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Shilpa Gupta alla GAM di Milano: la speranza come atto di resistenza

Per l’ottava edizione del programma Furla Series, Fondazione Furla e GAM - Galleria d’Arte Moderna di Milano presentano "One Palm Closer to the Sky", mostra personale di Shilpa Gupta, a cura di Bruna Roccasalva.

Nelle opere di Shilpa Gupta, un oggetto banalissimo smette di funzionare come dovrebbe e comincia a farci delle domande. Un display da stazione ferroviaria che invece di orari compone frasi spezzate. Un paio di cuffie che, guardate da vicino, si rivelano armate di piccole punte. Una scritta al neon che si legge solo capovolta, nello specchio. È da questo divario di percezioni, tra ciò che un oggetto è chiamato a fare e ciò che invece fa, che nasce gran parte della forza del lavoro dell’artista indiana, protagonista da metà settembre della Galleria d’Arte Moderna di Milano con la personale One Palm Closer to the Sky.

Una biografia costruita sul confine

Gupta è nata nel 1976 e vive a Mumbai, dove si è formata come scultrice alla Sir J. J. School of Fine Arts negli anni Novanta. Ma la sua traiettoria ha presto superato i confini della scultura in senso stretto, aprendosi a video, suono, installazione luminosa e performance: un’ampiezza di mezzi che non è eclettismo fine a sé stesso, quanto la conseguenza naturale di un interesse che attraversa tutta la sua ricerca, il modo in cui il linguaggio, prima ancora delle armi o delle leggi, è lo strumento con cui il potere disegna chi appartiene e chi no, cosa può essere detto e cosa deve tacere.

Non è un caso che la sua carriera sia costellata di presenze in contesti che mettono l’arte a diretto confronto con la storia politica e sociale del presente: dalla Biennale di Venezia alla Triennale di Yokohama, da mostre personali al Barbican di Londra e al Centro Botín, fino alla recente personale What Still Holds, attualmente in corso all’Hamburger Bahnhof di Berlino. Un percorso internazionale che non ha mai allontanato l’artista da un tratto distintivo: la capacità di parlare di temi complessi, censura, mobilità, identità nazionale, con un vocabolario visivo quasi disarmante nella sua semplicità.

Uno stile che nasce dallo spostamento minimo

Poche artiste riescono a parlare di censura, potere e identità senza mai scadere nello slogan. Shilpa Gupta ci riesce da oltre vent’anni. Se dovessimo individuare un metodo nel lavoro di Gupta, sarebbe questo: prendere qualcosa di familiare, una parola, un gesto quotidiano, un dispositivo che tutti riconoscono e spostarlo appena, quel tanto che basta per farlo apparire estraneo. Le cuffie diventano minacciose, l’acqua sembra sottrarsi al fluire del tempo, un orologio si muove solo se sente una voce. Non sono provocazioni gridate, ma micro-slittamenti che costringono chi guarda a rallentare, a interrogarsi su cosa dare per scontato.

Nulla di ciò che vediamo, leggiamo o ascoltiamo ci arrivi mai in forma neutra. Per Gupta il linguaggio, e con esso le immagini, i media, le istituzioni, non è mai un canale trasparente, ma un filtro che orienta lo sguardo prima ancora che ce ne accorgiamo; gran parte dei nostri comportamenti, sembra suggerire l’artista, risponde ad automatismi di cui non siamo pienamente consapevoli. Non stupisce allora che un oggetto rassicurante come un paio di cuffie, nelle sue mani, si carichi di piccole punte quasi kafkiane: una metafora di quanto sia diventato difficile, nell’epoca del rumore digitale costante, ascoltare davvero qualcosa.

È in questa cornice che va letto anche l’interesse dell’artista per la partecipazione del pubblico: molte delle sue opere non si “concludono” nella forma in cui vengono esposte, ma richiedono un gesto, come un frottage su una superficie incisa, un ascolto attento in una stanza apparentemente vuota, perché il senso finale si compia. Il significato, per Gupta, non è mai un dato fisso custodito nell’oggetto, ma qualcosa che accade nell’incontro tra opera, contesto e spettatore.

