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TAM Tower Art Museum – Guida semiseria all’apertura di un museo | Intervista a Mauro Acito

Intervista di Lucia Sabino — Lo scorso dicembre a Matera è stato inaugurato il Tower Art Museum, un progetto nato dal successivo ‘’ritrovamento’’ di un’antica torre abbandonata nei sassi di Matera e l’ambizione, da parte di sette ragazzi, nel trasformarla...

Duet Studio – Torre esterno

Intervista di Lucia Sabino

Lo scorso dicembre a Matera è stato inaugurato il Tower Art Museum, un progetto nato dal successivo ‘’ritrovamento’’ di un’antica torre abbandonata nei sassi di Matera e l’ambizione, da parte di sette ragazzi, nel trasformarla in un museo di arte contemporanea. In occasione della nuova mostra che ha inaugurato l’8 aprile, abbiamo intervistato Mauro Acito, uno dei founders del museo per chiedergli cosa significa fare impresa culturale partendo da zero, in una città che vuole guardare oltre l’eredità di Capitale europea della cultura. 

Lucia Sabino: Il progetto è nato in un momento cui Matera stava finalmente godendo di un periodo fortunato, un vero e proprio riscatto rispetto agli anni dell’abbandono dei sassi, e l’aver ‘’ritrovato’’ la torre ti ha messo davanti a una scelta, godere velocemente in termini economici del successo della città trasformando la torre in un bed and breakfast o in qualcosa di più speciale…

Mauro Acito: Il percorso che la città di Matera ha intrapreso è in realtà molto lungo, perché il recupero dei sassi ha avuto inizio negli anni Novanta e prosegue ancora oggi, a quattro anni dalla sua elezione a ‘’Capitale europea della cultura’’.  Questo ha portato la città a crescere gradualmente negli anni, e il lungo percorso ha permesso a Matera di resistere in parte al contraccolpo dato dalla turistificazione. 
Nel nostro caso il processo è stato inverso, perché nel 1973 mia nonna decise di comprare la torre come atto ‘’simbolico’’, nel periodo di massimo abbandono dei sassi. Negli anni Novanta si provò a trasformarla nella dimora di famiglia ma il progetto non partì e lo spazio rimase abbandonato fino al 2017, anno in cui per caso, riscopro questo luogo e decido di ‘’forzare’’ il cancello, trovando quasi tutto ricoperto da una fitta vegetazione. 
Una volta ripuliti gli spazi, mi sono trovato davanti a una scelta, trasformare la torre medievale in un bellissimo -e redditizio- b&b o provare a fare a Matera quello che io e il mio gruppo di amici stavamo già facendo altrove in Europa, con l’intento di ritornare nella nostra città natale e fare impresa culturale sul territorio, attraverso l’arte contemporanea.
Abbiamo presentato il progetto e siamo riusciti a ottenere un mutuo da una banca, cogliendo l’opportunità data dalla fama della città che stava correndo verso la Capitale della Cultura, in un periodo in cui molte realtà volevano essere presenti sul territorio per investire in nuovi progetti. Ci riteniamo in qualche modo eredi involontari di quello che è successo nel 2019. Abbiamo imparato che a Matera si possono produrre nuovi contenuti culturali e che non necessariamente bisogna essere presenti solo nei grandi poli dell’arte contemporanea per poter fare cose nuove.

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Foto Lucas De Ruiter

L.S. Nel progettare l’apertura hai documentato i preparativi e gli intoppi sui social, anche sperimentando diversi contenuti, come il podcast o il vlog, quest’ultimo è una sorta di docuserie, in cui raccontate le vostre vicissitudini…

