Senza te, senza nord, senza titolo | Una conversazione con Giovanni Ozzola

"Mappare l’ignoto è la necessità, una sorta di minimo comunicatore multiplo dell’umanità, trasversale a tutti i tempi, a tutte le culture. Andare verso l’orizzonte, uscire da noi stessi e incontrare l’altro, uscire dai nostri luoghi conosciuti per andare verso quella linea che delimita il conosciuto e l’ignoto. Una sorta di serbatoio di energia che ci spinge a confrontarci con noi stessi, a confrontarci con le nostre paure." Giovanni Ozzola
23 Novembre 2023

Intervista di Aurelio Andrighetto

Aurelio Andrighetto: La mostra Senza te, senza nord, senza titolo, che hai recentemente inaugurato alla Manifattura Tabacchi di Firenze (fino al 28 gennaio 2024), ricapitola la tua ricerca. Una delle costanti del tuo lavoro è l’impulso a mappare l’ignoto che sta dentro e fuori di noi. Ho l’impressione che ci sia una relazione tra le tue opere e un disegno che Lewis Carrol ha pubblicato nel poemetto The Hunting of the Snarck del 1876: una doppia cornice con scala metrica e riferimenti geografici che racchiude non si sa che. Anche le tue “inquadrature” sembrano mappe dell’ignoto, margini dai quali sporgersi su abissi insondabili. Le cornici che nelle tue opere inquadrano il paesaggio, spesso al margine estremo, potrebbero essere intese in questo senso?

Giovanni Ozzola: Mappare l’ignoto è la necessità, una sorta di minimo comunicatore multiplo dell’umanità, trasversale a tutti i tempi, a tutte le culture. Andare verso l’orizzonte, uscire da noi stessi e incontrare l’altro, uscire dai nostri luoghi conosciuti per andare verso quella linea che delimita il conosciuto e l’ignoto. Una sorta di serbatoio di energia che ci spinge a confrontarci con noi stessi, a confrontarci con le nostre paure.
Tutto questo per diventare noi stessi, come singoli, per definirci, per creare e definite la nostra anima e creare identità; e per magia chi affronta le proprie paure rappresenta per altri, diventa simbolo, ognuno parla come voce che compone un dizionario enciclopedico, misuriamo il paesaggio con la nostra misura e facendo questo (consciamente o non, involontariamente o non) altri camminano il nostro percorso, sicuri, perché la strada è già incisa come una cicatrice nell’inconscio collettivo, di tutti noi. Nell’anima più grande, quella dell’umanità, fin dalla notte dei tempi. Dopo due anni di ricerca ho inciso sull’ardesia una mappa, ho raccolto tutti i viaggi degli esploratori che hanno viaggiato verso l’ignoto, è la mappa dell’umanità e come l’umanità si è mossa sul pianeta per scoprirlo. 

Giovanni Ozzola, scars – towards ourselves, 2012. Engraving on Black Natural Slate, 300×500 cm

Era in ardesia, pietra sedimentaria come la memoria, incisa con un graffio, una cicatrice nel nostro inconscio. Poi in seguito, per un progetto di Beneficenza di Associazione Arte Continua, ho aggiunto a questa opera l’immagine dell’universo, il nostro nuovo ignoto, uno sull’altro creano una mappa, che è uno spunto di riflessione, mappa ad uso filosofico, guardandola la domanda che mi provoca è dove sei? La scala è tu/universo.
Stessa identica cosa nelle fotografie, sei tu, dentro il tuo cranio, fuori il paesaggio, l’altro, l’infinito. L’armonia è ciò a cui tendiamo. Ed è questo che mi ha mosso nel “creare senza te, senza nord, senza titolo”. 
Nulla accade per caso.
Lo spazio di Manifattura Tabacchi ha un’anima in trasformazione, Associazione Arte Continua è un’espressione di responsabilità sociale che crea fin dalla sua nascita, con il suo operare, una continuità con il passato e che crea connessioni tra il paesaggio naturale e la città come scultura. Mi sono chiesto perché gli eventi mi hanno portato a trovarmi, io Fiorentino a Manifattura Tabacchi. Io nato nel centro di Firenze, probabilmente un’ultima generazione di ragazzi che hanno giocato a pallone sul sagrato di San Lorenzo. La manifattura è una sorta di isola, geograficamente vicina al centro ma percepita lontana, e lo era anche per me, lavorare dentro gli spazi che prima erano fabbrica e casa di tanti lavoratori è Ricucire la distanza, trasformare l’isola in faro, affermare identità della città in trasformazione. Questo credo sia stata l’intuizione di Mario Cristiani  e Michelangelo Giombini rispettivamente, Associazione Arte Continua e Manifattura Tabacchi.

