
You Must Change Your Life! Il 6 settembre è inaugurata la 16ª edizione della Gwangju Biennale, la più longeva e importante biennale d’arte contemporanea in Asia, fondata nel 1994 e inaugurata nel 1995 (in corso fino al 14/02/27). Con 43 artisti, quella di quest’anno è l’edizione più contenuta nella storia della Biennale: nel 2024 erano 72. Una scelta precisa del curatore e direttore artistico Ho Tzu-nyen, di origini singaporiane, che ha voluto privilegiare la presenza di più opere per ogni artista, per restituire maggior spazio e profondità ai singoli percorsi.
«Un viaggio, un’esperienza davvero formativa», così le prime dichiarazioni dei tanti visitatori che in questi giorni si stanno addentrando nelle varie sedi della manifestazione. Un evento che riesce a parlare di arte, politica, ambiente, temi umani, a dimostrazione di come Gwangju e tutto il suo territorio siano sempre molto aperti al dialogo e alla comunicazione.
Nella storia contemporanea, Gwangju è diventata sinonimo di resistenza. Il suo nome richiama inevitabilmente al 18 maggio 1980 e al movimento di democratizzazione che, in quei giorni, vide cittadini e studenti della Chonnam University protestare contro la dittatura militare. Un episodio che occupa un posto centrale nell’identità del Paese.
La 16ª Biennale in Corea del Sud ha per titolo You Must Change Your Life, verso conclusivo della poesia Torso arcaico di Apollo di Rainer Maria Rilke. Nel poema, davanti a una scultura antica priva di testa e braccia al museo del Louvre, lo spettatore vive un incontro così intenso con l’opera da sentirsi chiamato a trasformarsi. Una tensione che viene interpretata come una pratica da sperimentare nel tempo, nel corpo e nelle relazioni con la vita.
Sono tanti i temi e gli argomenti inseriti in campo a Gwangju. Questo è il senso di una Biennale: creare uno spazio pubblico e democratico in cui la storia, la memoria e le trasformazioni del presente possano a essere discusse e continuare a produrre nuove domande.
Se, da una parte, la Biennale parte dall’idea che l’incontro con l’arte produca una trasformazione nel soggetto, l’Italia si chiede: quanto del desiderio di cambiare nasce realmente da noi e quanto dalle immagini, dai modelli, dagli sguardi a cui continuamente ci esponiamo?
Il Padiglione Italiano si inserisce in questa riflessione con The Look is A Li(k)e, all’interno del Donggok Museum of Art. Il progetto è stato curato da Irene Campolmi e ha come principale commissario l’Istituto Italiano di Cultura di Seoul.
Per approfondire queste riflessioni, abbiamo ascoltato la curatrice Irene Campolmi, discutendo delle scelte alla base del progetto, del potere trasformativo dello sguardo e dello scambio creativo tra i cinque artisti: Dew Kim, Ru Kim, Raffaela Naldi Rossano, SAGG Napoli e Davide Stucchi.


Giulio Fonseca: Irene, il titolo The Look is A Li(k)e gioca sulla sovrapposizione tra “like” e “lie”, due parole contemporanee molto importanti. Quale valore assume in questa frase il termine “Look”?
Irene Campolmi: La protagonista del titolo è proprio la parola “look”, che in inglese possiede molti significati: apparenza, aspetto, ma anche sguardo, e si riferisce a ciò che è visibile dall’esterno.
Allo stesso tempo, “to look”, il verbo da cui deriva, significa “guardare” e, nei suoi diversi utilizzi — to be looked at, to look after, forward or at — rimanda alla proiezione dello sguardo verso un tempo in cui ciò che vediamo si fonde con le aspettative che vi proiettiamo.
Il Padiglione riflette quindi sul look come costruzione attorno alla quale si organizzano molte delle nostre vite contemporanee. Nella società globalizzata, costruire la propria apparenza è diventato quasi una condizione dell’esistenza: qualcosa che ci permette di funzionare in un mondo che fatica a percepire ciò che si trova sotto la superficie delle cose. Quando il look non viene riconosciuto come “buono”, continua incessantemente a cercare visibilità. Eppure, tanto il look fisico quanto quello digitale possono ingannare: immagini non modificate convivono con altre filtrate, così come corpi non alterati convivono con corpi trasformati da interventi estetici e pratiche di auto-ottimizzazione. Il look diventa un portale attraverso cui accediamo al mondo e, allo stesso tempo, lo costruiamo: che si tratti di un selfie, di un oggetto, di una relazione o di un ambiente, tutto confluisce in un flusso continuo di apparenze.
