Staging the Residency vol. II | Erjon Nazeraj

Seconda intervista dedicata agli artisti in residenza all'Archivio Viafarini e VIR - Settembre - Dicembre 2022

27 Ottobre 2022
Erjon Nazeraj, Habitus, 2018. Stampa fineart su tibond, cm 67 x 100. Fotografie di Valentina Scaletti

Intervista di Marta Blanchietti e Anna Del Torchio

La tua formazione artistica è avvenuta in ambienti più formali rispetto a uno studio condiviso, come è cambiato il tuo rapporto con la produzione artistica, con il fare arte? 

La mia è una formazione accademica dove le esperienze formative erano sempre in confronto con gli altri artisti. Dopo gli studi Accademici, invece, il mio percorso artistico si è mutato in un percorso individuale, autobiografico. Oggi sento il desiderio di uscire dall’autoreferenzialità, da quella comfort-zone che si è creata, questa necessità di confronto deriva dall’intimità che si è creata con il disegno e il collage, di una ricerca che va al di là del fattore cromatico. Il collage come tecnica necessita di un’assoluzione volumetrica. Lo studio condiviso di Viafarini è l’ambiente ideale per sviluppare ulteriormente questo progetto, per me è senza dubbio un’opportunità unica. 

Lo psicanalista francese Jean Bertrand Pontalis scrisse: “Ci vogliono parecchi luoghi dentro di sé per avere qualche speranza di essere sé stessi”. Qual è l’eredità dei paesaggi – geografici, artistici, emotivi – che hai assorbito?

Ritengo che il paesaggio-geografico sia un’espressione che racchiude buona parte della mia ricerca artistica, il paesaggio per me non è null’altro che una forma di identità e interazione autobiografica. Spesso ho usato il mio corpo come forma d’espressione, il corpo come un contenitore di esperienze. Vorrei avere un corpo riflettente che rifletta il paesaggio che vedo, che assorbo, seguendo la sua continua mutazione e cambiamento. Come diceva il leader indipendentista Jean-Marie Tjibaou: “L’identità è davanti a noi, mai dietro. E penso che sia una sorta di formulazione permanente”.
Nella mia ricerca sono ossessionato dalla incompletezza del non finito, penso che al mio lavoro manchi sempre qualcosa, ritengo che ci sia ancora qualcosa da aggiungere o che non sono riuscito del tutto a dire: è questo che mi traina a cominciare un nuovo lavoro e una nuova ricerca, un po’ come la vita. 
Ritengo che l’atto più coraggioso per un artista sia quando decide di terminare l’opera, è un trauma che va affrontato.

Erjon Nazeraj, Habitus, 2018. Stampa fineart su tibond, cm 67 x 100. Fotografie di Valentina Scaletti
Erjon Nazeraj, Habitus, 2018. Stampa fineart su tibond, cm 67 x 100. Fotografie di Valentina Scaletti

Nella tua pratica includi materiali diversi, in un’indagine consapevole che esplora l’interiorità attraverso la materia. Che significato assumono queste numerose tecniche?

Con i miei lavori tendo a porre delle domande, interloquire con il pubblico, mi piace l’interazione che si crea quando esso osserva le mie opere. La mia ricerca artistica non vuol essere concettuale ma è incentrata sul concetto di antropo-poiesis, senza ignorare la materia e il suo significato, assumendo così la forma di poetica sociale. Mi piace la manipolazione, il fare artistico, nella scultura evito la staticità arricchendo il linguaggio con molteplici media perché ritengo che bisogna essere ibridi. 
Ho sempre amato la tecnica e i materiali che ci circondano, penso che la loro molteplicità non sia una dispersione, bensì un arricchimento. Come si fa a ignorare l’abbondanza del contemporaneo che viviamo!? 

Il tuo parlare di migrazioni e identità parte da un dato autobiografico ma va oltre, assumendo un valore principalmente sociale. Di cosa vuoi farti portavoce con opere come Habitus o Superfici Eoniche?

Il progetto Habitus del 2018, esposto alla Chiesa Sconsacrata di San Quirino a Parma, riflette sul rapporto tra corpo e abitazione/rifugio, in un momento storico in cui il flusso immigratorio ricodifica il concetto stesso di abitazione. Uso la coperta termica come se fosse un sudario che copre i corpi abbandonati sugli scogli, riflettendo sul concetto di argonauta, rivisitando la figura classica della Nike di Samotracia in una chiave di rilettura contemporanea. L’oro accompagna interamente la serie fotografica in una forma di seduzione e non di potere. L’oro come forma di seduzione verso la natura.
Con questo trittico di fotografie scattate dalla fotografa Valentina Scaletti ai piedi delle Alpi Apuane in una cava di marmo abbandonata, ho messo in scena l’esodo di un individuo alla ricerca di una vita migliore. Il progetto Superfici Eoniche non si discosta dal concetto dell’identità ma aggiunge un tassello nuovo, quello della memoria. Attraverso una serie di bassorilievi creo delle mappe geografiche intime, dei depositi di memoria. Mi interessano le realtà che stanno ai margini, mi interessa tutto ciò che si trova all’interno di un confine, arricchendo la figura del bassorilievo con forme di tensione. 


Erjon Nazeraj nasce nel 1982 a Fier, nell’Albania sud-occidentale. Attualmente, vive e lavora a Parma. Tutto, nel suo lavoro, è sincretismo. L’opera è ciò che consente l’incontro, non più materia che separa e definisce una cosa dall’altra. Nelle sue ricerche, si contaminano geografie, filosofie, spiritualità, figlie della natura e dell’umano nelle loro istanze più autentiche.
Come sostiene l’artista: “Mi piace l’idea dello sconfinamento, dove il mondo non è solo un luogo ma è lo stato di mescolazione di ogni cosa in ogni altra cosa.”

Erjon Nazeraj, Superfici eoniche, 2021. Bassorilievo in gesso sintetico, cm 39,5 x 25,5 x 2. Foto: Valentina Scaletti.
Erjon Nazeraj, Tespie, 2018. Installazione site specific Oratorio di San Quirino, Parma. Terracotta e corda in polipropilene e ganci in acciaio, cm 400 x 24 x 22. Foto: Valentina Scaletti.

Staging the Residency

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