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Un laconico piacere | Monica Bonvicini alla galleria Raffaella Cortese

Se lette ad alta voce, una dopo l’altra, le tante frasi che ha raccolto nel tempo Monica Bonvicini, sembra di assistere alle rivelazioni di un anima inquieta, insofferente. Flusso di coscienza o irrequiete confessioni, questi pensieri sembrano raccontare il malcontento...

Monica Bonvicini – Pleasant, Galleria Raffaella Cortese, Milano, 2022 – Installation view – Photo Andrea Rossetti
Monica Bonvicini – Pleasant, Galleria Raffaella Cortese, Milano, 2022 – Installation view – Photo Andrea Rossetti

Se lette ad alta voce, una dopo l’altra, le tante frasi che ha raccolto nel tempo Monica Bonvicini, sembra di assistere alle rivelazioni di un anima inquieta, insofferente. Flusso di coscienza o irrequiete confessioni, questi pensieri sembrano raccontare il malcontento di donne arrabbiate, per nulla arrese al quieto vivere, non ispirate da una smania caratteriale, più influenzate da un’insofferenza esistenziale. Le accomuna una nota malinconica, forse attribuibile a chi le ha scelte, selezionate nel tempo perchè espressioni, cristalline, di una sorta di impazienza. Come non riconoscersi in queste frasi, come non averle lette, sentite o pronunciate in prima persona?
Colpiscono per la schiettezza e per il sintetico valore. Quasi sospiri, tanta è la loro brevità, sono dette a denti stretti, con una ferocia che sorprende. Non stupisce che coloro che le hanno vergate siano tutte donne singolari, per fragilità o, all’opposto, per il forte temperamento.
I sei specchi in mostra alla Galleria Raffaella Cortese in via Stradella 1 presentano le frasi dipinte direttamente sulla loro superficie di Amelia Rosselli, Sylvia Plath e Diane Williams. Tre donne, prima che scrittrici, che hanno raccontato – e raccontano tuttora, come Diane Williams, autrice americana di oltre 10 libri, tra cui segnaliamo l’ultimo dato alle stampe nel 2021 per la Soho Press, How High? – diversi aspetti dell’esistenza partendo principalmente dalle proprie esperienze. Accomuna queste scrittrici – e le altre citate sempre dalla Bonvicini nella serie ospitata in Via Stradella 4 – la cruda e, a volte spietata, lucidità. Scavando in profondità nella loro esistenza, sono riuscite non solo a portare a galla malesseri, miserie, ferocia nelle relazioni umane, ma sono state in grado di  filtrare tutto con un’amabile e perfetta scrittura, che ci coinvolge in prima persona, inevitabilmente. 

Monica Bonvicini Pieces, 2022 2 components lacquer, mirror, aluminum 150 × 100 × 1,7 cm Courtesy of the Artist and Galleria Raffaella Cortese, Milano © Monica Bonvicini and VG Bild-Kunst Photo: Jens Ziehe
Monica Bonvicini – Pleasant, Galleria Raffaella Cortese, Milano, 2022 – Installation view – Photo Andrea Rossetti

