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Una fiera è una fiera è una fiera… #2

SECONDA PARTE — Abbiamo raccolto una polifonia di voci per capire l’importanza, la complessità e i risvolti spesso imprevedibili, percepiti da una selezione di figure professionali che hanno partecipato ad Arte Fiera 2026.

Ha collaborato Federico Abate —

LEGGI LA PRIMA PARTE: Perché frequentare una fiera / Cosa pensi della curatela in fiera

Cosa pensi del proliferare delle fiere nel contesto italiano.

«Devo dire che la proliferazione delle fiere non è solo un “male”. Certo, c’è spesso c’è un’entropia per cui si accavallano fiere minoritarie a fiere maggioritarie. Questa entropia genera delle sovrapposizioni che non sono produttive per nessuno. Credo che in questo momento si stia facendo veramente confusione tra alcuni aspetti, arrivando a identificare il valore culturale di una scena artistica con la qualità di una fiera più che con altre espressioni della cultura.
Spesso si creano delle congiunture tra diverse realtà, non so quanto favorevoli l’una all’altra: poco tempo fa mi trovavo alla Biennale di Diriyah nel Saudi Arabia e dopo quattro giorni apriva Art Basel Doha. Ora, è chiaro che le due situazioni non erano casuali: c’è un’importazione di pubblico per la Biennale che può essere tramutato nella fiera e viceversa. Una situazione analoga si creava in Europa con la costellazione Venezia-Basilea-Munster-Documenta, come se quelle situazioni fossero tutte sullo stesso piano. Io non ho nulla contro le fiere, sono situazioni fondamentali per il sistema, ma ci dovrebbe essere un altro tipo di ricerca, meno vincolato al mercato. Sicuramente le fiere possono essere anche momenti di primogenitura o di scoperta, rispetto a pratiche e che magari poi si istituzionalizzeranno, ma questi due livelli non vanno sovrapposti perché c’è il rischio che si creino prospettive distorte, rispetto a ruoli, funzioni e immaginari.
Ora, questo discorso ignora il fatto che alcune biennali siano assolutamente strutturate guardando al mercato, e potrebbero essere trasportate integralmente all’interno di una fiera. Però io appartengo ad una generazione che è cresciuta con l’arte relazionale e l’arte sociale, e mi sento di dire che ci sono ambiti delle arti visive che non rientrano immediatamente all’interno del mercato. Per fortuna sono nate fondazioni e altri supporti istituzionali che hanno valorizzato anche questa espressione tipica degli anni ’90 in poi, che recuperava certe istanze degli anni ’70.
In generale il fatto di identificare immediatamente l’arte come prodotto del mercato diventa pericoloso. Non significa né essere ingenui nei confronti delle biennali, che non sono assolutamente anticommerciali come comunemente si crede ma che al contempo dovrebbero, almeno in teoria, consentire una maggiore libertà di selezione; né, dall’altra parte, consiglierei alle fiere di importare altre forme artistiche che non possono mercantilizzare.
Quello che vedo, anche in rapporto alla proliferazione delle fiere, è il rischio di farle diventare il luogo in cui queste istanze si sovrappongono. Bisogna fare attenzione anche per salvare il futuro possibile dell’arte. Dico questo perché penso anche a come, negli ultimi anni, un altro snodo fondamentale di questo circuito, vale a dire i musei, sia andato incontro allo spossessamento, a livello finanziario, degli ambiti della ricerca in favore di forme di management. Nel caso dei musei, che dovrebbero lavorare per l’ipotesi di scenari futuri, nel momento in cui si privilegia un management che deve favorire la bigliettazione, non vanno più alla ricerca del nuovo, ma di quello che si è già acquisito e che può essere immediatamente appealing. Nel tempo breve può funzionare, nel tempo lungo no, perché mortifica le possibilità di avanscoperta».
Marco Scotini