In questa condizione frammentata, in cui le estetiche orientali e occidentali si influenzano e si appropriano reciprocamente, guardare — ed essere guardati — funziona come un dispositivo disciplinare capace di rimodellare i canoni estetici. Riunendo artisti italiani e sudcoreani, la mostra mette in discussione l’idea di rappresentazione nazionale e indaga il modo in cui le norme estetiche determinano ciò che diventa visibile e socialmente leggibile. I cinque artisti esplorano diverse dimensioni del look, dialogando tra i loro Paesi, in cui apparenza, reputazione, stile e autorappresentazione hanno contribuito a definire l’identità culturale e nazionale.
GF: Quando hai iniziato a concepire il progetto, quale trasformazione del concetto di “apparenza” volevi esplorare rispetto alla tradizionale opposizione tra essere e apparire?
IC: Nel mondo globale in cui viviamo, dove l’aspetto fisico è diventato centrale e non c’è tempo per approfondire se stessi, volevo soffermarmi su una nuova apparente verità: il “look”, l’aspetto esteriore, è in grado di plasmare le realtà esistenti e persino di crearne di nuove. Giocando sui diversi significati contenuti nel titolo — il look come like, come somiglianza, ma anche come lie, come menzogna — il Padiglione indaga l’apparenza non come riflesso passivo della realtà, ma come una forza che produce attivamente la realtà stessa. The Look is A Li(k)e è una mostra che potremmo paragonare all’esperienza di ascoltare un CD composto da tracce sonore diverse tra loro, ma codificate all’interno di un unico formato coerente che attiva una riflessione di carattere metacuratoriale su cosa significhi, oggi, per una mostra d’arte “apparire bella”.


GF: Nel testo curatoriale affermi che viviamo in una “culture of permanent visibility”: siamo guardati e sempre più spesso finiamo per assomigliare a ciò che osserviamo. Il bisogno di essere visti è oggi, secondo te, una forma di disciplina?
Non parlerei tanto del bisogno di essere visti come forma di disciplina, quanto della consapevolezza di essere costantemente visibili come forma di controllo. La disciplina, per me, è piuttosto ciò che ne consegue: comportamenti e pratiche che adottiamo, consapevolmente o meno, per aderire a determinati canoni di professionalità, bellezza, desiderabilità o accettabilità sociale.
In questo senso, il “look” si fa condizione dell’esistenza contemporanea e il sapere di essere costantemente osservati sia nello spazio fisico che in quello digitale modifica il modo in cui ci presentiamo e percepiamo noi stessi. È il paradosso della “culture of permanent visibility”: non dobbiamo necessariamente conformarci, perché la consapevolezza dello sguardo altrui può essere sufficiente a disciplinarci. Da italiana che vive nei Paesi nordici da diciotto anni, ho portato con me un’idea profondamente radicata di “immagine pubblica”: una reputazione che si costruisce anche attraverso lo sguardo degli altri e il confronto con chi ci circonda. Ogni “look” che assumiamo — professionale, personale, fisico, sessuale o ideologico — può essere pensato come un copione da performare, che mettiamo in scena ogni volta che lo reiteriamo.
Judith Butler ha mostrato come l’identità possa essere intesa proprio attraverso questa dimensione performativa: non come l’espressione di una verità interiore stabile, ma come l’effetto di atti ripetuti che reiterano norme sociali. La ripetizione può, quindi, diventare una forma di obbedienza estetica: il look produce e rafforza un senso di appartenenza, rendendo il corpo leggibile all’interno di determinati regimi di visibilità.
A livello culturale, lo studioso coreano Kyung Hyun Kim, in Hegemonic Mimicry (2021), mostra come le culture possano appropriarsi e rielaborare i regimi visivi dominanti, trasformandoli in codici egemonici. La prospettiva permette di pensare il look non solo come una questione individuale, ma come un principio di organizzazione globale, attraverso cui determiniamo quali corpi, identità e culture possano apparire desiderabili o culturalmente “leggibili”.
La disciplina emerge nella consapevolezza di essere sempre visibili e nella necessità di continuare a produrre un’immagine di sé.


GF: Da curatrice, qual è stato il lavoro necessario a mettere in relazione le diverse sensibilità dei cinque artisti attorno a un unico tema, senza rischiare di forzarle dentro un’unica lettura curatoriale?
IC: Curare una mostra è un po’ come creare un piccolo microcosmo, come organizzare una festa o una cena tra persone che non si conoscono: è importante non forzare le relazioni, ma essere un buon host, affinché ciascuno possa trovare i propri tempi e modi per comunicare e sentirsi a proprio agio. È un processo necessariamente polifonico: sono le diverse voci e visioni, insieme al dialogo costante tra spazio, pratica artistica e framework curatoriale, a determinare progressivamente un mood che finisce per attraversare l’intera mostra. In questo caso, il mio obiettivo non era semplicemente creare una “bella mostra” o raggiungere una sintesi armoniosa delle cinque posizioni, ma rendere visibile la frammentazione delle apparenze a cui aspiriamo, spesso senza sapere davvero perché, per poi scoprire che, una volta raggiunte, possono esserci estranee perché non ci appartengono.