M.A. Il racconto sui social di @volevosoloaprireunmuseo nasce con una domanda, ossia qual è la ragione sociale di un museo d’arte contemporanea, perché in Italia i musei privati sono fondazioni, o gestiti in forma cooperativa o associativa, ancora oggi non l’abbiamo definita e il nostro intento era aprire un dibattito a livello nazionale che rimane ad ora ancora irrisolto. La serie è una sorta di incipit alla guida che stiamo scrivendo, una sorta di how to all’apertura di un museo in cui abbiamo raccolto questa esperienza. Tutto è nato da @volevosoloaprireunmuseo, che si poneva la domanda su come aprire un museo d’arte, con l’intento di raccontare in otto episodi le tappe fondamentali alla sua apertura. Gli episodi pubblicati su YouTube sono stati molti di più e anche se rudimentali nel montaggio, ci sono serviti per documentare un percorso che è stato molto lungo e faticoso, in cui ci sono stati anche momenti di sconforto, dati dal non essere riusciti a inaugurare il museo nei tempi inizialmente stabiliti. I social sono stati anche lo strumento del successo della ‘’Campagna di sostegno per il museo che non ancora esiste’’ lanciata a giugno 2021 a cui hanno risposto più di 250 persone da tutta Italia che hanno donato e sostenuto un museo che ancora non esisteva fisicamente, a cui, alla diversa entità della donazione corrispondeva un benefit, seguendo l’iniziativa degli ‘’amici del museo’’ ma dissacrandone l’aura di esclusività con premi irriverenti e surreali. 

L.S. Avevi parlato di una visione che concepisce il Museo come a un ‘’contenitore in cui succedono cose’’, puoi spiegare cosa intendi?

M.A. Se avessimo aperto con una collezione sarebbe stato più facile raccontarci, ma l’aver inaugurato il museo con una prima opera site specific ci permette di creare senza avere vincoli rispetto a quello che abbiamo da raccontare.
Il museo deve essere uno spazio vivo, all’interno del quale devono succedere cose, con una linea curatoriale lungimirante e solida, ma deve anche essere uno spazio ibrido, che trae vigore attraverso eventi, che vanno dai live set alla presentazione di un libro: di recente abbiamo ospitato Mattia Salvia, autore di Interregno. Iconografie del XXI secolo, dell’omonima pagina Instagram che è un archivio visuale sulle estetiche e eccentricità che stanno caratterizzando il secolo in cui viviamo. La prima mostra con cui abbiamo inaugurato a dicembre, Il restauro dell’ipogeo txakurreo, ha messo fin da subito a fuoco la volontà di vedere gli artisti confrontarsi con i materiali e le lavorazioni tipiche locali, per creare un’opera in grado di instaurare un dialogo diretto col territorio: è stato il caso dei Canemorto che hanno lavorato all’interno dell’ipogeo in prossimità della torre, cimentandosi con la lavorazione del tufo e realizzando un ciclo di affreschi di circa 60 m2, con il supporto tecnico dell’Istituto di Restauro di Matera. 

L.S. Ora che il museo è aperto da circa tre mesi potresti darmi alcune anticipazioni sul programma, quali saranno i prossimi artisti a esporre?

Puntiamo a coinvolgere artisti internazionali, nazionali e locali per intrecciare un dialogo esclusivo con il territorio. Ad aprile inaugureremo Ultradizione, una mostra che avrà un approccio multidisciplinare: saranno coinvolti i Canemorto, MOMO, un muralista astrattista statunitense, Ultravioletto, uno studio di motion design romano, StudioAntani, studio creativo materano e Dottor Pira, graphic designer. 
La mostra si innesta su un lavoro di definizione delle tradizioni nel contesto ultraretorico e turistificato nel quale Matera sta vivendo: l’appoggio sempre più frequente al passato -e alle sue retoriche- per raccontare il territorio, diventa spesso una gabbia che blocca le città per costringerle ad essere narrazioni mistificate di un passato sbiadito e sconosciuto, ricucite su misura per il turista. La tradizione, soprattutto in questa città, è composta in parte di storie vere, in parte da vicende che hanno preso spunto dalle prime e che sono state poi modificate, e in altre completamente false ma che nel complesso costituiscono un corpus unico: noi siamo nati quasi tutti nel 1992, pochi mesi prima che Matera entrasse nella Lista Unesco e siamo cresciuti fisicamente con la città, vedendone in diretta le sue evoluzioni. Tutto quello che è successo prima della nostra nascita rappresenta oggi quasi un macigno che ci àncora ad un passato fatto di storie che, benché ci appartengano, non sono state vissute da noi in prima persona e rischiano di musealizzare la città decretandone la morte. Riteniamo che “Ultradizione” possa essere l’inizio di un racconto diverso della città che conosciamo: ancorati nelle storie del passato ma con una visione che travalica i confini localistici e di breve termine.

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