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Staging the Residency | Sofiya Chotyrbok

Intervista di Anna Del Torchio — I tuoi lavori presentano una commistione di materiale archivistico e di fotografie scattate in ambienti che rimandano a precisi contesti post sovietici nei quali sei cresciuta. In che modo la fotografia diventa strumento di...

Sofiya Chotyrbok, Borderless, collage digitale, 2020

Intervista di Anna Del Torchio

I tuoi lavori presentano una commistione di materiale archivistico e di fotografie scattate in ambienti che rimandano a precisi contesti post sovietici nei quali sei cresciuta. In che modo la fotografia diventa strumento di attivazione dell’archivio e di rimodellazione di tue memorie personali? 

La fotografia mi ha offerto una chiave per riflettere sul passato e mi ha accompagnata lungo un percorso nella memoria familiare, ma anche sociale e collettiva: è stato naturale, in tal senso, attingere all’archivio. È una testimonianza documentaria di un qualcosa che è stato, per cui presenta già nella sua natura una componente che ha una vita propria. L’uso e la parziale trasformazione del materiale fotografico d’archivio mi ha permesso di ricontestualizzare una serie di immagini o di frammenti sospesi, collocandoli all’interno di un presente ipotetico, nel quale acquisiscono nuova linfa vitale confrontandosi con i temi e gli strumenti della contemporaneità. Tale processo mi ha permesso di sopperire al costante bisogno di conoscere le mie origini, le diverse sfumature della storia sovietica e post sovietica e la definizione dell’identità personale e collettiva. È stato un modo per modellare i miei pensieri e tradurre visivamente i miei processi interiori. 

In occasione di Viafarini Open Studio hai esposto due stampe intitolate Where have all the mothers gone?. Con questo lavoro vuoi parlare di una ben precisa condizione vissuta da molte donne dell’Est Europa: vuoi spiegare meglio? 

Where have all the mothers gone? prende vita nel 2019, in seguito al ritrovamento di una lettera del 1999, che mia madre scrisse a mio padre poco dopo esser partita per l’Italia per far fronte alle difficoltà economiche della mia famiglia. Qui ha trovato subito lavoro come badante. Cosciente del fatto che tale mansione fosse svolta per la maggior parte da donne dell’est Europa, ho svolto alcune ricerche per approfondire la condizione di tali lavoratrici, anche in funzione del fatto che nella lettera mia madre esprimesse una serie di disagi personali legati alla sua nuova vita. Ho così scoperto che nel 2005 due psichiatri di Ivano Frankivs’k hanno individuato una serie di sintomi comuni a due pazienti che avevano prestato servizio come badanti in Italia per lungo tempo. Dall’intuizione dei due, prende il via uno studio sistematico che li porta a individuare quella che sarà chiamata sindrome italiana, il cui nome dipende dal fatto che le donne dell’est svolgessero sistematicamente la stessa mansione nel Paese. I molteplici sintomi che ne conseguono sono ancorati ad uno sradicamento dell’identità, causato dal fatto che queste donne vedano la propria identità umana sgretolarsi, non riconoscendo alcun luogo come la propria casa e divenendo di fatto una mera fonte di sostentamento economico per la famiglia di appartenenza. Vi sono ragioni storiche e sociali per cui sono le donne a partire, lasciando i figli alle cure del marito o dei nonni. Il mio tentativo in questi mesi di residenza è stato quello di coinvolgere le badanti ucraine che lavorano a Milano, facendo loro delle lunghe interviste. Questo processo mi è servito per approfondire empaticamente la loro esperienza. Where have all the mothers gone? è un tentativo di indagare un fenomeno recente e poco conosciuto che lascia un segno indelebile sulla vita di centinaia di migliaia di donne. 

Sofiya Chotyrbok, Where have all the mothers gone?, fotografia digitale su tessuto, 2023

È interessante come abbia scelto di stampare sul tessuto e di ricamare la scritta a mano. Come hai configurato l’unione di diversi processi artistici – fotografia, stampa, ricamo – nella medesima opera? In particolare, di cosa si fa carico l’azione di ricamare? 

Il progetto indaga l’identità di queste donne emigrate. La migrazione prevede un passaporto, un documento d’identità e la fototessera: è un elemento di estrema importanza per il riconoscimento. Alcune di queste donne, però, smettono di riconoscersi come individui, attivando un corto circuito a livello cognitivo. Per questo motivo sono partita proprio dalle fototessere, cancellando i tratti somatici delle interessate. Il fondo è un tessuto fatto di trama ed ordito, con fili che si intersecano e vanno in direzioni opposte, come parte di percorsi che talvolta sembrano comporsi in maniera placida e regolare, talvolta si distaccano dall’armatura generando dei vuoti o degli strappi. Il ricamo, pratica femminile che appartiene intimamente alla sfera culturale ucraina e dell’est Europa in generale, agisce sul vuoto, su ciò che si è perso o che va inesorabilmente disgregandosi. 

Il tuo progetto Home before Dark è invece tra i finalisti del Premio Luigi Ghirri di Giovane Fotografia Italiana. Il tema di questa edizione è, emblematicamente, “Appartenenza”. Consideri questa serie fotografica, iniziata tre anni fa, risolutiva o si aprirà ad altre processualità e temporalità? 

Home Before Dark nasce un episodio autobiografico in relazione all’acquisizione della cittadinanza italiana e la conseguente rinuncia di quella ucraina, non essendone ammessa una doppia in terra ucraina. Tre anni fa, quando ho finalmente potuto farne richiesta, l’ho considerata una tappa naturale della mia esperienza di vita. Ma che senso può avere la cancellazione di una parte della propria identità per l’affermazione di un’altra parte della stessa? Come può un passaporto esclusivo definire una dimensione così labile e complessa? La ricerca della mia identità di artista ed essere umano è un processo in continuo divenire, che non potrà mai essere concluso o incasellato. E il progetto evidenzia il corto circuito tra la ricchezza e la stratificazione di un percorso di vita e la strozzatura del suo incasellamento identitario. Home Before Dark rappresenta, in definitiva, un viaggio di riscoperta ed un tentativo di riappropriazione della definizione del sé. 

Staging the Residency —

Sofiya Chotyrbok, Where have all the mothers gone?, fotografia d’archivio, 2023
Sofiya Chotyrbok, Home Before Dark, fotografia digitale, 2020-2022