ATP DIARY

Trullo Ulìa, una casa per una Puglia contemporanea

Prima ancora di produrre valore, l’arte può produrre movimento, creare uno scopo per entrare in una contrada, fermarsi, osservare una casa. Trullo Ulìa propone un ingresso, invitando ad ascoltare e vivere le atmosfere e la storia del luogo. 

C’è una differenza sostanziale tra portare un’opera in un luogo e lasciare che sia il luogo a entrare nell’opera. Per Trullo Ulìa, nella campagna di Ostuni, diventa il principio essenziale alla base della sua nascita e del suo sviluppo. Lo si comprende nell’ultima mostra Sun-kissed, Red Soil, Salt Skin di Pacifico Silano, che trova nel contesto domestico del trullo una dimensione che ne amplifica la lettura della sua arte.
Non è una galleria trasferita in campagna, nemmeno un interno trasformato in scenografia per il turismo. È una casa, uno spazio intimo reso un’infrastruttura culturale.
Un progetto tutt’altro che inedito in Puglia – ma unico nel suo modo di rapportare opera, architettura e territorio, partendo da una domanda: cosa distingue un progetto culturale da una mera strategia di posizionamento turistico?
Trullo Ulìà, fondato da Michele Spinelli, nasce dal recupero di un antico trullo saraceno del Cinquecento, reinterpretato con elegante savoir-faire dall’architetto Simone Esposito, che ne ha rivisto la struttura originaria per aprirlo a una nuova idea dell’abitare.
Il simbolo della Puglia raccontata e riconosciuta attraverso queste strutture uniche al mondo, viste in passato come il segno dell’isolamento della campagna e di una ruralità lontana dal progresso e dalla modernità. Architetture costruite con i materiali offerti dal territorio: una Puglia contemporanea raccontata da tv, giornali, social e presa d’assalto, mentre in passato quasi nessuno ci arrivava per cercare ispirazione, per studiarne i suoi valori.
I trulli, le lamie e altre costruzioni tipiche si sono così potute sviluppare senza rispondere a un gusto esterno, espressione di una Puglia che, per lungo tempo, non aveva bisogno di rappresentarsi.
Oggi sono entrati nel vocabolario internazionale dell’ospitalità e del turismo, anche un po’ chic, all’italiana. In questo rovesciamento – da architettura necessaria a immagine del desiderio – si inserisce la riflessione di Trullo Ulìà.
Michele, il fondatore, insieme all’architetto Simone, conoscitori nel territorio e in grado di leggere le sue stratificazioni, hanno voluto intervenire su un luogo che fonde eleganza, contemporaneità e praticità, immaginando una programmazione artistica che si sposa alla perfezione con quanto costruito. 
Dalla costola di Ulìa si è sviluppato il festival Ulìa Art Project, nato con la Galleria FuoriCampo di Siena, con l’intento di portare l’arte contemporanea nei luoghi della Valle d’Itria.

«Volevamo riattivare la relazione con la contrada», ci spiega Simone Esposito sugli obiettivi del progetto. Masserie, case rurali, trulli, chiese e altri edifici, tappe raggiungibili anche a piedi, che fanno dell’esperienza artistica una forma di esplorazione.
Dal primo intervento di Davide Sgambaro, che fece esplodere dei petardi all’interno del trullo – installazione acquisita dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo dopo la fiera Artissima nel 2025 – ai lavori di Remo Salvadori e Giovanni Oberti, nel 2026 Trullo Ulìa ospita la mostra Sun-kissed, Red Soil, Salt Skin di Pacifico Silano.

