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A Verona un museo che vive dentro l’università

Il Museo del Contemporaneo dell'Università di Verona nasce per far sì che l'arte possa svolgere un ruolo attivo all'interno dell'università, contribuendo alla formazione, al dialogo tra i saperi

Il Museo del Contemporaneo dell’Università di Verona lancia in questi giorni la sua piattaforma digitale, ma la notizia non si ferma qui: da qualche anno la città ha una collezione d’arte contemporanea che invece di chiudersi in una teca istituzionale ha scelto di infilarsi tra aule, corridoi e biblioteche, diventando parte del funzionamento quotidiano di un ateneo.

Il nucleo arriva dalla donazione di una parte della collezione AGIVERONA di Giorgio e Anna Fasol, oltre cento opere, quasi tutte realizzate dopo il 2000, firmate da artisti provenienti da una trentina di paesi diversi. Una raccolta che tiene insieme nomi già storicizzati e ricerche più recenti: il totem scultoreo di David Adamo, la fotografia di Shilpa Gupta, l’installazione Mr. Miseria di Eva Marisaldi, l’assemblaggio pittura-scultura di Jessica Stockholder, la scultura Roam Rise di Nari Ward, fino a The Princess di Adrian Paci, Bastard of Disguise di Nico Vascellari e il lavoro tessile di Sara Enrico. Un campionario ampio, che rifiuta la logica del museo-vetrina per un unico linguaggio o un’unica geografia.
La sede principale è il Polo Santa Marta, ex provianda militare austriaca dell’Ottocento recuperata dallo Studio Carmassi, medaglia d’oro all’architettura nel 2015, e oggi trasformata in campus universitario. È qui che le opere incontrano la loro cornice più naturale: muri che portano ancora i segni della funzione originaria, spazi che non fingono la neutralità del white cube.
Ma il progetto museale non si ferma a un solo edificio, la collezione è distribuita in sette sedi dell’ateneo scaligero. Il caso più interessante è forse quello del polo biotecnologico di Ca’ Vignal, dove il progetto espositivo “Bios Techne” mette oltre trenta opere, tra cui lavori di Joseph Beuys, Berlinde De Bruyckere, Invernomuto, Andrea Galvani e Jacopo Mazzonelli a diretto contatto con i laboratori di ricerca scientifica. È un cortocircuito raro che l’arte non si arreda ai corridoi della scienza, ma provi a discuterci, mettendo in tensione due modi diversi di produrre conoscenza.

Mr. Miseria, di Eva Marisaldi
The Variational Status (tenda) di Riccardo Giacconi

Il Museo del Contemporaneo nasce dall’idea che l’arte possa essere uno strumento per comprendere il presente e costruire relazioni tra saperi differenti”, afferma Monica Molteni, responsabile scientificadel Museo del Contemporaneo e Docente all’Università di Verona. 

Dietro l’apertura pubblica del museo c’è il progetto “Farsi Museo”, vincitore del PAC – Piano per l’Arte Contemporanea 2025. Il progetto non comprende solo mostre ma anche tre laboratori didattici sperimentali condotti dalle artiste Adelita Husni Bey ed Elena Mazzi e dal fotografo Filippo Tommasoli, e un convegno internazionale, che ha messo attorno allo stesso tavolo i direttori di MAMbo, Museion, Madre e Pecci insieme ai rappresentanti del MUAC di Città del Messico, del Monash University Museum of Art di Melbourne e dell’Art Centre della Warwick University, facendo nascere un confronto che colloca l’esperienza veronese dentro un dibattito internazionale più ampio sul ruolo dei musei universitari.

C’è poi un aspetto meno appariscente ma non secondario, il museo si è dotato di un programma di conservazione integrato che, nel panorama italiano, non ha precedenti diretti. Coinvolge studenti e docenti dell’Accademia di Belle Arti di Verona insieme alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, in una collaborazione che trasforma la cura delle opere in un’occasione di formazione, oltre che di tutela.

Il 22 luglio, infine, il Polo Santa Marta ospiterà una sessione della Conferenza delle Direttrici e dei Direttori degli Istituti Italiani di Cultura, promossa dal Ministero degli Affari Esteri, dedicata alla rigenerazione urbana e al rapporto tra cultura, università e territorio: un appuntamento che porterà a Verona i responsabili di oltre ottanta istituti della rete culturale italiana nel mondo.

Il risultato è un museo che non chiede al pubblico di andarlo a cercare in un unico luogo, ma che si presenta come un tessuto connettivo diffuso, un esperimento su cosa può diventare una collezione d’arte quando smette di essere solo patrimonio da esporre e prova a farsi infrastruttura viva di un’università.

Cover: Polo di Santa Marta © Università di Verona, Area VaDiS, Valorizzazione e Divulgazione dei Saperi

Untitled I, Shilpa Gupta – ph Michele Alberto Sereni