Le prospettive del Max Mara Art Prize for Women — il premio ventennale nato nel 2005 dalla collaborazione tra Max Mara e Collezione Maramotti con la Whitechapel Gallery di Londra — ora diventano nomadiche. Conclusasi la collaborazione con l’istituzione londinese, ora la portata del Premio si sposta in Indonesia, stringendo un nuovo sodalizio con il MACAN – Museum of Modern and Contemporary Art in Nusantara di Giacarta, Indonesia.
La prima curatrice per questa nuova edizione del premio è Cecilia Alemani, Direttrice e Curatrice Capo della High Line Art di New York. Alemani, con Max Mara e Collezione Maramotti, individuerà il paese e l’istituzione di riferimento che varieranno per ogni edizione. La giuria di questa edizione, presieduta da Cecilia Alemani, sarà composta dalla Direttrice del Museum MACAN Venus Lau, dalla curatrice Amanda Ariawan, dalla gallerista Megan Arlin, dalla collezionista Evelyn Halim e dall’artista Melati Suryodarmo.
Durante la presentazione del nuovo assetto nomadico, è Luigi Maramotti, il presidente di Max Mara Fashion Group, a raccontare la nascita dell’iniziativa partendo dagli esordi, negli anni ’50, decennio che vede la nascita dell’azienda. “Fu un’intuizione di mio padre. Nel 1951, anno di fondazione dell’azienda, era un momento molto complesso; era appena finita la guerra e c’era la necessità che le donne recuperassero un ruolo nel recupero del sé ed era importante la loro legittimazione nella società. L’idea di fare degli abiti per donne reali: mogli, madri, ma anche per le donne che lavoravano… Per molti versi, a distanza di 75 anni, ora come allora per noi ha un significato importante legittimare il ruolo della donna in seno ad una società molto complessa. Per me è stato fondamentale l’avvio del Max Mara Art Prize for Women che, per molti versi, è coerente con lo spirito della nostra azienda. Nella formula per come è stato ideato c’è la risposta al suo successo e alla sua originalità.”
Perché allontanarsi dall’Europa, diventare nomadi in un contesto internazionale difficile e in continuo cambiamento? Non è stato azzardato?
“In un mondo che si sta chiudendo e in cui la paura e l’incertezza sono dominanti, credo che riaffermare il senso di coraggio ed esplorazione sia fondamentale. Il Premio stesso, per come è stato ideato, ha una profonda indole esplorativa.” Rispode Luigi Maramotti
Spetta a Sara Piccinini, la direttrice della Collezione Maramotti, raccontare la nascita e le peculiarità del Premio, che si caratterizza principalmente per un “tempo dilatato”. Fondamentale, spiega la direttrice, è il tempo lungo — due anni — che va dalla selezione delle finaliste alla nomina della vincitrice, per poi svilupparsi nella residenza in Italia che dura sei mesi, per concludersi con le due mostre, una delle quali alla Collezione Maramotti.



“Una delle caratteristiche fondamentali del Premio è il tempo lungo della residenza, che consiste in sei mesi di permanenza in Italia. La residenza, dunque, si caratterizza come momento di scoperta, ricerca, di esplorazioni artistiche, ma anche personali. Senza contare che la Collezione accompagna le artiste anche durante il processo di produzione. Tutto questo iter di ricerca ed esplorazione — che può essere tecnico, storico, culturale e paesaggistico — sfocia in un corpus di opere che ha come esito il progetto espositivo finale. Senza contare che la Collezione ha acquisito parte o, a volte, anche l’intero progetto prodotto dalle artiste. Ed è per questo motivo che siamo riusciti a realizzare la mostra antologica dedicata al ventennale del Premio, ‘Time for Women’ (2025), ospitata a Palazzo Strozzi”, spiega Piccinini.