Nella sala espositiva al civico 1, Bonvicini presenta sei specchi di uguali dimensioni dove ha dipinto direttamente sulla superficie “there is nobody in the house at all. there is the smell of polish, there are plush carpets”, “un poco di buon ordine un ordine feroce”
“Why are you so unpleasant I don’t wish you well”, “per dir la verità non son contenta” “Voilà que vient la petite vanité”, “Sei una grande bestia lumaca”. A parte quest’ultima frase, che strappa un lieve sorriso per l’assurdità (mi sembra di ricordare, dalle spiegazioni dell’artista, che questa frase è riferita al mare), le altre frasi tradiscono un sorta di rabbia soppressa, strozzata. Un mormorio esistenziale raccontato a lettere cubitali in nero e rosa, con un font classico e i caratteri che sembrano attirarsi l’un l’altro, accavallandosi sia tra le parole sia per i continui riflessi che inevitabilmente caratterizzano gli specchi. Non ultimo, ci siamo dentro (fino al collo, mi verrebbe da dire) anche noi, che tra le lettere ci osserviamo e riconosciamo; la nostra immagine e, inevitabile, anche i nostri pensieri che per empatia si riconoscono in queste frasi. 
In via Stradella 4, cambiamo di poco la forma, la sostanza non cambia. Bonvicini raccoglie le frasi di scrittrici contemporanee note per le loro narrazioni aspre e irrequiete: dalla poetessa statunitense di origini latinoamericane Natalie Diaz, alla tenace Lydia Davis e, ancora una volta, le parole raffinate e graffianti di Diane Williams.
Spazio mentale più che spazio fisico, queste opere delimitano un’area di riflessione che, partendo dallo stretto ambito letterario ci coinvolge in prima persona.  “Sono frasi che vorresti dire a tante persone, ma poi non le dici!”, sottolinea Bonvicini, ed è forse per questo motivo che lei le raccoglie e le eleva a manifesti, a billboards per una dimensione domestica. 
La leggibilità delle frasi muta a seconda del mutare delle luce nelle stanze. A volte le frasi si accavallano e confondono. Le parole si accartocciano diventando segni privi di significato, lasciando alla parte grafica la supremazia del senso. Aiutano in questo amalgama il contrasto cromatico che si crea tra le parole e gli sfondi le cui tinte vanno dal rosa carne al nero, dall’azzurro ceruleo chiaro al bianco opaco. Queste tonalità sono state scelte dall’artista guardando un’immagine molto particolare: si tratta dell’ultimo ritratto fotografico di Virginia Woolf del 1939, scattato da Gisèle Freund. 

Monica Bonvicini – Pleasant, Galleria Raffaella Cortese, Milano, 2022 – Installation view – Photo Andrea Rossetti
Monica Bonvicini – Pleasant, Galleria Raffaella Cortese, Milano, 2022 – Installation view – Photo Andrea Rossetti

La particolarità di questa foto, che la ritrae seduta accanto ad una scrivania con una sigaretta tra le dita e un libro sulle ginocchia, è che non solo è una delle poche fotografie che ritraggono la grande scrittrice nella sua casa londinese, ma sono a colori. Non ne esistono altre della Woolf a colori. Di questa rarità, la Bonvicini studia le tonalità e il gradiente (l’artista racconta che, per la scelta del colore adatto, ha dovuto compiere molte prove) per realizzare gli sfondi di queste frasi a volte sibilline a volte chiare come il sole per la nudità del significato. 
All’oscurità spesso inquietante di queste citazioni, che potremmo anche definire aforismi – tanto riescono a riassumere con pochi vocaboli una vastità di significati – passiamo all’oscurità ‘reale’ dello spazio espositivo in via Stradella 7. Se negli altri spazi della galleria, il disagio era un affare intellettuale ed emotivo, ora si fa palpabile e concreto. Pareti, pavimento e tutto ciò che caratterizza lo spazio è dipinto di nero o grigio scurissimo. Tre tavoli, alcune sculture alle pareti: il tutto illuminato dalle opere luminose appese al soffitto StripLight (2021). Ridotto all’essenziale, questo ambiente tenebroso sembra rappresentare uno spazio mentale dove si ricrea il mondo ‘altro’, quello quotidiano, per rivelarne gli aspetti più inquietanti. Due tavoli sono ricoperti da pesanti panni intrecciati di cinture da uomo di pelle nera, provviste di fibbie. Alle pareti, la serie Don’t Throw in (2022) che consiste in tessuti sempre formati da cinture intrecciate, bloccate con pesanti bulloni neri o viti per legatoria. La pesantezza, l’oscurità e la violenza trattenuta che sprigionano queste opere è, a mio modo di sentire, quasi tangibile. Soffermarsi in questo ambiente crea disagio e un leggero malessere. Metafora di una realtà che si vuole forte, nera, arrogante e maschile, questo ambiente assorbe e ci restituisce un’inquietante rivelazione: è l’esagerazione di una realtà che, più chiara, leggera ma altrettanto spietata, viviamo tutti i giorni. Soprattutto noi donne.

Monica Bonvicini Ordine feroce, 2022 Pittura su specchio 150 × 100 cm Courtesy of the Artist and Galleria Raffaella Cortese, Milano © Monica Bonvicini and VG Bild-Kunst Photo: Jens Ziehe
Monica Bonvicini Belt Cloth #2, 2022 Men’s black leather belts, bolts 275 × 220 cm Courtesy of the Artist and Galleria Raffaella Cortese, Milano © Monica Bonvicini and VG Bild-Kunst Photo: Jens Ziehe (detail)