Giovanni Ozzola, Exhibition view senza te, senza nord, senza titolo, 2023, Manifattura Tabacchi. ©photo Ela Bialkowska OKNO studio.

AA: La tua espressione: «misuriamo il paesaggio con la nostra misura» sembra avere una relazione con il concetto di paesaggio maturato da Le Corbusier nel corso del suo viaggio nell’America del Sud, ovvero con l’idea di «un paesaggio sublime (perché lo si vede avendolo conquistato, avendolo costruito)!». Così si esprime l’architetto francese in La Ville Radieuse. Due schizzi tracciati nel corso del suo viaggio nel 1929 a Rio de Janeiro chiariscono molto bene questa idea. Il primo rappresenta un uomo in poltrona immerso nel paesaggio tropicale. Il secondo lo stesso uomo che osserva il paesaggio da una stanza. Scrive Le Corbusier: «Tutt’intorno una cornice! Le quattro diagonali di una prospettiva! La stanza è sistemata di fronte al sito. L’intero paesaggio entra nella stanza». Molte delle tue opere fotografiche hanno una relazione con il paesaggio osservato da una stanza o da un interno in rovina.

GO: La sua concezione di «un paesaggio sublime» rispecchia l’idea di creare un rapporto più intimo tra l’uomo e la natura attraverso la costruzione architettonica, ma la distanza più grande è l’idea di conquista.
Conosco bene quell’idea, affondo le mie radici in essa. Sono nato a Firenze, nella prospettiva matematica, nella manifestazione di un pensiero fatto architettura. Il paesaggio toscano stesso, che molti in maniera errata considerano naturale, è plasmato dall’uomo, dal suo operare: terrazzamenti, campi d’ulivi, vigne, una fila di cipressi per condurre a casa, per marcare una linea. Tutto ciò è la manifestazione di un’idea, dove l’uomo è al centro, una visione “monoteista”, nel suo punto di vista eletto che cerca armonia.
L’Anima Mundi, l’inconscio collettivo dell’umanità lavorava nel solito momento
Ho sempre invece avuto una passione per la prospettiva intuitiva, solito periodo storico, solita urgenza di rappresentare (Sincronicità) l’esperienza del paesaggio tridimensionale attraverso la bidimensionalità della tela, in punto distinto del pianeta, in Oriente, con un altro pensiero, “scintoista”, dove l’io, dove Dio è ovunque, diffuso nel paesaggio, rappresentavano dentro la solita tela il tempo, le stagioni, tutto in un sola visione. La forza del tronco, il fiore come dono, l’acqua increspata dal vento, le cime della montagna innevate, il tempo con le sue stagioni, tutto in un unicum. Far parte di tutto, solita ambizione, due idee distinte di noi stessi.
Questo per dire, che la mia relazione con il paesaggio e l’architettura ha una base e un’aspirazione. Nelle mostre, ma cosi come nelle singole opere cerco quell’armonia, dove al solito tempo, devo scappare da quell’architettura opprimente, dai “bunker” pieni di segni, in rovina; scappiamo verso la luce, l’orizzonte, che è il simbolo di un luogo infinito, meta dove non possiamo arrivare, dove ogni manifestazione è possibile, dove ci rendiamo indistinti nella luce e non più soli.

Giovanni Ozzola, watching a door, where everything seems to be changed into light, 2011. Giclée Print on cotton paper. Dibond, frame 180×112.

La luce è ciò che ci rivela quello che è intorno o a noi, ma anche il potere di accecarci fino a rendere tutto invisibile, può rendere tutto indefinito. 
Se ci pensi, sia la sua assenza e la sua eccessiva presenza ti portano entrambe ad una esperienza con te stesso, chiuso nel tuo io e nella sua dissoluzione.
Nel solito momento, in cui si raggiunge quella condizione, dove il nodo che non sapevamo di avere si scioglie, abbiamo una vertigine, l’infinito.
Essere paesaggio, aver perso la propria struttura è pauroso, allora in quel preciso momento, il bunker, la casa abbandonata,  le tue cicatrici, le tue rughe, quell’architettura in rovina, il tuo quotidiano, ti protegge, ti contiene, luogo da cui scappare e in cui rifugiarsi, proprio come il nostro corpo, il nostro cranio. 

Giovanni Ozzola, Hasta la ultima vez, 2015. Giclée Print on cotton paper. Dibond, frame 150×220.