«Credo che ci siano due grandi macroaree: una che ha degli afflati più internazionali, altri diciamo più territoriali. Non credo che la proliferazione sia dannosa se è competitiva da un punto di vista qualitativo. E non mi riferisco prettamente all’aspetto commerciale. Per legittimare una fiera bisogna tener conto di una linea sottilissima fra la proposta commerciale e quella culturale».
Andrea Bruciati

«Penso che il fenomeno delle troppe fiere sia lo specchio di come viviamo dal punto di vista sistemico l’arte contemporanea in Italia. Significa che non si fa sistema, non si uniscono le forze. Tutti sono disuniti, corrono da soli fondamentalmente. Senza contare che ogni fiera è come se manifestasse un proprio ‘circolo’ sostenuto da un giro di gallerie, di curatori e di addetti ai lavori. Come c’è il fenomeno di gallerie che selezionano altre gallerie, così ci sono i curatori che selezionano altri curatori».

Maria Chiara Valacchi

«Averne meno sarebbe più positivo. Ma bisogna tener presente il sistema dell’arte italiano, che ritengo caratterizzato da una certa chiusura. Penso sia legittimo che, se molti galleristi o altre figure professionali non riescono ad entrare in un certo sistema, siano propensi a crearsi il proprio per potersi autorappresentare. Le fiere sono servite a molti gruppi socioculturali all’interno dell’arte per avere una rappresentazione di sé come sistema. È evidente che se una figura professionale non riesce ad essere rappresentata o a inserirsi all’interno di un sistema, di fatto non esiste o non è impattante».
Gabriele Tosi

«Penso che sarebbe meglio se ce ne fossero di meno. È molto dispersivo avere troppi appuntamenti che inducono i galleristi e gli artisti ad un sovraccarico di lavoro. A volte le fiere costituiscono un sistema ricattatorio. Se non partecipi a una fiera vuol dire che non esisti. Ogni fiera dovrebbe lavorare sulla sua specificità. Ad esempio, Artissima è la fiera della sperimentazione contemporanea, mentre Bologna potrebbe avere un assetto tutto italiano. Arte Fiera potrebbe essere il Tefaf italiano. Se potessi decidere io, spazierei dai reperti egizi al contemporaneo».
Eva Brioschi

«Sicuramente la proposta fieristica in Italia è abbondante. Non credo che in un altro paese come la Francia ci sia un fenomeno come quello italiano. Penso alle fiere che ci sono tra Roma, Torino, Bologna, Milano ecc. Credo questa abbondanza abbia a che fare anche con la storia dell’Italia. Basta spostarsi di pochi chilometri e in Italia cambiano i modi di parlare, la cultura, la cucina. Magari c’è il bisogno di avere più fiere diverse, anche se poi in queste fiere più o meno trovi le stesse cose».
Matteo Mottin

«Se ci sono molto fiere e queste resistono ai contraccolpi del mercato, è positivo che ce ne siano molte. Dall’altro lato penso che se una galleria investe troppo sulla partecipazione fieristica, questo va a discapito degli investimenti per la galleria stessa e della produzione delle opere degli artisti. Ovviamente bisognerebbe fare un discorso più ampio e riflettere sul presente complesso in cui viviamo. Ho la sensazione che la cultura sia presa sotto attacco, non solo nel contesto italiano. Penso che dobbiamo trovare una nuova modalità per fare cultura che non è semplicemente sostenere una fiera, un premio o le mostre Blockbuster. Penso che il sistema attuale stia andando un po’ in crisi».
Adrienne Drake

