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Un Déjà vu inaspettato e mi chiedo se lo avessi già pensato

Testo di Marta Orsola Sironi Un Déjà vu inaspettato e mi chiedo se lo avessi già pensato è la nuova collettiva proposta da State Of_ con la curatela di Andrea Croce. Dal 21 gennaio scorso e fino al prossimo 18 febbraio, passeggiando per via Seneca a Milano è possibile imbattersi nelle opere di Giovanni Zanda […]

Pieces Stefania_Ruggiero – Installation View at Aretè Showroom – Un Déjà vu inaspettato e mi chiedo se lo avessi già pensato. – 2021 – Courtesy the artist and State Of – Milano IT – ph. Credits Francesca Aquilini
Pieces Stefania_Ruggiero – Installation View at Aretè Showroom – Un Déjà vu inaspettato e mi chiedo se lo avessi già pensato. – 2021 – Courtesy the artist and State Of – Milano IT – ph. Credits Francesca Aquilini

Testo di Marta Orsola Sironi

Un Déjà vu inaspettato e mi chiedo se lo avessi già pensato è la nuova collettiva proposta da State Of_ con la curatela di Andrea Croce. Dal 21 gennaio scorso e fino al prossimo 18 febbraio, passeggiando per via Seneca a Milano è possibile imbattersi nelle opere di Giovanni Zanda e Stefania Ruggiero. Imbattersi, proprio perché si tratta di una “mostra in vetrina”, che risponde all’ennesima situazione di lockdown sfruttando come spazio espositivo l’ingresso vetrato di Aretè Showroom. 

Déjà-vu, dunque, ma in che senso? Stando alla definizione dell’Enciclopedia Treccani un déjà-vu è “la sensazione illusoria di aver già visto una certa immagine o addirittura di aver già vissuto (déjà vécu) una determinata situazione” dovuta per lo più a influssi passati evocati in forma di ricordo, o più in generale “come ricordo di fantasie inconsce”. In seno alla medicina contemporanea vi è un acceso dibattito in merito a una concezione più o meno patologizzante di tale fenomeno psichico, considerato una forma d’alterazione dei ricordi (paramnesie). Teorie diverse e spesso contrastanti cercano ancora di darne una spiegazione univoca e capire che cosa ne sia la causa. In ogni caso, che si tratti o meno di una patologia, ciò che caratterizza il déjà-vu è il suo accadere improvviso. Senza voler scendere nei dettagli da addetti ai lavori in camice bianco, Andrea Croce e State Of_ si sono concentrati proprio su questo aspetto e sul legame che intercorre tra il fenomeno e i concetti di tempo e memoria, nella loro dimensione intrinsecamente soggettiva. La mostra è pensata per essere visitata di passaggio: attira l’attenzione di coloro che si trovano a camminare per la via, presentificandosi alla loro vista come un evento inaspettato. A tal proposito svolge un ruolo di primo piano la riflessione sull’allestimento e le sue possibilità di palingenesi semantica. L’approccio curatoriale gioca, infatti, con la molteplicità di immagini potenziali e contenuti di senso, che sono costantemente prodotti dalle relazioni tra oggetti e forme accostati tra loro e riflessi in continuazione nel vetro su cui insistono.  La decisione di condensare l’esposizione nel luogo bidimensionale della vetrina favorisce l’instaurarsi di un rapporto di rifrazioni percettive tra le opere, che irraggiano i propri messaggi nell’intorno. Rifacendosi alle teorie semiotiche di Roland Barthes riguardo la polisemia delle forme e la loro ricezione da parte dell’osservatore, l’invito dei curatori è quello di leggere i lavori come categorie simboliche riconducibili a un immaginario più o meno collettivo. 

Non è finita ancora Giovanni Zanda – Installation View at Aretè Showroom – Un Déjà vu inaspettato e mi chiedo se lo avessi già pensato. – 2021 – Courtesy the artist and State Of – Milano IT – ph. Credits Francesca Aquilini.
Non è finita ancora Giovanni Zanda – Installation View at Aretè Showroom – Un Déjà vu inaspettato e mi chiedo se lo avessi già pensato. – 2021 – Courtesy the artist and State Of – Milano IT – ph. Credits Francesca Aquilini.

Sia Giovanni Zanda che Stefania Ruggiero indagano la dimensione di tempo e le orme che esso lascia dietro di sé. Il primo propone a State Of_ una serie di adesivi che rappresentano alcuni dettagli di personaggi disegnati, esplicitamente derivati all’immaginario Disney. Tali particolari, però, si caratterizzano per leggere e inquietanti deformazioni: denti più lunghi e minacciosi del dovuto, unghie più affilate, peli più ispidi e così via. L’intento di Zanda è generare nello spettatore suggestioni legate all’infanzia, ma esplorate anche nei loro risvolti più cupi, per sottolineare la profondità, spesso non del tutto compresa ed accettata, di certe tracce oscure della crescita che si perpetuano nell’inconscio degli individui.

La dialettica tra ciò che è stato e ciò che ancora può essere è alla base della ricerca di Stefania Ruggiero, che esplora la mutazione degli oggetti con una pratica molto personale, al confine tra design e arte. I grandi specchi installati a State Of_ sono il risultato della rigenerazione di frammenti spezzati, accolti da una culla di resina e riportati alla propria funzione originaria. Da un lato la nuova cornice, in virtù della sua trasparenza, permette di conservare la memoria del trauma passato, dall’altro conferisce al tutto una forma organica, che supera la bidimensionalità del prodotto-specchio, invitando il pubblico a una maggiore intimità visiva con quella che è divenuta a tutti gli effetti un’opera. 

Nella trilogia di Matrix il déjà-vu era il sintomo di un malfunzionamento del sistema e preannunciava situazioni nefaste al suo interno. A livello scientifico si parla invece di un disturbo di natura psicologica e neuropsicologica. Molti teorici della memoria, prima fra tutti Aleida Assmann, pur non chiamando in causa apertamente il déjà-vu, situano il ricordo in una dimensione duplice, di ricordo attivo come spazio di identificazione che interrompe il flusso degli avvenimenti e ricordo passivo, come emersione arbitraria e persecutoria di un foglio, che, citando Nietzsche, si “stacca dal rotolo del tempo, cade, vola via –  e rivola improvvisamente all’indietro, in grembo all’uomo”. In questo filone di discussioni si inserisce Un Déjà vu inaspettato e mi chiedo se lo avessi già pensato, che pur senza pretese di verità accademica, ma dando adito a diverse rifrazioni, sia visive che di pensiero, apre una prospettiva inedita sull’evocatività, più o meno certa o più o meno definibile, prodotta da una traccia mnemonica nel suo riemergere alla coscienza.

Installation View at Aretè Showroom – Un Déjà vu inaspettato e mi chiedo se lo avessi già pensato. – 2021 – Courtesy the artist and State Of – Milano IT – ph. Credits Renata Vesely.