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Le stratificazioni visive di Lorna Simpson a Punta della Dogana

È in corso fino al 22 novembre la mostra “Third Person”, che trae il suo titolo da una riflessione sulla distanza critica, la molteplicità delle identità e la natura della rappresentazione. 
(floor) Lorna Simpson, Black Totem, 2025, courtesy of the artist and Hauser & Wirth. (wall, from left to right) Lorna Simpson, Then & Now, 2016, Tate: Presented by Tate Americas Foundation, purchased using endowment income 2017, accessioned 2021 (T15605); Three Figures, 2014, Forman Family Collection; Black Nebula, 2016, Collection of the artist; Polka Dot & Bullet Holes #2, 2016, The Holly Peterson Collection, New York Installation views, Lorna Simpson. Third Person, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection

Spiccano tre opere nella prima sala di Punta della Dogana, cornice perfetta per la mostra Third Person nell’artista statunitense Lorna Simpson (1960). Una colonna di quasi 4 metri di riviste impilate – Ebony e Jet – che domina la sala, tre giovani che tentano di darsi la mano per non finire nell’evanescenza pittorica di una paesaggio sfucato, un corpo in un abito senza spalline, tratto da un fotogramma del film horror Carrier. Queste tre opere, per sintesi, parlano dell’universo visivo dell’artista. Black Totem (2025), consiste in una raccolta di Ebony e Jet – la prima è una storica e influente rivista mensile statunitense fondata nel 1945, interamente dedicata alla cultura, alla società e alle personalità di spicco della popolazione afroamericana; Jet, fondata nel 1951, era un settimanale focalizzato sulla cultura, politica, moda e intrattenimento afroamericano – che l’artista ha utilizzato per costruire, narrare e ampliare la sua archivio visivo, per realizzare  i dipinti e i collage, ma soprattutto è un bacino fondamentale per esplorare in modo critico i meccanismi delle costruzione delle immagini. 

Se quest’opera svela e racchiude il suo bacino di estrazione visiva, con il grande quadro Nightmare? (2015), la Simpson immerge una grande figura nell’ombra, tra liquide pennellate che definiscono un corpo ambiguo e spettrale. Al corpo non coincide il volto, è evidente qui una delle tecniche che da sempre contraddistingue la prassi dell’arista: quella di accostare, unire, sovrapporre immagini diverse. E in questo incastro imperfetto, le immagini non coincidono mai: sbavature, dislivelli, discrepanze cromatiche rivelano l’inadattabilità delle forme. E in questi errori (voluti) emerge la forza e la violenza delle sue opere. 

Da qui l’intensità della terza opera. Un quadro d’azione, rappresentato ed eseguito con la forza del gesto pittorico che mentre costruisce l’immagine, deforma la realtà per renderla più cruda e toccante. Three Figures (2014) è eseguito a inchiostro e serigrafia su dodici pannelli Claybord. Basato su una foto dell’Associated Press, questa immagine racconta di un epoca dei diritti civili e mette a fuoco due donne e un uomo mentre vengono bagnati dalla polizia per essere dispersi, mentre cercano di tenersi per mano. L’avvenimento, realmente accaduto a Birmingham, in Alabama, durante una protesta contro la segregazione razziale nel 1963, è restituito dall’artista come un’immagine ‘spezzata’, brutale, torturata nella sua esecuzione e impietosa nel rappresentare, prima che un evento reale, un sentimento di forte protesta e instabilità. 

Non è mai una bella pittura quella che cerca la Simpson: consapevole di vivere in un mondo costantemente sotto assedio dal’eruzione perpetua di immagini, lei compie la scelta di scavare nel mondo visivo per evincerne le peculiarità e gli aspetti più incisivi.

Installation views, Lorna Simpson. Third Person, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection

Diventata famosa a metà degli anni ottanta per il suo approccio concettuale e performativo alla fotografia. Lo stile dell’artista combina immagini di grande formato con testi di accompagnamento, sfidava i punti di vista convenzionali su genere, razza, identità, cultura, storia e memoria. Dalla metà degli anni 2010, la pittura si è imposta come un campo di esplorazione particolarmente fecondo del suo lavoro, attraverso il quale prolunga e approfondisce le grandi questioni che attraversano la sua opera: l’erosione e la ricomparsa della memoria, le falle della rappresentazione, l’instabilità dei racconti.

