Negoziazioni in corso al MAMbo

NO, NEON, NO CRY in corso al MAMbo Museo d’Arte Moderna di Bologna – fino al 4 ottobre 2022 – è una mostra “indisposta”, ideata dal curatore Gino Gianuizzi come un Merzbau, che conserva la memoria dell’irrazionalità dadaista insieme al desiderio surrealista di liberare il pensiero dalle “idee fisse” che lo imprigionano (Max Ernst).
29 Giugno 2022

Testo di Aurelio Andrighetto —

L’esposizione parigina del 1667, alla quale potevano partecipare solo gli artisti dell’Académie royale de peinture et de sculpture e gli agrés (accettati), fornisce il modello di esposizione artistica istituzionale, successivamente denominata Salon. L’esposizione con ingresso a pagamento del quadro delle Sabine dipinto da Jacques Louis David, il Salon des Refusés del 1864, la mostra degli impressionisti organizzata nello studio di Nadar nel 1874, il Salon des Artistes Indépendants (dal 1884), il Salon d’Automne (dal 1903) e il Pavillon du Réalisme allestito da Gustave Courbet nel 1855 rappresentano invece i primi esempi di esposizione artistica indipendente. 

Un capitolo importante è costituito dalle Indisposizioni di Belle Arti in Italia (la prima è quella milanese del 1881), dall’Art Zwanze in Belgio, dalle Arts Incohérents in Francia, dalla Society of American Fakirs negli Stati Uniti, che aprirono la strada alle sperimentazioni delle Avanguardie.

NO, NEON, NO CRY in corso al MAMbo Museo d’Arte Moderna di Bologna – fino al 4 ottobre 2022 – è una mostra a sua volta “indisposta”, ideata dal curatore Gino Gianuizzi come un Merzbau, che conserva la memoria dell’irrazionalità dadaista insieme al desiderio surrealista di liberare il pensiero dalle “idee fisse” che lo imprigionano (Max Ernst). L’interesse del curatore per situazionismo, dada e punk, nonché la sua avversione per le “idee fisse” hanno orientato l’attività trentennale della galleria Neon, alla quale il MAMbo dedica la mostra. NO, NEON, NO CRY (nell’intenzione del curatore) avrebbe dovuto avere il carattere dell’esposizione indipendente, ospitata in un museo trasformato da istituzione rappresentativa a luogo di scambio e di comunicazione culturale. La mostra avrebbe dovuto affidare agli scambi e agli “incontri fortuiti” il compito di determinare la forma (imprevedibile) dell’esposizione. Ciò non è avvenuto a causa delle norme che regolano la messa in sicurezza dello spazio espositivo. Il confronto tra il progetto di una mostra rizomatica ad accumulo progressivo e le normative antincendio e antiinfortunistiche ha sortito un esito inaspettato.

Gianuizzi ha fotografato la mostra in fase di allestimento, passo dopo passo, immaginando che gli “incontri fortuiti” tra le opere e gli artisti avrebbero generato qualcosa di imprevedibile. In effetti questo è accaduto, ma non nel senso inteso inizialmente dal curatore. Alcune fotografie mostrano come le normative sulla messa in sicurezza abbiano spinto Gianuizzi a trovare una soluzione inedita per l’esposizione di Strategie, un’opera di Maurizio Cattelan e Tommaso Tozzi esposta nell’omonima mostra del 1990 alla galleria Neon. L’opera è costituita da un falso numero della rivista Flash Art collocato su un espositore in plexiglass, alla base del quale si legge la scritta subliminale RIBELLATI. Per esporla in sicurezza nella mostra in corso al MAMbo, gli allestitori hanno messo a disposizione una teca. 

La teca avrebbe però monumentalizzato l’opera, richiamando un aspetto rappresentativo e istituzionale dell’esporre che il curatore non desiderava affatto; perciò ha proposto in alternativa una mensola. Quella disponibile non aveva le dimensioni adatte per una collocazione frontale a parete. Confrontandosi con l’assistente curatrice del museo Sabrina Samorì, Gianuizzi ha trovato una soluzione: la mensola era giusta per la spalletta di un muro in cartongesso. La mediazione ha ottenuto un risultato inaspettato. L’opera, posta a tre metri di altezza sulla spalletta del muro, conferisce all’allestimento un’eccentricità che reindirizza la lettura dell’opera stessa. 

La collocazione liminare di Strategie, ottenuta attraverso una mediazione, coglie esattamente la cifra di Cattelan al suo esordio, sottolineando l’ambivalenza del suo rifiuto e al tempo stesso del suo desiderio di aderire al sistema dell’arte, coglie cioè quanto scrive il critico d’arte Roberto Daolio nel testo per il catalogo della mostra del 1990 a proposito delle Strategie messe in atto da Cattelan e Tozzi: “Uscire dai territori (o dalle riserve?) privilegiati dell’arte, usando e sfruttando le metodiche riconosciute e standardizzate del sistema”. 

L’opera, la mensola, la spalletta del muro e il testo critico di Daolio si combinano perfettamente tra loro in modo inaspettato. La giustezza della mensola rispetto alla spalletta è stata decisiva. Un ordine metrico anziché logico sembra aver fatto della cura e della critica una cosa sola, imprevedibilmente. Tutto ciò grazie a una negoziazione, che è un atto politico. 

Neon riprende la sua attività passando dalle Strategie degli anni ’90 alla strategia della negoziazione, in un contesto operativo che riconfigura, se pur in modo episodico, il rapporto tra esposizione artistica istituzionale e indipendente, con effetti sulla cura critica ancora da investigare. 

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