«Penso alle Biennali. C’è stato un periodo, tra gli anni ’90 e i primi anni 2000, in cui ogni paese aveva la sua Biennale e ogni Biennale aveva una logica di esistenza che la rilancia nella piattaforma internazionale. Ad un certo punto la ‘carovana’ era folle! Il vero art trotter era quello che andava a Sidney, Hong Kong, Berlino ecc. e poi ad un certo punto questo fenomeno si è stemperato. Un po’ perché sono cambiati gli assetti geopolitici, un po’ perché la pandemia ha bloccato tutto il sistema, senza contare il discorso ambientalista che meno uno si muove e meglio.  Non è che queste Biennali siano morte, esistono ancor ma esistono come idea di progetto di valorizzazione integrata del territorio e delle creatività locale. Non c’è più quell’idea di flusso tale che è invece rimasto strutturato su quelle due che erano già le più importanti al mondo, Venezia e Documenta.  
L’Italia soffre anche di un altro problema che impedisce di parlare del fattore tempo e del problema della politica. Molto spesso i processi culturali sono calati dall’altro, dalla politica che ha delle tempistiche molto lente. Dico sempre che l’arte e la cultura in generale sono la scienza del futuro, mentre la politica è la scienza del presente, dunque sono due cose molti difficili da far collimare. Un processo culturale funziona quando si comincia oggi, ma poi i risultati si vedono tra decenni: questa cosa vale per una persona, per la collettività, per società ecc. La discontinuità, infatti, è un problema enorme per la realizzazione di molti progetti in tutti gli ambiti».
Santa Nastro

Le fiere possono rispondere alla domanda: cosa sarà?

«Credo che un titolo del genere possa essere, rispetto alla situazione catastrofica che stiamo vivendo, un invito a un futuro possibile. Ora, voglio sottolineare che noi viviamo ancora un ambito della fiera “domestico”, ma ci sono alcuni colossi all’interno del sistema finanziario contemporaneo che invece sono assolutamente dannosi rispetto al sistema dell’arte su scala più vasta. Se posso attribuire una colpa al sistema dell’arte contemporanea in questo momento è di avere dato fondamento ad un’idea fallace, e cioè che la ricchezza sia “naturale”: la ricchezza, nell’arte, può appartenere al singolo per tanti motivi diversi, ma spesso trova sbocco grazie ad un artificio di cui non sappiamo i retroscena. La naturalizzazione implica che tutto quello che si genera a partire da un sistema economico è automaticamente buono. E questo naturalmente crea delle criticità. Purtroppo stiamo assistendo a fenomeni drammatici, di neofeudalesimo, che creano dei rapporti sbilanciati perché gli attori coinvolti non sono più “ad armi pari”. E devo dire che, nel contesto di questo discorso più ampio, l’arte ha teso di identificare l’economia con la cultura. Al momento in cui io naturalizzo il tuo portafoglio, che magari nasce da forme di exploitation, sicuramente andiamo in una direzione che poi è quella che ci troviamo di fronte oggi. Il rischio di oggi è sostanzialmente quello di fare artwashing in rapporto a tante problematiche sociali che vengono importate anche all’interno di manifestazioni come le fiere.
Non è il caso ora di Bologna; non c’è nulla di flagrante all’interno di questa fiera dal punto di vista sociale, ma va bene così, non è il suo contesto. E anzi, qualora diventasse un contesto per questo genere di pratiche sarei preoccupato, per il rischio di mistificazioni».
Marco Scotini

«Quando c’è l’unione dei due aspetti, commerciale e culturale, una fiera può dare delle indicazioni anche previsionali. Se si attesta da un punto di vista commerciale e c’è molto investimento culturale, può essere predittiva; può mappare la situazione attuale. In merito ad Arte Fiera, devo dire che l’ho trovata una fiera molto matura. Devo fare i complimenti sia a Enea Righi che a Davide Ferri perché l’impressione che ho avuto è che abbiamo pensato a una fiera molto ben leggibile. È fondamentale per una fiera.
Una fiera come questa quindi mi permette di vedere tante forme e modi di espressione. Credo che questo serva anche per essere meravigliati. Se si va in un luogo ‘prevedibile’, si sa cosa si vedrà e non ci si meraviglia; magari stimola degli approfondimenti, ma non si resta meravigliati. Non si esce dal proprio schema culturale. Ma non è questo il caso».
Andrea Bruciati

