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Perché mi guardi così? | Francesco Gennari al LabOratorio degli Angeli, Bologna

In occasione della mostra dell’artista, ospitata nel laboratorio di restauro bolognese, abbiamo posto alcune domande al curatore Leonardo Regano.

Nello storico laboratorio di restauro LabOratorio degli AngeliFrancesco Gennari presenta Perché mi guardi così?, intervento site-specific a cura di Leonardo Regano. L’artista immagina un momento conviviale, un “aperitivo”, in cui non ci sono persone, non c’è un bar e non ci sono bicchieri, c’è solo un gioco di sguardi che vive nel titolo e la forma geometrica dei liquidi alcolici espressa dalle sculture in bronzo. Oltre a queste sculture, è esposto un nucleo di opere su carta che amplia la personale riflessione dell’artista sul tema dell’autoritratto.
Abbiamo chiesto al curatore le reazioni dell’artista a questo luogo suggestivo, abbiamo sondato l’intreccio che si instaura tra l’opera e l’osservato, così come la scelta dei temi approfonditi dall’artista: l’autoritratto e lo sguardo.

Elena Bordignon: Il confronto tra presente e passato hanno sempre contraddistinto l’identità del LabOratorio degli Angeli. Dopo Luca Vitone, Eva Marisaldi e Giorgio Andreotta Calò, solo per citarne alcuni, quest’anno è Francesco Gennari a confrontarsi con questo luogo. Mi racconti i ragionamenti che avete fatto nel concepire la mostra Perché mi guardi così?

Leonardo Regano: Nel concepire Perché mi guardi così? siamo partiti, come consuetudine nei progetti presentati al LabOratorio degli Angeli, da un confronto profondo con il luogo, inteso non solo come spazio storico e architettonico, l’ex Oratorio di Santa Maria degli Angeli, ma come organismo carico di vita, di memoria e di tensioni simboliche, in riferimento alla sua attuale destinazione d’uso come laboratorio di restauro diretto da Camilla Roversi-Monaco in società con Andrea Del Bianco. L’invito a Francesco Gennari nasce dalla capacità di far dialogare nella sua ricerca una dimensione apparentemente intima con contesti complessi e stratificati. La sua poetica dell’autoritratto non è autobiografica in senso stretto, ma funziona come dispositivo conoscitivo: il sé diventa una soglia attraverso cui misurare il tempo, lo spazio e lo sguardo dell’altro. In un luogo deputato al restauro, questa riflessione si carica di ulteriori risonanze, perché il gesto del prendersi cura e del riportare alla luce trova un’analogia con il lavoro di scavo interiore che attraversa la pratica di Gennari.

Francesco Gennari, Untitled, 2023, pastello e acrilico su carta, cornice in legno, 20 × 27,5 cm (7 7/8″ × 10 7/8″), 46 × 53,5 × 4,5 cm (18 1/8″ × 21 1/8″ × 1 3/4″) (framed). Courtesy l’artista e Ciaccia Levi, Paris – Milan. Foto Sebastiano Pellion Di Persano
Francesco Gennari, Perché mi guardi così?, LabOratorio degli Angeli, Bologna. Foto Carlo Favero

EB: Il titolo esplicita una domanda molto diretta, oltre che intima. È una domanda che solitamente si pone per imbarazzo o per fastidio. È come se l’artista volesse sollecitare il pubblico, quasi provocarlo. Mi racconti la genesi del titolo?
LR: Come spesso accade nel lavoro di Francesco Gennari, il titolo si configura come una frase apparentemente semplice che apre il significato dell’opera a una dimensione più complessa, in cui l’intimità dell’artista si intreccia con il confronto con l’osservatore, con il suo vissuto, trasformandosi così in un dispositivo relazionale, più che in un oggetto concluso. 
Perché mi guardi così? è una frase volutamente ambigua e quotidiana, che può nascere da imbarazzo o fastidio, come tu suggerisci, ma anche da curiosità, interesse o difesa. Ed è proprio questa ambiguità che interessa a Gennari: la domanda presuppone uno sguardo già attivo e, allo stesso tempo, lo mette in crisi. Non è chiaro chi parli e chi sia interpellato.  In questo senso il titolo segnala un cambio di statuto nella relazione tra i soggetti coinvolti. Lo sguardo non è più unidirezionale – dal pubblico verso l’opera – ma diventa reciproco, quasi instabile. Il visitatore si scopre osservato, chiamato in causa, costretto a interrogare la propria posizione. 

EB: Per la mostra l’artista espone una serie di sculture in bronzo e opere su carta che estendono la sua personale riflessione sui temi dell’autoritratto e del vedere/osservare. Mi racconti le connessioni o analogie tra le due serie in relazione ai temi?

LR: Le sculture in bronzo e le opere su carta vanno intese come due registri complementari di una stessa indagine sull’autoritratto e sullo sguardo. Nel bronzo, materiale tradizionalmente associato alla durata e alla stabilità, Gennari fissa stati mentali e posture percettive, svuotando l’autoritratto di ogni valenza identitaria o celebrativa: ciò che si solidifica non è un volto, ma i liquidi di un ideale brindisi, un gesto quotidiano e relazionale che allude a una presenza condivisa più che a un’immagine del sé.
Le opere su carta, invece, introducono una dimensione più intima e processuale. Qui il vedere coincide con un esercizio di attenzione e di ascolto, con una traccia provvisoria, aperta alla variazione e al dubbio. Se il bronzo trattiene e condensa l’esperienza in una forma durevole, la carta la registra nel suo farsi, lasciando scorrere lo sguardo e rendendo visibile il carattere fragile e temporaneo dell’atto percettivo.

EB: C’è un aspetto che mi incuriosisce della mostra: Gennari ha pensato ad un momento conviviale, “un ‘aperitivo’ in cui non ci sono persone, non c’è un bar e non ci sono bicchieri”. Come racconteresti questo intervento dell’artista? Come risponderesti alla domanda: “Perché mi guardi così?”

LR: L’“aperitivo” pensato da Gennari è un gesto paradossale e profondamente coerente con la sua ricerca: un momento conviviale privato dei suoi elementi fondamentali, in cui resta solo la struttura mentale e simbolica dell’incontro. Non ci sono corpi, né oggetti funzionali, ma permane l’idea di una sospensione condivisa, di un tempo dedicato allo stare insieme che si è cristallizzato in forma scultorea. È un convivio senza socialità esplicita, che trasforma un rito quotidiano in una condizione dello sguardo e dell’attesa. In questo vuoto abitato, il visitatore diventa l’unico elemento mancante e, allo stesso tempo, l’unico possibile interlocutore. Alla domanda “Perché mi guardi così?” si potrebbe forse rispondere citando Paul Klee, perché vedere significa diventare parte di ciò che si guarda.

Francesco Gennari, Perché mi guardi così?, LabOratorio degli Angeli, Bologna. Foto Carlo Favero
Francesco Gennari, Perché mi guardi così?, LabOratorio degli Angeli, Bologna. Foto Carlo Favero
Francesco Gennari, Autoritratto su menta (con camicia bianca), 2025, stampa a getto d’inchiostro su carta 100%, cornice in legno noce nazionale, 43,2 × 31,7 × 4,2 cm, ed. 6 + IIAP, Courtesy l’Artista e ZERO…, Milano