Mette Edvardsen & Iben Edvardsen | Livre d’images sans images – XONG collection – dischi d’artista

Pubblichiamo alcune domande alla coreografa e performer norvegese Mette Edvardsen in occasione della performance presentata venerdì 15 dicembre 2023 alle 22.00, per la prima volta in Italia, a Raum, sede di Xing
14 Dicembre 2023
Foto libretto del LP Mette Edvardsen Livre d’images sans images – (Xong collection)

Dal 2004, da quando è stata presentata per la prima volta in Italia da Xing, la coreografa e performer norvegese Mette Edvardsen è tornata spesso a Bologna, a Live Arts Week e in altri contesti. Tra le sue produzioni, ricordiamo ad esempio la serie di performance sui limiti del linguaggio e il progetto a lungo termine Time has fallen asleep in the afternoon sunshine, basato sulla pratica di memorizzazione di testi. Il processo, tuttora in corso, è stato presentato in oltre 40 città di tutto il mondo, in contesti quali la Biennale di Sidney, Index Foundation a Stoccolma, Oslobiennalen First Edition, Trust & Confusion al Tai Kwun Arts a Hong Kong, Biennale di San Paolo, Centre Pompidou a Parigi, assistendo alla nascita di una comunità di 140 libri viventi in venti lingue.

Il suo ultimo progetto in ordine temporale si chiama Livre d’images sans images (Libro d’immagini senza immagini), disco che ha realizzato insieme alla figlia Iben Edvardsen per XONG collection – dischi d’artista, collana di Xing dedicata alla produzione di dischi di personalità – italiane e non – legate al variegato mondo della performatività.

Il titolo prende a prestito quello di una serie di novelle di Andersen, pubblicate in Italia con il titolo Dialoghi con la luna. Ogni racconto è una piccola scena che la Luna ha visto durante la notte nel suo viaggio intorno al mondo, descritta a un pittore che la trasformerà in immagine. Per Mette Edvardsen: “questa conversazione, nel significato originario della parola conversatio-onis ovvero ‘il trovarsi insieme’, è stata il punto di partenza del lavoro. Usando la meteorologia come filo drammaturgico (“la luna non si faceva vedere tutte le sere, a volte si intrometteva una nuvola”), abbiamo creato e raccolto materiali dalle nostre conversazioni sotto forma di registrazioni, testi, voci, disegni, suggestioni. Abbiamo montato le immagini, le libere connessioni e le ispirazioni nell’ordine in cui ci sono apparse. Sono allo stesso tempo fonti e tracce, materiale e supporto per nuove immaginazioni o eventi a venire.” 

La pratica artistica di Edvardsen, sebbene si esprima anche col video, la scrittura, e la produzione editoriale, ruota però soprattutto intorno alle arti performative intese come pratica e contesto. Livre d’images sans images è quindi anche il nome della performance che Mette Edvardsen & Iben Edvardsen porteranno venerdi 15 dicembre 2023 alle 22.00, per la prima volta in Italia, a Raum, sede di Xing, in occasione del record launch dell’LPomonimo. Il disco, distribuito da Soundohm e Flash Art (solo collector’s edition), sarà poi presentato il giorno dopo, sabato 16 dicembre alle 17.30 anche a Venezia nel bookstore bruno in collaborazione con Xing, insieme alle pubblicazioni di Varamo Press, casa editrice indipendente fondata dalla stessa Edvardsen nel 2018.

Estratti del disco:

Abbiamo posto qualche domande all’artista.

Livre d’images sans images è stato realizzato come se fosse un libro, ma anche una performance (scopo di Xong, tra l’altro è intendere lo spazio del disco come spazio da performare). Hai anche aperto una casa editrice, Varamo Press, sulle performatività della scrittura. È davvero possibile far passare la performance su altri media?

Ho lavorato spesso con altri media quando faccio performance. Non lavoro con un tema, un argomento o una storia, il mio approccio è astratto sin dall’inizio. Tento di creare altri spazi, altri modi di vedere e fare. Quindi cerco forme o figure su cui riflettere. Può essere un approccio sul campo, pratico e diretto. Lavorare con altri media apre a nuove domande e approcci, può proporre diverse modalità di lavoro, tecniche e materialità. Per me non si tratta tanto di entrare o scoprire, o provare a fare altro. Ma riportando la logica, la poetica o la specificità di altri media sul mio medium – quello performativo – ne ricavo nuove intuizioni per il mio campo d’azione, o perlomeno per il singolo lavoro in questione. Piuttosto che decostruire -non è questo il mio scopo- sovrappongo, metto in collisione, traduco, cerco di mettere insieme spazi diversi. È come se offrissero un altro accesso, aprissero ad altri spazi, modi di fare, pensieri. Dal punto di vista della creazione quindi, quando realizzo una performance per un libro, ad esempio come ho fatto con every now and then *(2009), per me si tratta sempre di una performance che si attiva in quel libro. Naturalmente è anche un oggetto-libro, e alcuni lo vedono da un punto di vista tipografico, come una composizione su pagine. Penso che sia interessante anche questo aspetto, come l’opera viene percepita in un contesto esterno alla performance, come nel caso del disco Livre d’images sans images. È fatto per essere autonomo, per vivere una vita propria. Mi piace che l’opera non sia trattenuta nel tempo e nello spazio, ma si riversi, si dissolva. Ha comunque la stessa realtà di una performance, viaggia a suo modo con ogni membro del pubblico, in una maniera non nota a noi autori.