«A me piace che non ci sia il punto interrogativo alla fine del titolo. Perché se ci fosse stato sarebbe stato l’ennesimo titolo senza prese di posizione. L’anticapitalismo ha sempre posto delle critiche e secondo me ora abbiamo un linguaggio che si sta trasformando in delle soluzioni. Questo dal punto di vista di una politica che si connette ad una collettività o a un nuovo modo di vedere i linguaggi. Una delle linee editoriali di ArtNews è quella di vedere nell’arte contemporanea un linguaggio che può anticipare il futuro grazie agli artisti e alle artiste, grazie a nuove realtà che nascono.
È bello il dibattito che c’è adesso, è come se ci fossimo resi conto che il mercato è saturo, si stava andando in una matriosca di riproduzioni quasi compulsive e ora ce ne stiamo rendendo conto prendiamo come punto di partenza la critica a questo fenomeno.
Quindi “cosa sarà” a partire dalla critica di ciò? Nella nostra intervista a Davide Ferri su ArtNews Italia lui parla di “nazionalpopolare” senza vergogna: secondo me è giusto riappropriarsi di questo termine, dicendo che l’Arte Fiera sarà la festa delle gallerie italiane. È un discorso che noi in Art News stiamo cercando di fare moltissimo, soprattutto con artisti, curatori e curatrici che scrivono dell’Italia, parlando dell’Italia, cercando di far risaltare anche i linguaggi che oggi ci sono nei luoghi più o meno periferici. Ci sono molti punti in comune tra le parole che sono uscite da Ferri e il nostro spirito, le nostre linee editoriali».
Ilaria Giaccio

«In merito al titolo ‘Cosa sarà’, Davide ha fatto emergere la dimensione, come posso chiamarla, più ‘locale’ di questa fiera che alcuni decenni fa era importantissima. Devo dire che ha scommesso su una fiera ‘simpatica’, da cui penso la scelta del titolo con la canzone di Lucio Dalla. Trovo molto autentico che Ferri non abbia paura di sottolineare che questa è una fiera ‘nazionalpopolare’, senza nessuna accezione negativa. In fiera si respira un’aria molto positiva».
Ludovico Pratesi

«Non sono un gran frequentatore di fiere. In quelle che ho frequentato devo dire che non è che abbia visto proprio l’avvenire. Credo che l’avvenire si manifesti più in altri contesti, almeno oggi; magari un tempo poteva essere diverso. Sicuramente comunque aiuta frequentarle, sono proprio situazioni utili per fare una panoramica; ci sono artisti che magari non vedo in altri contesti. Nel mondo incerto di oggi si fa così fatica a mettere a fuoco cosa succede la mattina dopo rispetto alla sera prima, che pretenderlo da una fiera forse è troppo… C’è questa tendenza ad aspettarsi dagli artisti che siano quasi dei salvatori del mondo, invece bisogna forse ammettere che non è così, comunque non tutti. Se tutti gli artisti avessero la pretesa di salvare il mondo forse saremmo in mano dei megalomani.
Personalmente, conoscendo e amando molto la canzone di Lucio Dalla, penso che il titolo “Cosa sarà” sia molto ambiguo: secondo me anche Davide Ferri l’ha intesa così, non come una dichiarazione direttamente affermativa, ma come qualche cosa di aperto, che non mette a fuoco una risposta. A me piace molto questa ambivalenza, non mi pare che predica molto, e anzi mi pare che sia più un’aspettativa che una certezza. Sicuramente il luogo dove si può trovare più facilmente la novità sono gli spazi indipendenti, che sono luoghi molto nutrienti; mi piace citare, qui a Bologna, Gelateria Sogni di Ghiaccio, che da sempre porta avanti una bella programmazione con grande sincerità. Loro rappresentano quel tipo di sorpresa, anche persino di stupore, che io cerco. Di recente ho provato le stesse sensazioni visitando una piccola mostra di Francesco Pacelli, alla Limbo Gallery di Milano».