Ecco quelle immagini, le mostre in generale, sono manifestazione di un’architettura del io pensiero. La finestra, le aperture, come diceva,  Pier Luigi Tazzi : «non sono più come nella  finestra albertiana, che apre dall’oscurità del soggetto alla luminosità del mondo e funge da diaframma impenetrabile fra l’uno e l’altro, nel lavoro di Giovanni si assiste ad una osmosi che sfida ogni separatezza. Non poche sono le opere in cui esterno e interno entrano in collisione.
La visione  è allora da interpretare come una visione “panica” nel senso del Pan della mitologia greca, un concetto riletto positivamente da James Hillman. Questa visione non induce paure o ansie come quelle descritte da Freud, ma semmai evoca uno stato incontaminato di effimera estasi.
Le immagini create da Giovanni non sono semplici finestre simboliche, ma rappresentano finestre reali o l’effetto delle finestre nella definizione dell’immagine stessa. Si passa dalla metafora alla concretezza oggettiva. La disposizione delle  opere nelle mostre e l’articolazione dello spazio nelle installazioni, così come il fatto che le opere siano oggetti fisici appoggiati a terra anziché appesi, confermano questa natura oggettiva. Questo fa sì che la dimensione illusoria del quadro interagisca con la realtà tangibile, materiale e strutturale dell’oggetto, così come con la sua occupazione di uno spazio specifico e definito.
Il soggetto osservatore si trova sia al di qua della finestra, ma allo stesso tempo condivide lo stesso spazio con quella finestra che si materializza nell’oggetto che, rappresenta ogni opera».

Giovanni Ozzola, Exhibition view Traces of Wind, Galleria Continua / Beijing. #1 dream – Anaza in Beijing, 2021. Shine ink color, tempered glass. Variable dimensions.

AA: Quello che mi dici mi fa pensare a due cose.  La prima al radicamento in un luogo, che comporta la costruzione di un paesaggio interiore, alla quale concorrono istanze psicologiche, affettive, immaginative e simboliche. Il macro progetto Le città del futuro al quale partecipi integrerà queste istanze.

Giovanni Ozzola, Historia, al-khimiyah, En to Pan, 1100-2012, 2012. Hand-engraved Giclée Print on cotton paper. Dibond, frame 125×161.

In un certo senso, a mio parere, lo hai prefigurato sovrapponendo la mappa celeste sopra Castelgiocondo a quella che rappresenta l’evoluzione dei confini della tenuta Frescobaldi nel tempo, un’idea che ora stai sviluppando in grande. La mappa del cielo che trasferirai sulla scultura abitabile in Sicilia sembra rievocare un mito diffuso a ogni latitudine: la proiezione del cielo sulla terra. È la schema di fondazione della città etrusca e poi romana studiato da Joseph Rykwert. Nel suo celebre saggio L’idea di città lo storico dell’architettura dimostra come la città sia antica «un simbolo mnestico integrale, o almeno […] un complesso strutturato di simboli» che consente il radicamento in un ambiente. Egli dimostra anche come una comprensione simbolica della struttura urbana sia ora diventata impossibile. Ebbene, il tuo progetto sembra portare l’attenzione proprio su questo aspetto simbolico dell’abitare che abbiamo perduto. C’è infatti un rovinismo che appare a tratti nel tuo lavoro, ma ora vorrei andare dritto sulla seconda cosa alla quale la tua risposta mi ha fatto pensare: il rapporto che il tuo lavoro intrattiene con la luce. 
L’essere «indistinti nella luce e non più soli» si può legare al commento di Pier Luigi Tazzi sulla finestra albertiana anche in un altro modo. 
In Enneadi Plotino parla di un «corpo unico» in cui la luce che proviene dal di dentro si unisce a quella che proviene dal di fuori. Un moto affettivo lega chi guarda a chi è guardato in una luce avvolgente. È una concezione dello sguardo che ritroviamo anche negli scritti di Leonardo da Vinci: un fluido luminoso, geometrizzato in forma di raggio visivo e luminoso, unisce il soggetto all’oggetto della visione. Questo raggio è anche quello della prospettiva lineare. In questa rappresentazione dello spazio dunque non c’è solo colonizzazione geometrica del mondo attraverso lo sguardo (come si potrebbe desumere dall’artificio retorico usato da Leon Battista Alberti per dimostrare che l’occhio umano è posto al centro dell’universo), ma anche un moto affettivo che lega chi guarda a chi è guardato, cosa che mi pare ci sia anche nelle tue fotografie (ricordo che nel corso dei vari tentativi di automatizzare il procedimento del disegno nell’incisione di vedute, si giungerà allo sviluppo del procedimento fotografico con il passaggio dalle macchine prospettiche a quelle fotografiche attraverso le camere ottiche). Possiamo dire che nelle tue opere ci sia un moto affettivo che lega il soggetto all’oggetto della visione in una luce avvolgente («indistinti nella luce e non più soli», come dici), ovvero che ci sia una persistenza dell’estetica della luce, che ha influenzato le arti visive, permeando in profondità la nostra cultura visuale? 