One Palm Closer to the Sky: la mostra alla GAM

È proprio questa tensione, tra ciò che è stato messo a tacere e ciò che continua, sotto traccia, a resistere, il filo conduttore della mostra milanese, curata da Bruna Roccasalva per l’ottava edizione di Furla Series, il programma con cui Fondazione Furla porta artiste internazionali negli spazi di istituzioni italiane. Dal 15 settembre 2026 al 6 gennaio 2027, la Galleria d’Arte Moderna ospita un percorso di opere quasi tutte inedite, concepite per dialogare con gli spazi ottocenteschi di Villa Reale e con la sua collezione storica.

Il percorso si apre già prima di entrare nel museo perché nel cortile d’ingresso troneggia HOPE, un segnavento monumentale che, al posto del tradizionale gallo, porta in cima la parola “hope”, capace di ruotare in ogni direzione seguendo il vento. È un’immagine potente proprio nella sua ambivalenza, un dispositivo nato per orientarsi nei cambiamenti atmosferici diventa metafora di una speranza che resta necessaria e insieme fragile in un tempo di crescente autoritarismo.

All’interno, le sale si susseguono come opere di una stessa riflessione condotta con mezzi sempre diversi. Truth gioca sull’illeggibilità diretta della parola “verità”, visibile solo attraverso il riflesso in uno specchio, un cortocircuito che dice più di mille dichiarazioni sulla difficoltà, oggi, di distinguere ciò che è vero da ciò che ci viene mostrato come tale. When the Stone Sang to the Glass (Bella Ciao) trasforma mobili, porte e bicchieri raccolti in casse di risonanza che intonano la celebre canzone della Resistenza italiana, oggi cantata in decine di lingue e contesti di lotta nel mondo, mostrando come la protesta, quando viene spazzata via dalle strade, si rifugia negli oggetti più domestici e privati. Sulla stessa linea si muove Breathe, dove incisioni quasi invisibili sulla parete riproducono scene di repressione reali e sempre prive dei corpi arrestati, che possono essere rivelate solo dal gesto attivo del visitatore, che con un frottage le rende di nuovo leggibili.

Non mancano opere più intime, quasi ironiche: una piccola serie di sculture, una torre di pillole dimenticate, un getto d’acqua congelato in un istante eterno, un orologio che si muove solo al suono della voce, racconta come la vita quotidiana sia scandita da regole minute che raramente riusciamo a rispettare fino in fondo, e come proprio in quegli scarti si annidi un margine di libertà. Chiude idealmente il percorso Stars on Flags of the World, dove le stelle ricamate sulle bandiere di nazioni riconosciute e non riconosciute vengono ridotte alla fragilità di un filo, mettendo in discussione l’idea stessa di confine come dato naturale e immutabile.

Un dialogo, non un monologo

Ciò che rende la mostra della GAM particolarmente riuscita non è solo la qualità delle singole opere, ma il modo in cui vengono messe in tensione con la collezione permanente del museo, a partire dal capolavoro ottocentesco di Pellizza da Volpedo, Il Quarto Stato, spesso richiamato nei percorsi didattici legati alla mostra. Il risultato è un confronto tra due epoche che si interrogano, a distanza di oltre un secolo, sulle stesse domande: chi ha diritto di parola, chi viene rappresentato, e cosa resta quando la voce collettiva viene messa a tacere?

Il titolo della mostra, One Palm Closer to the Sky, suggerisce che non serva un gesto eclatante per cambiare prospettiva, basta un piccolo spostamento del corpo, dello sguardo, dell’attenzione. È forse la sintesi più efficace della poetica di Shilpa Gupta, un’arte che non offre risposte consolatorie, ma apre uno spazio in cui tornare ad ascoltare ciò che era stato zittito.

Didascalie per tutte le immagini: Furla Series – Shilpa Gupta. One Palm Closer to the Sky, 2026. Installation view della mostra promossa da Fondazione Furla e GAM – Galleria d’Arte Moderna di Milano – Ph. Andrea Rossetti. Courtesy Fondazione Furla