ATP DIARY

Una storia di dare e ricevere: così Tide of Returns racconta il rimpatrio dei beni culturali | Ocean Space, Venezia

Tide of Returns - visitabile fino all’11 ottobre - ci mostra l’importanza dell’appartenenza e del “ritorno” come processo di rinnovamento e cura.
Verena Melgarejo Weinandt, “Weaving Connections”, 2026. Vista della mostra “Tide of Returns” [Onde di Ritorni], Ocean Space, Venezia. Commissionata e prodotta da TBA21–Academy. Foto: Jacopo Salvi

Con Tide of Returns [Onde di ritorni] Ocean Space inaugura la stagione espositiva 2026 riaffermando il proprio impegno nell’affrontare questioni necessarie, tanto nel campo artistico quanto in quello sociale e politico. La mostra, a cura di Khadija von Zinnenburg Carroll, presenta la ricerca del Repatriates Collective: un gruppo internazionale di artiste e artisti che indaga i processi di restituzione dei beni culturali, mettendone in luce le complesse implicazioni storiche, giuridiche ed emotive. Al centro del progetto si colloca il tema del rimpatrio culturale, inteso non solo come rivendicazione ma anche come atto di cura.
In dialogo con le cosmovisioni indigene e con il potere trasformativo dell’acqua, le opere esplorano la possibilità di superare forme di violenza culturale, ridefinendo l’idea stessa di “ritorno” come processo di rinnovamento e trasmissione intergenerazionale. In questo contesto, le storie delle comunità indigene in Australia e Namibia assumono un ruolo centrale: a partire dal 2022, diversi manufatti sono stati restituiti ai territori in questione tra cui le Dadikwakwa-kwa, bambole rituali realizzate con conchiglie e tessuti. Più che semplici oggetti, queste figure rappresentano saperi ancestrali e pratiche educative. Attraverso queste bambole, le bambine apprendono i cicli della vita, il rapporto con la terra e la costruzione dell’identità tanto che, in alcune regioni della Namibia, il nome attribuito a queste diventa quello del primo figlio o figlia, sottolineando il legame profondo tra genealogia e trasmissione culturale.

Repatriates Collective, “From My Mother’s Country”, 2026. Vista della mostra “Tide of Returns” [Onde di Ritorni], Ocean Space, Venezia. Commissionata e prodotta da TBA21–Academy. Foto: Jacopo Salvi
Repatriates Collective, “From My Mother’s Country”, 2026. Vista della mostra “Tide of Returns” [Onde di Ritorni], Ocean Space, Venezia. Commissionata e prodotta da TBA21–Academy. Foto: Jacopo Salvi

Entrando nell’ex Chiesa di San Lorenzo, si viene accolti da From My Mother’s Country (2026), un’imponente installazione immersiva che occupa la navata ovest: un paesaggio di dune di sabbia rossa, abitato da migliaia di Dadikwakwa-kwa, che trasforma lo spazio in una polifonia di presenze. Le dimensioni delle dune, insieme al proliferare delle bambole, producono uno slittamento percettivo in cui il paesaggio appare al tempo stesso monumentale e miniaturizzato, questo permette di avere uno sguardo differente e suggerisce una visione precoloniale del mondo. L’installazione è accompagnata da un film che documenta il processo di creazione, vestizione e benedizione delle bambole prima del loro viaggio verso Venezia, restituendo la dimensione rituale e comunitaria di queste pratiche.
Nella navata est, Weaving Connections (2026) di Verena Melgarejo Weinandt sviluppa un diverso registro, più intimo e processuale. Un ambiente tessile fatto di intrecci blu attraversati da lunghe trecce nere richiama contemporaneamente il fluire dell’acqua e la materialità del corpo. Al suo interno, un video a tre canali segue una performance di preparazione, intreccio e lavaggio dei tessuti in un fiume: un gesto ciclico che diventa metafora di guarigione, continuità e trasformazione.
L’idea dell’opera nasce dalla volontà di esplorare il modo in cui vengono raffigurate le popolazioni indigene nell’immaginario culturale della Germania e nei media di massa. Così, Weaving Connections esprime la necessità di un cambio sistematico rispetto alle narrazioni violente e coloniali e, in questo contesto, l’acqua agisce come agente relazionale, mettendo in crisi le separazioni imposte da tali rappresentazioni.

Come sottolinea Markus Reymann – co-direttore di TBA21 Thyssen-Bornemisza Art Contemporary – la scelta della Chiesa di San Lorenzo non è neutrale: lo spazio, segnato da secoli di scambi, commerci e stratificazioni storiche, entra in risonanza con le pratiche del collettivo, dando forma a un confronto con le dinamiche dello spostamento e della circolazione che attraversano tanto Venezia quanto le storie dei beni restituiti.
Costruita attorno ai gesti del dare e del ricevere, Tide of Returns si configura così come un momento per ripensare le relazioni tra comunità, oggetti e territorio. Come le maree evocate nel titolo, la mostra mette in scena un movimento continuo di flussi e riflussi, in cui la restituzione diventa impegno e cura condivisa.

Repatriates Collective, “From My Mother’s Country”, 2026. Vista della mostra “Tide of Returns” [Onde di Ritorni], Ocean Space, Venezia. Commissionata e prodotta da TBA21–Academy. Foto: Jacopo Salvi
Repatriates Collective, “From My Mother’s Country”, 2026. Vista della mostra “Tide of Returns” [Onde di Ritorni], Ocean Space, Venezia. Commissionata e prodotta da TBA21–Academy. Foto: Jacopo Salvi
Verena Melgarejo Weinandt, “Weaving Connections”, 2026. Vista della mostra “Tide of Returns” [Onde di Ritorni], Ocean Space, Venezia. Commissionata e prodotta da TBA21–Academy. Foto: Jacopo Salvi