* In every now and then Mette Edvardsen e Philippe Beloul invitano il pubblico a leggere un libro come se fosse una performance. Per tutta la durata dello spettacolo lo spettatore può leggere attraverso le pagine e gli spazi del libro mentre segue ciò che accade in scena (ndi).

Foto Mette & Iben Edvardsen – Livre d’images sans images – performance photo by Bea Borgers
LP Mette Edvardsen Livre d’images sans images (Xong collection)

Corpo, voce, memoria e oralità tornano sempre nei tuoi lavori. Tra i tanti visti a Bologna ricordiamo, ad esempio, Time has fallen asleep in the afternoon sunshine in un gruppo di persone aveva imparato a memoria un testo a sua scelta, formando un catalogo di “libri viventi” e “consultabili” dal vivi. Al centro, anche qui, c’è sempre la creazione di una relazione. Perché è così importante per te?

Scrivo o lavoro sempre per qualcuno, non solo per me stessa. C’è sempre un lettore, un pubblico, un visitatore, qualcuno che ascolta. Questa è la base. Non si tratta del mio bisogno di esprimermi, indipendentemente dalla situazione o dal formato. Ma considererei questa ‘relazione’ del tutto aperta. Non voglio qualcosa in cambio, a parte il fatto che ascoltino o stiano nella situazione. Per me questo è importante. È un’indifferenza necessaria, realizzata con molta cura. Non voglio dire alle persone cosa pensare o sentire, chiedere loro di reagire in un certo modo. Il pubblico non è lì per darmi conferme, piuttosto  cerco di creare spazi e situazioni in cui possiamo entrare e attivare la nostra immaginazione, sentire e pensare nuovi pensieri. Fare i nostri viaggi interiori. È uno spazio che condividiamo. Quindi per me questa relazione è specifica per ogni media. Per Time has fallen asleep in the afternoon sunshine abbiamo imparato a memoria i libri e abbiamo cercato di ‘diventare’ libri. Sembrava un fatto naturale che saremmo stati letti da un lettore alla volta, un ‘libro’ e il suo ‘lettore’. Naturalmente la dimensione è abbastanza intima. Ma l’intimità non è mai stata uno scopo in sé, è arrivata con il lavoro. Volevamo creare un’esperienza di lettura. Ed esiste un momento reale condiviso tra due persone, i nostri sguardi si incontrano, viviamo un momento insieme. A volte si condivide una vera intimità, ed è un po’ difficile metterlo per iscritto, non voglio far sembrare che stiamo andando oltre le barriere, non è così. Sta tutto nell’esperienza della lettura, questa è la cosa bella.

“Between presence and absence, Between a word and the next, Between the beginning and the end” recita una traccia del tuo disco. Nel mezzo i contorni sfumano e ci si incontra. Da lì, da un punto di incontro, è partito il lavoro con tua figlia. Cosa c’è tra una madre e una figlia, tra una performance e la vita?

Forse è una cosa divertente, ma non stiamo riflettendo troppo sulla nostra relazione madre-figlia. Non possiamo vederci dall’esterno, il che è vero per chiunque, e soprattutto per questa creazione. Penso che questo progetto – questo in particolare all’interno della mia produzione – sia difficile da afferrare per noi perché è molto più libero nel modo in cui è composto, e c’è una relazione diversa con lo spazio. Riguarda più qualcosa che ‘facciamo’. Il brano a cui ti riferisci è un gioco di parole che facciamo anche nella performance: un giorno io ho detto “tra me e te”, e lei mi ha risposto “il tempo”. E, naturalmente, è verissimo, ma non ci avevo pensato! Penso che questa sequenza catturi qualcosa. Penso che possiamo contare sulla vicinanza e sulla fiducia tra di noi, a partire dal processo di creazione condivisa  al momento performativo. Il rapporto è molto aperto e diretto. Iben conosce già molto bene il mio lavoro e fa parte dei nostri scambi nella vita. Ha le sue idee sulle cose, quindi questo scambio è reale. E ora questo lavoro fa parte della nostra vita, è qualcosa che facciamo. Quindi discutiamo su quali materiali condividere, come li mettiamo insieme, le scelte etc. E sebbene Livre d’images sans images segua da vicino il mio sviluppo artistico, è un progetto che nasce da noi due. Mi sento fortunata a poter condividere il lavoro in questo modo con lei, e poterlo fare insieme. Sia nella performance che nella vita.

Livre d’images sans images- Mette & Iben Edvardsen
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