parcheggio dai residenti. Grazie al coinvolgimento di una musicista di Cosenza, Bisesti ha lasciato che le note del violoncello riecheggiassero nella piazza deserta, con l’intenzione di ridare voce, anche se per pochi minuti, a un simbolo dimenticato della città e a una donna vissuta per anni all’ombra del genio del marito.

Veronica Bisesti
Veronica Bisesti

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Anche Dario Picariello si è lasciato guidare dalle impressioni del territorio cosentino. Sempre attento a recepire e rielaborare l’intreccio di storie dei luoghi in cui si trova a lavorare, già nel giorno del suo arrivo alla stazione dei treni l’artista si è accorto dell’articolazione della città in due nuclei riconoscibili. Da una parte la Cosenza vecchia, segnata da un progressivo svuotamento; dall’altra l’area urbana di più recente costruzione, estesa ormai fino ai comuni limitrofi. Ciò che è apparso subito evidente ai suoi occhi è stata la fitta presenza di cartelli di vendita sui portoni e balconi di tutto il centro storico.

Dario Picariello
Dario Picariello

In linea con una prassi ricorrente negli allestimenti dell’artista, anche l’installazione che ha realizzato durante la residenza si compone degli oggetti tipici del backstage fotografico. Stativi, pannelli e ombrelli riflettenti diventano strumento attraverso il quale l’immagine si stacca dalla parete per trasformarsi in qualcos’altro. La parola “vende”, simbolo di una situazione locale particolarmente complessa, viene estrapolata dal suo contesto e impiegata in un ricamo in cui il filo da cucito è sostituito dai ritagli delle fotografie dei cartelli affissi nella città vecchia. In particolare, è stato il cosiddetto “punto del giudice”, tipico della lavorazione artigianale dei tessuti nei borghi di Longobucco e San Giovanni in Fiore, a essere replicato a mano da Picariello su due ombrelli fotografici.

Dario Picariello
Dario Picariello

Alessandra Calò è un’artista specializzata in antiche tecniche di stampa fotografica. Nei suoi lavori esplora i temi dell’identità femminile e della memoria – personale, collettiva, dei luoghi – attraverso il recupero e la reinterpretazione di materiali d’archivio prodotti tra Otto e Novecento. Talvolta non è la ricerca attenta nei mercati dell’usato, ma il caso o il semplice passaparola a portare tra le sue mani l’immagine desiderata. È avvenuto anche a Cosenza, dove l’iniziale difficoltà nel reperire vecchie stampe è stata risolta dall’incontro con un fotografo locale che le ha donato un piccolo negativo su lastra di vetro.

Alessandra Calò
Alessandra Calò

Nel corso della residenza l’artista si è concentrata sulla stampa a contatto, approfondendo la tecnica della calotipia. Senza ricorrere alla macchina fotografica né alla camera oscura, dunque, ha sensibilizzato ed esposto alla luce naturale, in orari e condizioni atmosferiche differenti, alcuni fogli di carta cotone. Anche le fasi di fissaggio sono avvenute all’aperto, nelle acque del fiume Crati che scorrono in prossimità dei BoCS. Al termine di questo periodo di sperimentazione, Calò ha utilizzato lo stesso procedimento per realizzare un libro d’artista, da sempre tra i suoi mezzi d’elezione. Hortus è un erbario stampato interamente a mano grazie al contatto diretto di fiori e foglie con carta da pane emulsionata. Le erbe spontanee sono state tutte raccolte nei dintorni dei BoCS e attentamente catalogate – dalla malva al finocchietto, dal tarassaco al trifoglio, dalle bacche di sambuco alle more, e così via.

Alessandra Calò
Alessandra Calò

Nasce da una “situazione di conflittualità” l’intervento site specific realizzato da Mattia Pajè durante la sua permanenza ai BoCS Art. Il confronto con il gruppo di artisti che ha partecipato alla residenza, il vincolo di produrre un’opera in un periodo di tempo limitato e, infine, l’impressione di doverne rendere conto alla città di Cosenza, che acquisirà i lavori, lo hanno spinto ad assumere un atteggiamento di difesa verso la sua pratica artistica.

Mattia Pajè
Mattia Pajè

Pajè ha quindi esposto sulla facciata del suo BoCS due grandi stampe, accostate per ricomporre il primo piano di un leopardo ruggente. Un’immagine ambigua – un’aggressione che diventa spettacolare e ammiccante nel formato e nei colori – con la quale ha cercato di delimitare e proteggere il suo spazio privato, celandone la vista. Nel farlo, ha intaccato l’architettura stessa di un edificio che, con le sue enormi vetrate aperte sulla strada, espone costantemente chi ne è ospite agli sguardi esterni. Per accrescere negli altri la percezione di un ostacolo, ha stabilito che in occasione del finissage anche la porta d’ingresso al suo studio dovesse restare chiusa. Soltanto avvicinandosi all’unica superficie di vetro non coperta dalle stampe si poteva leggere la sequenza di dieci cifre riprodotta sul lightbox installato all’interno. L’opera guarda alle teorie dello pseudo-scienziato russo Grigori Grabovoi, secondo il quale visualizzare mentalmente una sequenza di numeri, ciascuna associata a un particolare disturbo, sarebbe in grado di favorire il benessere psicofisico dell’uomo. Si può sempre raggiungere l’obiettivo, anche se una bestia feroce ti sbarra la strada.

Mattia Pajè
Mattia Pajè