“Le residenze si sono caratterizzate nei modi più disparati. Ci sono state artiste che si sono concentrate molto sul lato tecnico, altre che hanno fatto sei mesi di pura ricerca nella Commedia dell’Arte, ad esempio, o chi ha studiato per mesi canto lirico. Abbiamo avuto delle richieste e residenze che si sono evolute in questi vent’anni. Le prime edizioni prevedevano delle residenze che si svolgevano tre mesi a Roma e tre mesi a Biella alla Fondazione Pistoletto; questo per dare alle artiste la possibilità di fare un ‘grand tour’ contemporaneo tra cultura, arte, storia, ma anche per immergersi in contesti più naturalistici e paesaggistici. Dalla quinta edizione, le residenze si sono articolate in un modo molto preciso e puntuale, seguendo veramente le intenzioni delle artiste. Si sono sviluppate delle relazioni anche molto forti tra le artiste e i tutor che le hanno seguite o gli artigiani che hanno collaborato per la realizzazione delle opere. Uno degli aspetti della residenza è la sua essenza nomadica — che da quest’anno diventa globale. Alcune residenze hanno toccato molti luoghi in Italia e non sempre le città principali come Roma, Firenze o Venezia: c’è chi ha soggiornato tre mesi a Todi, chi a Faenza, Agnone, luoghi in cui c’erano le realtà e le persone che potevano far scoprire alle artiste ciò che in quel momento stavano cercando.”
Spetta alla curatrice della prossima edizione, Cecilia Alemani, raccontare i motivi della scelta dell’Indonesia come paese ospitante per questa nuova edizione del Max Mara Art Prize for Women.
“L’Indonesia ha molte delle caratteristiche che cercavamo nella ricerca del paese ospitante. L’Indonesia è uno dei paesi più grandi al mondo in termini di popolazione, dopo India, Cina e Stati Uniti, con oltre 285 milioni di persone. Senza contare che la popolazione è giovanissima: l’età mediana è 30 anni. Più del 68% delle persone ha meno di 25 anni, quasi l’opposto dell’Italia”, spiega la curatrice.

“Abbiamo scelto un paese che conosciamo poco ma che può abbracciare o impersonare il senso di libertà e di giovinezza del Premio. Ci piaceva l’idea che fosse un paese — sottolineo, di 17.000 isole — che non fosse centralizzato o costruito attorno a una città; è un paese che accoglie tantissime pluralità di voci artistiche, sociali, culturali incredibili in tantissime città e centri espositivi che non sono centralizzati attorno alla capitale. Questo si vede molto nella scena artistica indonesiana che ha delle caratteristiche molto speciali, una tra queste è l’idea di collaborazione. Ci sono tantissimi collettivi ed è molto forte il senso della comunità e della collaborazione. Questo aspetto ci piaceva molto in relazione al Premio Max Mara. La scena artistica è abbastanza recente; ovviamente è meno sviluppata di quella di Londra, che è stata partner per tanti anni. Anche questo è un aspetto che ritengo importante nel mio ruolo di curatrice. Un Premio e un progetto artistico come questo può fare veramente la differenza. Non c’è niente di simile in Indonesia”.
Come istituzione partner hanno scelto il Museum MACAN a Giacarta. È un museo privato, aperto nel 2017, diretto da una giovane curatrice che si chiama Venus Lau, cinese che ha lavorato per molti anni ad Hong Kong e ha molta esperienza in ambito museale.
Racconta Alemani: “Il MACAN, oltre ad essere un bellissimo museo, è soprattutto uno spazio di incontro frequentato da un pubblico molto giovane. È un museo che dedica molto spazio alla scena indonesiana, al Sud-Est asiatico, ma è aperto anche a progetti di respiro internazionale. Attualmente è in corso una mostra di Olafur Eliasson”.
La curatrice sottolinea che uno degli aspetti che più contraddistingue questa fase del premio sia il confronto che avrà l’artista indonesiana selezionata con la cultura italiana. Gli esiti della residenza saranno sicuramente molto diversi rispetto a quelli degli anni scorsi, in quanto il mondo culturale indonesiano è molto diverso da quello occidentale o da quello italiano.
Spiega Alemani: “Ci sono delle tradizioni molto importanti come la tecnica indonesiana del batik, l’intaglio del legno, le marionette, la danza… Ci sono anche molti giovani artisti che esplorano il video, la performance. In questo momento penso sia importante che degli artisti che provengono da tradizioni completamente diverse dalle nostre, abbiano la possibilità di confrontarsi con un paese come l’Italia. Sarà entusiasmante vedere, l’esito del confronto tra cultura molto diverse. Credo che la potenza del Max Mara Art Prize for Women, al di là che vinca una sola artista, sia quella di creare un’idea di comunità, un’idea di network tra le stesse artiste finaliste. Sono certa che le relazioni che si creeranno tra le artiste, la Collezione, le giurate, lo stesso Museo MACAN, sarà molto importante e nascerà una sorta di comunità che andrà ben oltre la dimensione del premio stesso”.
Cover: Collezione Maramotti Ingresso lato Est / Ph. Bruno Cattani