Salto nel vuoto. Arte al di là della materia | GAMeC di Bergamo

Dopo l’immersione nella profondità della materia con “Black Hole. Arte e matericità tra informe e invisibile”, e dopo la ricognizione in superficie con “Nulla è perduto. Arte e materia in trasformazione”, “Salto nel Vuoto” chiude la trilogia, riportandoci al punto di partenza del progetto ideativo, come in un percorso circolare.
13 Febbraio 2023
Salto nel vuoto – Installation view – Gamec, Bergamo 2023 – Photo A. Maniscalco

Testo di Giulia Russo

Con quest’ultimo capitolo, ospitato fino al 28 maggio alla GAMeC di Bergamo, Lorenzo Giusti e Domenico Quaranta hanno provato ad andare al di là del concetto tangibile di materia, individuando sentieri alternativi, attraverso la ricerca di 80 artisti attivi tra il XX e il XXI secolo.
La mostra si divide in tre ricchissime sezioni, dedicate rispettivamente a Vuoto/ Flusso / Simulazione. Guidati dalla tensione all’immateriale, seguiamo un tracciato pensato come un processo di progressiva smaterializzazione dal mondo fisico, che con l’epilogo virtuale ci condurrà a inaspettate esplorazioni. 

Salto nel vuoto prende il titolo dalla celebre mostra parigina di Klein, Le Vide (Il Vuoto) realizzata nel 1958 per la Galerie Iris Clert. L’artista aveva completamente dipinto di bianco lo spazio, e tutti gli oggetti erano stati rimossi, nel tentativo di accogliere il visitatore in un luogo immateriale, uno stato immaginativo, quasi alla maniera del bianco di Kandinskij, inteso cioè come “un silenzio che non è morto ma ricco di potenzialità”(da Lo spirituale nell’arte, 1910). 
Un balzo evocativo dunque, che ci spinge al superamento del nulla, e inneggia per contro alla vita, quel salto simulato poi, anche nella fotografia che ritrae Klein mentre si getta da una finestra a Parigi (chiaramente grazie a un espediente di simulazione, una sorta di “realtà virtuale” ante litteram).
La mostra non poteva che aprirsi con un omaggio al bianco, indagato nelle prime due sale dalle esperienze di artisti come Agostino Bonalumi (Bianco, 1975) ed Enrico Castellani (Superficie Bianca, 1987) il primo impegnato a dare forma al vuoto, mentre il secondo più interessato a raccontare le infinite interazioni tra luce e superficie; oppure come Aiko Miyawaki (Untitled, 1960) e Fabio Mauri (Schermo, 1970) che ricorre alla superficie estroflessa per restituire l’idea del nulla in opposizione al tutto. Interessante anche il lavoro di Dadamaino che invece sottolinea la presenza del vuoto percepibile tra i fogli forati (Volumi a moduli sfasati, 1960).
A fare da spartiacque verso la sezione Flusso, il magnifico lavoro di Evan Roth, intitolato Landscapes (2016-2020) che riconnette l’aspetto immateriale della tecnologia con la componente fisica del paesaggio. 
Con l’utilizzo di alcuni monitor di dimensione variabile, Roth espone apparentemente dei paesaggi di ispirazione romantica. Solo con un’attenta osservazione scopriamo i cavi, e in seconda battuta che i display stanno trasmettendo in tempo reale immagini di scogliere, o di luoghi disabitati dove però corre veloce la fibra ottica, come una traccia indelebile della presenza dell’uomo. Le immagini sfarfallanti a infrarossi che si ricompongono e riposizionano imperturbabili, richiamano inevitabilmente il progetto di presentazione del brano Vivo di Andrea Laszlo De Simone, uscito a gennaio del 2021 e composto interamente da live-cam sparse per il mondo, in un momento in cui non era ancora possibile viaggiare liberamente, e quindi i paesaggi privati della presenza umana, sembravano avere un’identità propria e autonoma.