Saverio Verini

«Mi piace molto il fatto che il titolo sia una citazione di Lucio Dalla. Personalmente Dalla è molto presente nella mia vita, ho un legame molto intimo con la sua musica. Trovo che sia una bella canzone, “scanzonata”, interessante perché semiseria. Ha una sua profonda leggerezza. La fiera, come la canzone, non pone un interrogativo, bensì pone il pensiero in una prospettiva aperta, su un futuro che potrebbe essere tra tre giorni, tre mesi o tre anni. Non c’è pretenziosità ma un approccio all’apertura.
Davide Ferri ha sempre avuto molta attenzione per la pittura e ho notato che in questa edizione ce n’è tantissima. Penso che sia in linea con una tendenza molto più ampia, che dà spazio sia alla pittura che a tecniche ancestrali, antiche, come ad esempio la ceramica. Ho notato la presenza di molti artisti giovanissimi che non solo utilizzano la pittura e altre tecniche tradizionali, ma sono anche propensi verso un segno arcaico che trovo molto interessante. È come se parlassero di un futuro molto prossimo».
Matteo Zauli

«Negli anni Arte Fiera è stata definita come una fiera importante a livello di mercato. Penso che sia un appuntamento che intercetta il collezionisti del centro sud d’Italia che magari non vanno in altre fiere  nel settentrione. E’ un fiera dove ‘si vende’, questa è la sua nomea. 
D’altra parte c’è stato un periodo medio lungo in cui la sua proposta è sempre stata più fané rispetto a quella di quelle che consideriamo cutting edge. Questo fa sì che Arte Fiera sia desiderabile da frequentare in termini di pubblico e di mercato, dall’altra parte invece, se le gallerie vogliono avere in curriculum uno slancio internazionale. Fino a qualche anno fa, Arte Fiera non era tra queste. 
Non trovo nulla di male se una fiera si va a posizionare su un’identità più nazionalpopolare, che non significa una diminuzio ma significa rafforzare quel tipo di aspetto; uno slancio internazionale potrebbe anche semplicemente essere non nell’ampliare il bacino delle partecipazioni quanto proporsi sulla piattaforma internazionale lanciando quello che è (lasciatemi dire questa brutta parola) il nostro prodotto. Non credo che posizionarsi sull’area italiana sia, in questo momento, così malvagia, anche perchè c’è un mercato internazionale che sta diventando ferocissimo».
Santa Nastro

«C’è una particolare coincidenza tra Arte Fiera e la prima edizione di Art Basel Qatar, al di là che sono state inaugurate nello stesso fine settimana. La fiera a Doha ha come filo conduttore il tema Becoming, una riflessione sulla trasformazione costante dell’umanità e sui sistemi che plasmano il nostro modo di vivere e pensare. È curioso che entrambe abbiano un titolo che ha qualcosa che si riferisce al futuro.  Doha punta sulla formazione del gusto dei collezionisti, la fiera è stata strutturata proponendo stand monografici, dunque la propensione sembra rivelare un forte taglio curatoriale. In ogni caso, non sono favorevole al ruolo delle fiere come luoghi che si arrogano il diritto di prendere il posto delle biennali; le biennali sono luoghi che probabilmente incidono sulle prospettive future, mentre le fiera, a mio parere, è come se facesse un’analisi di ciò che accade, sondando il presente. Senza voler trarre grandi prospettive sull’arte del futuro, credo che uno degli aspetti che non spariranno mai nell’arte è la sua autenticità, genuinità, ma anche la manualità. Perché sono aspetti che partono dal singolo, dalla sua umanità. La personalità non è riproducibile, non è il frutto di una media o di una statistica».
Matteo Mottin

«Penso che in molti credano che le fiere abbiano un ruolo predittivo.
Io a volte mi accontento di vedere, nel senso che è così difficile capire quello che sta succedendo che anche solo vedere l’immagine di quello che sta succedendo è positiva. Penso che questa fiera abbia un titolo che rappresenta un po’ l’atto di continuità con le edizioni precedenti. Davide Ferri lavorava già per Arte Fiera, dunque la sua nomina è coerente con il lavoro degli anni precedenti. Ritengo che la sua sia una meritata promozione.  Questa è una fiera che racconta una storia di continuità, per cui non mi stupisce il tema temporale del titolo».
Gabriele Tosi