L’artista statunitense, di quinta generazione e con origini familiari siciliane, arrivava in Puglia con un bagaglio molto articolato sul Sud. «Il suo dialogo con il territorio è iniziato ancor prima di arrivare da noi» ci spiega Michele. Nella sua ricerca ci sono evidenti riferimenti ad un’estetica pornografica americana proveniente dagli anni Settanta e Ottanta. Silano ritaglia, sovrappone, altera e ricompone, giocando con le proporzioni e con il linguaggio carnale del corpo. Il risultato è un percorso che ricorda, sorprendentemente, i colori cinematografici del paesaggio pugliese, l’importanza del silenzio, del tempo, dell’intimità.
Il corpo maschile è al centro di tutto, ma non come performance o eroticità, quanto più un’entità vulnerabile, colto in azioni quotidiane circondato dal paesaggio o, come in una delle stanze, a letto in compagnia di un gatto. Collocate in punti strategici della casa e capaci di intercettare lo sguardo di chi entra, osservano mentre vengono osservate. Il confronto opera-visitatore cambia a seconda della stanza, della distanza, della luce. L’opera nel bagno, un ragazzo con un asciugamano verde a coprirgli le parti intime, acquista una relazione con l’ambiente, con gli oggetti, con una lampada Pausania di Ettore Sottsass nella nicchia sopra al letto.
A partire da questo trittico tra casa, arte e territorio, Trullo Ulìa apre al futuro della Puglia.
Negli ultimi anni la regione ha visto crescere festival, residenze, progetti indipendenti legati all’arte.
Bisognerebbe, dunque, visti i presupposti, capire che tipo di ospitalità può nascere quando l’arte non viene utilizzata solo per qualificare un luogo, ma diventa parte della sua stessa struttura culturale. In questo caso, l’ospitalità non si ferma solo al pernottamento, ma riguarda l’accoglienza, l’offerta di mostre o progetti culturali, di momenti di incontro tra persone e artisti.

In Puglia, la presenza di architetture rurali, piccoli centri, contrade e paesaggi abitati offrono una grande quantità di luoghi che potrebbero essere riattivati attraverso la cultura, una ricchezza che non dovrebbe essere letta soltanto in termini di attrazione turistica, perché il rischio è che l’interesse crescente verso questi luoghi finisca per trasformarli nella versione più levigata di sé stessi: il trullo come immagine, la campagna come sfondo, l’arte come elemento di distinzione per un pubblico internazionale alla ricerca dell’ennesima esperienza esclusiva. Non basta inserire un artista contemporaneo dentro un edificio storico per produrre automaticamente un’operazione culturale. La differenza la fa il modo in cui il progetto interpreta il contesto.

Trullo Ulìa porta questa intuizione dentro una scala più intima.
Non costruisce semplicemente un nuovo contenitore per la cultura, ma prova a trasformare una casa in una condizione di apertura. Ulìà, nel dialetto salentino, ha due significati: l’ulivo (frutto da cui avviene l’estrazione dell’olio) e “ulia”, utilizzata per esprimere con “cce ulia” (che vorrei) un forte desiderio verso qualcosa. Non una dichiarazione di ciò che un luogo deve diventare, ma la possibilità di immaginare quello che ancora potrebbe raggiungere.

La Puglia è diventata una meta. Prima di definirsi tale, però, è un territorio che non può essere ridotto a cosa ha da offrire in un paio di mesi estivi o per chi pernotta qualche giorno/settimana.
Dentro le immagini o i video che scorrono sui nostri schermi esistono paesi, lavori, memorie, sofferenze, zone che hanno conosciuto l’abbandono e altre che continuano ad essere abitate. Esiste una cultura che non coincide con quella versione che l’algoritmo ha imparato a riproporre.
«La mia idea sarebbe quella di poterlo far diventare un luogo per l’arte, per artisti, designer, pensatori, persone con un certo tipo di sensibilità e che abbiano voglia di trascorrere del tempo qui» testimonia l’impegno di Michele Spinelli nel progetto.
Occorre guardare alla Puglia con un rispetto diverso, con una capacità propria di costruire pensiero, cultura, architetture, comunità. Il passaggio più difficile, forse, è smettere di chiedere al Sud di essere riconoscibile, e di poter essere contemporaneo senza, naturalmente, sottrarre ciò che lo ha preceduto.
Prima ancora di produrre valore, l’arte può produrre movimento, creare uno scopo per entrare in una contrada, fermarsi, osservare una casa, conoscere chi ha deciso di viverci. Trullo Ulìa propone un ingresso, invitando ad ascoltare e vivere le atmosfere e la storia del luogo. 

Trullo Ulìa 2026 © Barbara Rigon