Salto nel vuoto – Installation view – Gamec, Bergamo 2023 – Photo A. Maniscalco

Entrando nel vivo della sezione Flusso, la riflessione si concentra maggiormente sul rapporto tra input e output più o meno sensibile. Flusso è anche la sezione più corposa della mostra che si configura attraverso un itinerario dalle tappe scandite e precise: dalle avanguardie storiche all’arte programmata – della quale viene riproposta per intero la mostra del 1962, presso il negozio della Olivetti a Milano-  si procede attraverso Fluxus per arrivare fino al più stretto contemporaneo. Una selezione di opere molto diverse tra loro, che però parlano tutte la stessa lingua, testimoni del radicale impatto che la velocità ha impresso nell’immaginario degli artisti. Il dinamismo delle forme, per esempio, è alla base della poetica futurista i cui baluardi Umberto Boccioni, con Studio per Materia (Studio per Costruzione orizzontale) del 1912 e Giacomo Balla con Numeri innamorati (1923) riflettono ancora una volta sul dualismo materiale/immateriale. Oppure le considerazioni sulla quarta dimensione portate avanti dalla ricerca cubista di Pablo Picasso (La Bouteille de Bass, 1912-1914). Accanto ai capisaldi del primo Novecento, sono esposti rudimentali dispositivi tecnologici per l’elaborazione dei dati, le poesie autogenerate e gli embrionali esempi di new media art. 
Con i lavori di Paolo Cirio (Global Direct, 2014) e qualche sala dopo con Cory Arcangel (coffee cup, 2019) che affida a un algoritmo lo scrolling compulsivo della pagina instagram di Starbucks, si scivola irrimediabilmente verso la nuova sezione: Simulazione

Nell’ultima parte del percorso, la riflessione vira sul rapporto tra realtà e finzione. Si tratta di una delle sale allestite con maggior equilibrio, nella quale sono imprescindibili i lavori iperrealisti di Duane Hanson e di Katja Novitskova (Pattern of Activation (bat) 2014) messi in dialogo col surrealismo di René Magritte e con la distopia di Jon Rafman.
Se Magritte con Le grand siècle (1954) orienta il discorso sulla capacità di costruire mondi immaginari, svincolandosi completamente dalla concretezza del dato reale, dove il suo alter ego viene compresso tra il giardino/labirinto e il soffitto a losanghe, Hanson resta solidamente piantato nella realtà, fino a perdersi nei dettagli più raccapriccianti del corpo umano. Mentre Magritte richiama ai nostri occhi la matrice di un videogioco, e ci trasmette l’idea di dinamismo e curiosità, il soggetto della scultura Man with Walkman (1989) di Hanson, resta schiacciato dalla sua iperrealtà, impassibile e pietrificato dalla sua stessa mole, come lo siamo noi, del resto, quando ce lo troviamo davanti. 
Letteralmente a metà tra i due lavori, si colloca l’opera di Rafman, che con il cortometraggio Punctured Sky (2022) ci invita a sederci nella poltrona da gaming promettendoci di assaporare un’esperienza immersiva, ma alla fine ci sottopone all’ascolto passivo di una storia onirica ambientata in un futuro distopico, senza darci alcuna possibilità di reale interazione.
Infine, nello spazio Zero, con i lavori del duo MSHR, Rebecca Allen, e Timur Si-Qin, armati di coraggio oppure di un pizzico di sana leggerezza, si può sperimentare autonomamente sulla propria pelle il concetto di smaterializzazione. Dopo aver attraversato stargate, sfidato le vertigini, superato le montagne in volo, e camminato smarriti verso paesaggi mitici (o post-apocalittici?) il percorso si chiude con una gran voglia di “saltare nel vuoto”, ancora e ancora. Ma solo con i visori per la realtà virtuale ben allacciati sulla testa. Esperimento riuscito: assolutamente da vedere.

Salto nel vuoto. Arte al di là della materia.
A cura di Lorenzo Giusti e Domenico Quaranta
3 febbraio 2023 – 28 maggio 2023
GAMeC, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea

Salto nel vuoto – Installation view – Gamec, Bergamo 2023 – Photo A. Maniscalco
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