Per questo desideravo che nella mostra ci fossero dissonanza, complessità e diversità, una struttura abbastanza precisa da permettere alle cinque sensibilità di contraddirsi.
Inoltre, volevo che il tema della Biennale You Must Change Your Life proposto da Ho Tzu Nyen – ovvero la necessità di cambiare la propria vita — fosse in dialogo con la mia riflessione sul look come lie, come like e come qualcosa che è inevitabilmente alike, simile ad altro. Siamo sempre, almeno in parte, alike: la nostra immagine non nasce mai in isolamento, ma attraverso un processo continuo di osservazione, imitazione, differenziazione e trasformazione.
La mostra nel Padiglione Italiano riflette sulla necessità di accettare il cambiamento come condizione di vita, riconoscere che l’identità non è un’immagine stabile e coerente da preservare, ma qualcosa di frammentato, relazionale e continuamente trasformato dagli sguardi, dai luoghi, dalle culture e dalle persone che incontriamo. Una consapevolezza che potrebbe permetterci di immaginare diversamente il modo in cui guardiamo, siamo guardati e decidiamo di apparire.
Cosa è emerso dall’incontro tra gli artisti italiani e coreani?
È emerso soprattutto un aspetto non previsto: la capacità, da parte di ciascun artista, di imparare a guardare il lavoro degli altri con uno sguardo inedito. E uso “guardare” intenzionalmente, perché il look non è soltanto ciò che appare, ma anche il modo in cui scegliamo di osservare qualcosa. Le pratiche dei cinque artisti sono molto diverse tra loro; non c’era uno stile comune da cui partire, né ho cercato di costruirne uno. La coerenza è emersa dall’imparare a guardarle insieme, accettandone le diversità. È stato questo l’aspetto più interessante dell’incontro tra artisti italiani e coreani: trovarsi davanti a sensibilità estetiche e riferimenti culturali differenti ha richiesto un tempo di osservazione e di conoscenza. Forse è proprio questo che l’incontro tra Italia e Corea ha reso più evidente: imparare a guardare altrimenti può anche significare imparare a costruire diversamente la realtà che condividiamo.

GF: Le opere presentate propongono delle possibili forme di resistenza a questa pressione dello sguardo? Può ancora esistere una forma di libertà nell’essere invisibili o impossibili da definire?
IC: Più che creare forme di resistenza allo sguardo, tutti questi artisti flirtano con la sua inevitabile presenza: lo sguardo che rivolgiamo a noi stessi, agli altri e a ciò che ci circonda. SAGG Napoli esplora l’apparenza fisica del corpo come qualcosa che viene costruito attraverso autodisciplina, allenamento e dedizione. Dew Kim lavora invece sulla necessità di performare un’identità queer frammentata, capace di sottrarsi tanto alla leggibilità della tecnocrazia digitale quanto alle concezioni eteronormative del corpo e dell’identità. Ru Kim analizza il look culturalmente dominante — quello che definisce Master — mettendone in luce il carattere apparentemente autoritario ma profondamente vulnerabile, perché dipendente dalla validazione esterna.
Raffaela Naldi Rossano sposta questa riflessione verso la dimensione relazionale, costruendo un ambiente nel quale l’identità emerge attraverso rapporti tra persone, luoghi, ecologie, culture e sistemi di credenze. Davide Stucchi, infine, porta la questione sull’apparenza degli oggetti quotidiani: oggetti progettati e stilizzati per essere immediatamente riconoscibili attraverso una funzione che, una volta alterata o sottratta, rende la loro identità nuovamente instabile. Sono artisti che invitano ad accogliere un’esistenza frammentaria e mutevole, nella quale il cambiamento non rappresenta una perdita di identità, ma la forma principale attraverso cui la vita si rinnova, prospera e continua a generare possibilità. Per contrastare il dominio dello sguardo non dobbiamo scomparire: possiamo accettare, persino godere, della possibilità di abitare molti aspetti, molte forme e molte identità, o sottrarci alla pretesa di essere definiti una volta per tutte.
Lo sguardo è insieme un like e una lie: un gesto di riconoscimento, ma anche una finzione. Possiamo abitare l’immagine che produce di noi solo finché essa dura, fino a quando non cambiamo. È qualcosa che, vogliamo o meno, accade a tutti.
Crediti
Curator & Artistic Director: Irene Campolmi
Artists: Dew Kim, Ru Kim, Raffaela Naldi Rossano, SAGG Napoli, Davide Stucchi
Organized By: Italian Cultural Institute in Seoul
Production Director: Valentina Buzzi
Production Manager: Soyoung Kwon
Exhibition Design: Tobias Foged Permin
Cover: Ru Kim, Tails of Courage, or the Master’s Pirouette, 2026, Italian Pavilion, curated by Irene Campolmi. Photo credit Creative Silver, Sangbum Baek