«L’ho trovato azzeccato perché fondamentalmente fa parte del tessuto della città. Lucio Dalla era anche un grande collezionista, aveva aperto una galleria e aveva una casa-museo. Il titolo può essere anche letto come un omaggio a Dalla, per molti versi. Le fiere, specialmente adesso che c’è molta instabilità economica a livello mondiale, vivono un momento altrettanto instabile. L’arte non è né un bene rifugio né un ‘prodotto’ che si compra per la mera piacevolezza, visto che siamo ammorbati umanamente da tante cose disastrose e distopiche che vanno oltre l’immaginazione.
Sicuramente il titolo è ambizioso, soprattutto per il tono affermativo, però credo che per quanto riguarda le fiere, per quanto siano limitate, ancora incidono in maniera forte sul mercato. Per certi versi stabiliscono cosa si afferma sul mercato, ancor più delle biennali. Sicuramente queste ultime hanno il potere di incidere sulla carriera di un artista, lo riconoscono, ne testano il valore anche a livello istituzionale, ma se non ci sono in giro collezionisti che ne sostengono il lavoro, l’opera farà poca strada».
Maria Chiara Valacchi

«Il titolo mi piace perché propone, senza affermarla chiaramente, una proiezione in avanti.
In un momento storico di grandi attriti, geopolitici e culturali, credo che abbia molto senso che all’interno di questo format ci sia un’attenzione alle nuove generazioni di artisti che usano la pittura e nuovi autori che lavorano con la fotografia».
Saul Marcadent

«‘Cosa sarà’… Non si può cercare in fiera la novità. Quali sono gli spazi deputati? Sono le mostre in galleria, sono gli spazi indipendenti, sono le istituzioni virtuose che hanno voglia di scommettere sulla sperimentazione. Ma io percepisco molta calma, la situazione è molto stagnante, questa è la mia sensazione. Basti pensare che il Ministero dei Beni Culturali ha dato 270 mila euro per l’acquisizione di opere d’arte contemporanea a tutti i musei d’Italia che hanno almeno una sezione dedicata al contemporaneo, per il 2026. 270 mila euro in totale. Solamente i musei Amaci sono 27. 270 diviso 27 sono 10 mila euro per ciascuno, che devono bastare per comprare opere, fare l’allestimento e occuparsi del trasporto. A mio parere è lì che si annida una specie di zona d’ombra. Con questi presupposti non possiamo andare avanti. Non c’è davvero l’interesse dall’alto di aiutare in modo efficace, non c’è la dovuta sensibilità. Quindi forse la speranza è davvero nelle realtà indipendenti e negli individui che provano a fare progetti in autonomia».
Matteo Bergamini


Saverio Verini – Curatore e critico d’arte, attualmente Direttore del Sistema Museale di Spoleto
Marco Scotini – Curatore, critico d’arte e teorico
Andrea Bruciati – Storico dell’arte e curatore
Ludovico Pratesi – Curatore e critico d’arte
Saul Marcadent – Ricercatore universitario e curatore, attualmente docente all’Università Iuav di Venezia
Santa Nastro – Critica d’arte, giornalista e vicedirettrice della testata Artribune
Eva Brioschi – Storica e critica d’arte, attualmente curatrice della Collezione La Gaia
Gabriele Tosi – Curatore e critico d’arte
Adrienne Drake – Direttrice e curatrice della Fondazione Giuliani
Matteo Mottin – Curatore e giornalista, co-fondatore di Treti Galaxie
Maria Chiara Valacchi – Curatrice e giornalista
Ilaria Giaccio – Coordinatrice editoriale Artnews Italia
Matteo Bergamini – Critico d’arte, giornalista e  curatore