GO: Che bella l’espressione «creare il paesaggio interiore» partendo dal contesto, dal contatto con il paesaggio esteriore. Mi è caro pensare all’epidermide, non come divisione ma come punto di contatto.
Il Tu che si crea grazie al tuo paesaggio di radicamento (nel mio caso Firenze e la Toscana) divisi\uniti da un tessuto sensoriale, la pelle.
Il giardino come manifestazione di psiche, essere dentro il paesaggio, essere il paesaggio, tutto è manifestazione di psiche. Sono tutte radici di pensieri importanti.
Stavo per dire Cielo e Terra e subito arrivano dalla memoria Urano e Gea.
L’unione di Gea con Urano (cielo stellante) che genera i titani. 
Gli Archetipi sono dentro di noi, queste forme preesistenti e primitive sono dentro il nostro inconscio individuale e collettivo.
Riunire cielo e terra, farli toccare nuovamente credo sia una forma attraverso la quale esprimere o canalizzare un’energia che è presente dalla notte dei tempi.
Mettere ordine o meglio solo percepire la complessità che vi è nella natura delle cose ci da la misura e consapevolezza della nostra natura. 
Generare un paesaggio artificiale, che sia opera o architettura deve manifestare un pensiero o un’intuizione sana, legata all’eros (amore) platonico, «far germogliare vita nella sfera del bello». 

Giovanni Ozzola, Installation view of Traces of Wind, Galleria Continua / Beijing. Ōṁ, 2021. Giclée Print on cotton paper. Dibond, frame 224×150.

Dobbiamo tornare a una presa di coscienza individuale del fatto che siamo natura, non la dominiamo, ne siamo parte, La città futura pensata e discussa con Mario Cristiani, è proprio questo, Arte Natura Uomo. Questa è un’istanza a cui la collaborazione con Mario mi ha reso sensibile e via via responsabile ed è entrata a pieno nella mia pratica e ricerca.
Arte comprende tutto, si fa responsabile di tutto, che siano istanze dell’anima o del corpo, non ha limite. 

Giovanni Ozzola Exhibition view Naufragio, 2012. Centro Arti Visive Pescheria, Pesaro. Foto Michele Alberto Sereni

Dobbiamo applicare questo rispetto a qualsiasi azione che intraprendiamo, che sia, nel mio caso, generare opere (simboli) o architetture, al centro ci deve essere l’anima. Tutto deve essere proiezione di un pensiero e non frutto di un abominio generato con l’interesse miope di un furto immediato o di un mercimonio, dobbiamo ricomporre qualcosa di rotto
La mappa del cielo a contatto con la terra è ricomporre un’unità, proprio come dice Aristofane nel simposio  «il bisogno di amore corrisponde alla ricerca da parte dell’uomo di ricomporre l’unità».
E qui forse entra a pieno titolo l’idea di «Corpo Unico» che mi suggerisci, un sentire che lega paesaggio luce e individualità, proprio come desidero nelle mie opere.

Giovanni Ozzola, Routes and Stars, exhibition views Galleria Continua, San Gimignano. ©photo Ela Bialkowska OKNO studio.

Il cielo sotto di noi, le stelle vicino scese ed accanto a noi, come un lago in cui si riflette il firmamento, spaesate, ti domanda ancora una volta, Dove sei? E pensare che quelle stelle nell’universo (il nostro nuovo ignoto) sono state e sono la luce nel buio, il nostro strumento per capire la nostra posizione e la nostra dimensione, ognuna di essa unica. Sembrano tutte uguali, proprio come noi, ma quando ti avvicini, ognuna unica, come noi. Assieme formano le costellazione e le galassie, come noi formiamo gruppi e umanità. Questo pensiero, forse con libertà  poetica che l’arte mi ha regalato,mi spinge a pensare che ognuno di noi deve essere la propria luce nel buio e che assieme, tu ed io siamo molto di più che due.

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