News di Francesco Ricci —
“La luce non ha origine terrestre, è emanata dai corpi celesti; come tale non ha quantità, ma è qualità pura”.
Con queste parole Giulio Carlo Argan descrive la luce nelle opere del Beato Angelico, non più un fenomeno ottico ma un phainómenon divino. Proprio questa “pittura di luce” lascerà un segno profondo nella ricerca stilistica di Mark Rothko capace di approdare a colori intensi e luminosi in grado di trasformare la superficie della tela in uno spazio mistico, in pura architettura.
Rothko a Firenze racconta questa profonda influenza che il Rinascimento fiorentino ha avuto sulla visione dell’artista, in una delle mostre più grandi mai dedicategli in Italia.
Organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi dal 14 Marzo al 26 Luglio 2026, l’esposizione curata da Christopher Rothko, figlio dell’artista, e Elena Geuna, presenta una amplissima selezione di opere provenienti dai più importanti musei internazionali e dalle più prestigiose collezioni private.
Questi lavori, alcuni dei quali mai esposti prima in Italia, attraversano tutta la carriera del pittore dagli anni ‘30 fino al 1970, anno della sua morte.
Dalle sale di Palazzo Strozzi il percorso espositivo prosegue nel Museo di San Marco, in dialogo con gli affreschi dell’Angelico, e nel vestibolo michelangiolesco della Biblioteca Medicea Laurenziana.

Mark Rothko, nato Markus Yakovlevich Rothkowitz (Daugavpils, 25 settembre 1903 – New York, 25 febbraio 1970) emigra in Oregon, negli Stati Uniti dalla Lettonia (all’epoca parte dell’Impero Russo). Dopo essersi formato accanto a figure come Milton Avery e Adolph Gottlieb, passando dal primitivismo al surrealismo, diventa a partire dagli anni ‘50 uno dei massimi esponenti del cosiddetto espressionismo astratto.
Durante l’arco della sua vita Rothko visita il convento domenicano a Firenze ben tre volte in sedici anni, quelli più importanti per l’affermarsi di quello stile che lo renderà uno degli artisti più famosi e contesi dal mercato.
Sarà proprio Argan a fargli scoprire, in quel luogo così intimo, riservato alla vita monastica, non soltanto la brillantezza della pittura tonale dell’Angelico ma la qualità teologica della sua luce e il rapporto degli affreschi con lo spazio circostante che si fa un tutt’uno con quello architettonico delle celle dei frati, e quello spirituale della preghiera.
E’ nel colore del pittore domenicano che Rothko individua quella qualità che chiamerà breathingness, il far “respirare” i pigmenti tra loro e la superficie dei muri.
Negli anni ‘50 infatti il suo stile si evolverà verso un astrattismo essenziale che elimina tutto il superfluo. Utilizzando il colore proprio come un pittore quattrocentesco crea i famosissimi Color Field Painting. Enormi tele coperte da due, massimo quattro campiture rettangolari su sfondo monocromo, specchio dell’esperienza emotiva dell’artista.
“I quadri devono essere miracolosi, […] devono essere una rivelazione, una risposta inaspettata e senza precedenti a un eterno bisogno umano”.
E proprio a Firenze sarà possibile riscoprire l’anima più intima e lirica della ricerca di Mark Rothko. Quella aspirazione nel voler trascinare lo spettatore in uno spazio interiore dove ognuno può trovare il proprio posto: find your place, come scritto sul sito della Rothko Chapel a Houston, forse il suo più grande capolavoro.