
Una genealogia dell’immagine, non una cronologia
La storia dell’arte italiana è costellata di figure che sfuggono alle classificazioni più consolidate e Umberto Bignardi (Bologna, 1935 – Milano, 2022), occupa una posizione particolare, vicino ai protagonisti della Roma degli anni Sessanta, ma mai pienamente riconducibile alla Scuola di Piazza del Popolo, interessato alla pittura, ma altrettanto attratto dalla fotografia, dalla grafica, dall’immagine riprodotta e dai meccanismi della comunicazione visiva. Lo spettacolo delle immagini, la mostra curata da Lorenzo Madaro per Vistamare, sceglie di non raccontare questa complessità come una successione di fasi, bensì come un unico pensiero che attraversa il tempo, rendendo evidente quanto la ricerca di Bignardi continui a interrogare il nostro presente.
La mostra mette così in crisi l’idea evolutiva dell’opera, preferendo mostrare una pratica che torna continuamente su sé stessa, trasformandosi senza mai abbandonare le proprie domande fondamentali. È una lettura che restituisce a Bignardi il ruolo di autore appartato ma decisivo, capace di attraversare pittura, fotografia, grafica e cultura visuale senza mai aderire completamente a nessuna di queste discipline.
Quando la pittura diventa memoria della materia
Tra le opere più sorprendenti del percorso figurano le diverse versioni di Fiora (1957-1959), collocate nelle sale come una sorta di origine remota dell’intero racconto espositivo. Emerge una pittura densa, quasi ferrosa, costruita attraverso velature scure da cui affiorano improvvisi bagliori di bianco, rosso e oro, facendo della superficie un luogo di sedimentazione più che di rappresentazione. Le tele sembrano trattenere tracce di cancellazioni, iscrizioni sommerse, residui di immagini che non vogliono diventare figura. È significativo che Madaro scelga proprio queste opere come punto di approdo del percorso, invertendo il tempo della mostra, nelle Fiora si riconosce infatti il laboratorio originario di tutto ciò che Bignardi svilupperà negli anni successivi, quando il rapporto con la riproduzione tecnica e con la cultura mediale entrerà stabilmente nella sua ricerca.




Contro la Pop Art, oltre l’informale
La vicinanza di Bignardi alla Roma della Scuola di Piazza del Popolo potrebbe indurre a leggerlo come una variante italiana della Pop Art, ma sarebbe però una semplificazione. Bignardi sembra interessato al momento precedente, quando l’immagine non è ancora icona ma processo, frammento, deposito. L’amicizia con Cy Twombly e il dialogo con figure come Alberto Boatto diventano allora più illuminanti delle appartenenze generazionali, in Bignardi la scrittura non comunica, registra, il segno non descrive, trattiene il tempo; la pittura non rappresenta la sua continua trasformazione del visibile. Da questo punto di vista il titolo della mostra, ripreso da un’espressione coniata da Boatto nel 1967, conserva una straordinaria attualità: lo “spettacolo delle immagini” non riguarda la loro proliferazione, ma il loro incessante mutare di stato.
Una mostra che restituisce un artista al presente
L’aspetto più convincente dell’esposizione risiede proprio nel suo rifiuto della commemorazione. Bignardi, scomparso nel 2022, non viene presentato come una figura da riscoprire per ragioni storiografiche, ma come un autore capace di parlare direttamente al presente, in un momento in cui il rapporto tra immagini, memoria e riproduzione è tornato al centro del dibattito contemporaneo. Anche il nucleo documentario proveniente dall’Archivio Bignardi evita il tono celebrativo, inviti, fotografie, materiali editoriali e testimonianze non illustrano semplicemente una biografia, ma ricostruiscono il sistema di relazioni culturali entro cui la sua ricerca si è formata. Ne emerge un artista che non ha mai inseguito la centralità del sistema dell’arte e che proprio per questo oggi appare sorprendentemente attuale.



