
Forme parassitarie, depositi, residui, resti. Ma anche tracce, segni, sedimenti di abitudini, di gusti, di una quotidianità sconosciuta ma intuibile. Il progetto RDV prende stanza nella Piazzetta Adolfo Beria di Argentine 3, in un palazzo d’epoca davanti alla Basilica di San Vincenzo a Milano. Dalle ampie finestre della sala si vede la facciata spoglia della chiesa, di nudo mattone che segue i suoi spioventi. L’interno di questo ex appartamento desueto è silenzioso, calmo: un silenzio quasi mefafisico date le caratteristiche che lo connotano: pavimenti a scacchi bianchi e neri, archi che sormontano piccole porte, carte da parati che vanno dal rosso vivo a delicate trame di rametti stilizzati. Non sappiamo chi ci abbia abitato, dei residenti di questi locali, resta ben poco: il mobilio e i suppellettili sono stati tolti, di queste presenze restano solo le tracce sull’intonaco, le forme dei quadri, dei mobili, intuiamo qualche specchio, dei tubi rimossi.
In questo luogo sospeso in un limbo temporale – in bilico tra un vissuto passato e nuove esistenze che aspettano ristrutturazioni e nuovi percorsi del vivere – Bianca D’Ippolito e Michela Rossetti hanno curato una mostra che sembra adagiarsi con delicatezza in questo luogo domestico. Il progetto che si innesta nell’appartamento coinvolge tre artisti le cui opere si inseriscono con garbo tra pareti scrostate, stipiti, pavimenti dimessi, piastrelle usurate dal tempo, carte da parati in procinto di essere rimosse.
Luca Campestri, nelle sue frammentate narrazioni, approfondisce l’ambiguità della visione – soprattutto notturna – fatta di presenza quasi favolistiche. L’artista stampa direttamente su tessuto riflettente la luce. Gufi, ragni, ma anche boschi spettrali, dove le forme mutano e sfumano. L’artista sembra attratto da un mondo sì reale, ma che diventa secchio di un territorio interiore fatto di ombre e silenzi. Come se avesse rivelato delle visioni mnemoniche di un bosco, nella video installazione presentata nel primo spazio espositivo, le immagini si fanno disturbate, interrotte, come fossero una sommatoria di punti di vista oscillanti e in continuo divenire. Anche il sonoro che in parallelo scorre con le immagini, rende ancora più ambiguo il paesaggio che da reale diventa una dimensione onirica.




Se le visioni di Campestri dilatano la realtà per rivelarne l’enigmaticità, gli interventi di Valerio Di Fiore rispondono allo spazio come delle sedimentazioni, delle ‘muffe’ che emergono tra intonaco e carta da parati. Le opere dell’artista affiorano da buchi, angoli e ‘screpolature’ dello spazio, dando viva a spore, piccoli fiori o vegetazioni. Come se lo spazio potesse essere assalito da un virus ignoto che attacca mattoni, malta e infissi, le sculture ‘parassitarie’ di Valerio De Fiore compaiano come note di delicata bellezza. Quando l’artista non lavora con la ceramica, interviene direttamente sui pannelli di legni degli stipiti con delle incisioni viscerali che sembrano raccontare di una natura impazzita e fuori controllo.
Sono presenze in bilico quelle di Dehorah Graziano, tra natura e artificio, tra forme ambigue e oggetti prelevati – a volte stampati – direttamente dal mondo naturale. Grandi mammelle che sembrano frutti esotici, cactus appesi come fossero organi, ma anche fragili bachi da seta, contrasti amorosi che si riflettono su uno specchio circolare: il mondo misterioso della Graziano racconta di una realtà mutevole e difficile da definire. Eterogenea nell’uso dei materiali – piombo, legno recuperato, cemento, piume, schiuma poliuretana – l’artista cura le forme come fossero esseri viventi, ne modella simbolicamente la struttura per dar vita a delle sculture difficilmente definibili.
Racchiuse in questo appartamento disabitato e in via di ristrutturazione, queste opere sono collocate in un limbo di indecidibilità. La loro natura ambigua, il loro essere sedimentazione di riflessioni e racconti, rende denso lo spazio: tutto sembra immobile e sospeso, come se le presenze che lo hanno abitato abbiano lasciato tracce e memorie della loro esistenza.