Se nella prima sala le opere evidenziano figure enigmatiche, avvenimenti  storici e tensioni politiche, la seconda sala si apre verso visioni più contemplative. Sempre partendo da una base fotografica, attinta da archivi di spedizioni, l’artista propone panorami artici di indubbia bellezza domanata da intensi blu e grigi dove, quasi per evaporazioni, appaio dei corpi e dei volti. Profili eleganti capovolti, occhi che sembrano spiare da dietro una tenda, figure che sembra sciogliersi come grandi iceberg, addensamenti nuvolosi che acquistano materialità come fossero sculture. 
Scrive la curatrice della mostra Emma Lavigne: “Levitando nel percorso espositivo come fossero iceberg alla deriva allontanatisi dalle acque polari fino a quelle della laguna, o come il memento mori di un continente in via di sparizione, le distese bluastre e argentate dei dipinti della serie Ice emanano un profondo senso di solastalgia. Risvegliano il ricordo della solitudine metafisica dei paesaggi di di Caspar David Friedrich, delle cartografie suggestive prive di orizzonte delle Ninfee dipinte da Monet durante la Prima guerra mondiale e dei color field paintings quasi monocromi di Barnett Newman, Clyfford Still e Mark Rothko, in cerca dell’effetto di infinito del sublime descritto da Edmund Burke.” 

E in questa sala, che esige contemplazione, nello spazio Simpson ha installato una serie di sculture- altari di lastre di porfido  impilate una sull’altra, collocandoci sopra delle ciotole musicali di ossidiana (Vibrating cycles, 2026). 
In mostra ci sono altre presenze scultoree: dei blocchi di vetro che simulano del ghiaccio, installati accanto a pile di Ebony e Jet, quasi a creare una idiosincrasia tra la fragilità delle carta a contatto con l’acqua, ma anche per evidenziare la durezza del vetro da sempre materiale sinonimo di fragilità e trasparenza. 

Installation views, Lorna Simpson. Third Person, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection
Installation views, Lorna Simpson. Third Person, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection

In un’altra stanza, sono protagonisti una lunga serie di 40 collage. Da circa quindici anni, questa tecnica occupa un posto centrale nel processo creativo di Simpson. Attingendo da un vasto archivio visivo, l’artista fa di questa pratica un terreno di sperimentazione in cui giustapposizioni, slittamenti di senso e associazioni libere trasformano queste immagini in “source notes” destinate a ispirare, in seguito, molte delle sue composizioni. L’esposizione mette in luce tutta la ricchezza di un linguaggio concettuale e plastico multiforme, che attribuisce un grande spazio all’intuizione. 

Nel Cube di Tadao Ando, punto centrale della mostra, sono presentati una serie di grandi ritratti e di  enigmatiche e maestose figure femminili. Queste grandi figure fugaci che emergono da un vivace chiaroscuro, si fondono con reti di stelle, aloni di luce e nebbie colorate, indecise se farsi vapore o diventare corpi umani. Romantiche e crepuscolari queste figure mitiche simulano dei gesti che ricordano lo studio, il pensiero e le attività creative. Per la loro bellezza ambigua ed evanescente, questi esseri femminili mutevoli suggeriscono connessioni tra presenza umana, il cosmo, le forme geologiche e la materiala vivente. 

In mostra anche due opere video. Un video in loop di appena 14 secondi, Walk with me (2020), è un ritratto in movimento dai toni seppia di tre donne i cui volti sono digitalmente assemblati in un collage. Il trio di Walk with me sbatte le palpebre impassibile, le teste si muovono leggermente, le acconciature vintage sono impeccabili, i busti sono drappeggiati solo da pesanti e lucenti fili di perle. L’installazione video a canale singolo Cloudscape (2004) presenta una figura maschile solitaria che fischietta sommessamente attraverso una foschia. La sua forma svanisce, come un fantasma, apparendo e scomparendo man mano che la nebbia si infittisce e si dirada. Invertendo e ripetendo il video, Simpson crea un’inquietante eco visiva e sonora che ci invita a interrogarci sia sulla visibilità che sulla temporalità.

Scrive Emma Lavigne: “Sporcando il pallore sfumato di questi giganti bianchi, come altrettanti Moby Dick minacciati di estinzione e alla deriva senza punti di riferimento, allontana quell’aspirazione al sublime che nell’era del Capitalocene è ormai superata. Le opere lasciano affiorare le loro fonti, attinte nelle immagini d’archivio e nell’infinito serbatoio della rete digitale che inghiotte, banalizza e romanza la scomparsa del vivente.” 

Cover: Lorna Simpson, Tried by Fire (detail), 2017, courtesy of the artist and Hauser & Wirth. Installation views, Lorna Simpson. Third Person, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection

(from left to right) Lorna Simpson, For or by the eyes, 2023, Ursula Hauser Collection, Switzerland; Third Person, 2023, Private Collection Installation views, Lorna Simpson. Third Person, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection
Lorna Simpson, Tried by Fire (detail), 2017, courtesy of the artist and Hauser & Wirth. Installation views, Lorna Simpson. Third Person, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection
(from left to right) Lorna Simpson, All Night, 2021, Forman Family Collection; Observer, 2021, Collection of Marguerite Steed Hoffman; Painting, 2025, courtesy of the artist and Hauser & Wirth Installation views, Lorna Simpson. Third Person, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection