Testo di Emma Castellani —
Guardando dal finestrino della macchina il profilo delle montagne che mi accompagnano verso Belluno, mi tornano in mente i versi di un’ironica filastrocca popolare sentita, per caso, tempo fa. Questa gioca sui luoghi comuni delle città del Veneto, riservando a Belluno, alla fine, la battuta più severa, e rivelandola l’unica città condannata all’irrilevanza: «[…] E Belun? Póre Belun, te se proprio de nisun!» — povera Belluno, non appartieni davvero a nessuno.
Forse c’entrano proprio le montagne, o magari il clima un po’ più rigido che ti segue mentre cammini tra quelle strade che si annodano come fili, ma Belluno è una città alla quale non sempre è stato riconosciuto lo spessore che meriterebbe, finendo per diventare terra di nessuno e sfuggendo, così, anche a ogni cliché o idea d’identità prestabilita.
Eppure, proprio lì, il Museo d’arte contemporanea Burel restituisce alla città un diverso senso di appartenenza.
Appare quasi per caso: una facciata di vetro basta a rivelare l’intimità di due piccole stanze che, tuttavia, sembrano infinite. Qui, l’arte diventa il filo che unisce tutti gli altri, la possibilità di costruire uno spazio in cui tutti siano uguali e liberi, dove la città smette di essere di nessuno e diventa di tutti. Forse, allora, non appartenere a nessuno non è più un limite, ma la condizione che permette a Belluno di essere, oggi, davvero se stessa.
In questo contesto, MASQUERADE, il progetto che sta attraversando la programmazione del museo, esplora «un’umanità in espansione — spiega il museo — fatta di esseri in movimento» che dialogano tra loro, invitando a osservare non solo ciò che si vede, ma anche ciò che si muove sotto la superficie.
Ci si trova così a confrontarsi con trasformazioni, incontri, e con la sensazione che tutto possa accadere dentro uno spazio piccolo e preciso.



MASQUERADE. Martin Creed, 2025 © Museo d’arte contemporanea Burel. Photo Francesco Titton
Questa volta, a prendere possesso delle stanze raccolte del Burel è Martin Creed, artista britannico noto per la sua capacità di trasformare la semplicità apparente di un gesto in un’esperienza straordinariamente densa di senso.
La mostra — visitabile fino al 14 dicembre — prevede un’opera che «riguarda l’aria, che è qualcosa con cui abbiamo a che fare tutti i giorni, semplicemente respirando» spiega Daniela Zangrando, direttrice del museo.
Eppure, nei giorni precedenti all’inaugurazione, il museo il respiro lo ha trattenuto, lasciando il mistero intatto e non facendo intuire nulla di ciò che avrebbe preso forma tra le sue pareti. L’attesa è cresciuta con il ritmo dei preparativi e con la consapevolezza che, una volta aperto, Museo Burel sarebbe diventato qualcos’altro, indossando ancora una volta una maschera inedita, capace di restituirgli un volto nuovo.
Sabato 8 novembre, l’attesa non tradisce. Il museo è pieno, ma questa volta il protagonista è ciò che c’era anche prima. Eppure, qualcosa cambia: metà dell’aria che normalmente riempie la stanza è stata raccolta in grandi palloncini bianchi, leggeri e instabili, che navigano, si toccano, si sfiorano, come custodi fragili di ciò che non possiamo vedere.
«In un certo senso, lo spazio dovrebbe essere trattato quasi come se l’opera non fosse lì.
La situazione, per quanto possibile, dovrebbe essere normale: come al solito lo spazio è pieno d’aria; la sola differenza è che metà dell’aria si trova dentro ai palloncini.» spiega l’artista stesso.
L’opera di Martin Creed prende il titolo dalla sua stessa condizione — Work No. 3891, Half the air in a given space — e il Burel ne diventa complice: la vetrata, le stanze, il pavimento e il soffitto incorniciano il lavoro proprio come i palloncini incorniciano l’aria e lo spazio invisibile al loro interno.
Camminare tra essi significa allora attraversare quello stesso spazio — lo spazio in cui ogni giorno, senza accorgercene, ci muoviamo — in un modo totalmente nuovo, riscoprendolo come presenza attraverso il proprio corpo e relazionandosi con qualcosa che esiste da sempre, ma che ora si rivela inevitabilmente anche all’immediatezza di ogni senso.


Trovandomi di fronte alla vetrata del museo, penso alle parole di Italo Calvino in Lezioni americane: «[…] la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso […]».
Così, questi volumi morbidi riempiono lo spazio e lo alleggeriscono insieme, rendendo visibile ciò che già c’è ma che solitamente sfugge: la misura dell’invisibile.
Lo spazio diventa materia soffice che risponde a ogni gesto. Materia che respira, sussurra, ci sfiora e si muove con noi, ricordandoci che ogni ambiente è sempre pieno, anche quando crediamo che sia vuoto, e che ciò che sembra mancare è, spesso, proprio ciò che ci circonda.
Entrando nello spazio cerco punti di riferimento, ma non ne trovo, sentendomi magicamente disorientata in mezzo a quell’ordinatissimo caos.
«E poi non sapevo più cosa guardare e guardai il cielo.» Nei miei pensieri torna ancora Calvino, che ne Gli amori difficili mi ricorda dove ritrovare stabilità quando non so dove cercarla. Così, tanto per appoggiare lo sguardo a qualcosa, alzo gli occhi al soffitto, che tra quelle mura diventa l’unico cielo possibile.
Tra tutto quel contatto, tra tutta quella presenza, il rapporto tra dentro e fuori sembra allora assumere una forma nuova, e diventa subito chiaro come in uno spazio tanto ristretto possa racchiudersi non solo il cielo, ma un mondo intero; come l’esterno perda contorno, diventando qualcosa che, senza il fruscio di quelle presenze bianche, non si riconosce più. In un fuori sempre soggetto al giudizio e alla paura di essere visti, ciò che sta dentro diventa allora un rifugio temporaneo dal peso del mondo e in cui il peso stesso viene sottratto.

Martin Creed fa del Museo Burel un luogo di libertà, uno spazio che ci permette di fuggire dalle gabbie in cui troppo spesso ci troviamo confinati, scomparendo e confondendoci in mezzo a tutta quell’aria che non è mai stata tanto leggera.
I palloncini occupano lo spazio e la vista, ci proteggono dallo sguardo esterno e invitano il nostro a rivolgersi altrove — verso orizzonti più sfumati, più intimi, più lievi. Orizzonti che, nella frenesia di una vita troppo veloce, in cui tutto sembra dover trovare un posto e dove tutti sembrano costantemente alla ricerca di qualcosa — che cosa, poi? — finiamo spesso per non vedere. E allora, qui, in mezzo a queste forme bianche e instabili, ci concediamo un momento per vivere a rallentatore, per comprendere che, forse, le cose trovano davvero un loro posto proprio a forza di non esserci.
In Work No. 3891, Half the air in a given space non valgono più le regole del mondo, ma quelle di un gioco in cui il corpo e lo spazio dialogano liberamente, e in cui chiudere gli occhi è l’unico modo per sentire ciò che ci circonda. E in questo gioco a occhi chiusi, finalmente, senza vedere, possiamo vedere davvero.


MASQUERADE. Martin Creed, 2025 © Museo d’arte contemporanea Burel. Photo Francesco Titton
«Il lavoro rimanda a una dimensione leggerissima e giocosa. Eppure c’è anche qualcosa di tragico» racconta Daniela durante il discorso inaugurale.
Ascoltando le sue parole mi chiedo cosa succederebbe se qualche palloncino dovesse scoppiare. Effettivamente sarebbe tragico e spaventoso se, in quel momento, qualche globofobico si trovasse lì.
Nel corso della serata, un rumore che assomiglia a un piccolo fuoco d’artificio bianco sembra rispondermi che, ogni tanto, qualcosa scoppia davvero. Imprevisto? No. «È giusto. Fa parte del gioco» mi dice Claudia Cargnel, presente all’inaugurazione, e che per prima, nel 1998, si era misurata con quello stesso imprevedibile «gioco» alla Galerie Analix a Ginevra. «Al tempo avevamo contato quattordicimila palloncini — racconta — e quattordicimila palloncini prevedono anche, alla fine, quattordicimila scoppi.» L’opera rivela, così, la sua tensione invisibile, ricordandoci come, insieme alla leggerezza, il lavoro nasconda e anticipi il suo opposto, diventando minaccia dello spavento e portando intrinsecamente con sé anche la promessa della propria fine. E magari avevamo anche bisogno di una piccola esplosione per capire che l’aria che quell’involucro nascondeva era sempre stata lì — forse non la possiamo vedere, ma che importanza c’è?
Claudia mi parla anche di un palloncino che, durante quella prima esposizione, era scappato sulla strada: «Una macchina dovette sbandare per evitarlo.» Un corpo d’aria — quasi niente — che ci spinge a cambiare rotta, modellandone la direzione: un fenomeno paradossale che rivela quanto la possibilità di un piccolo imprevisto possa modificare il corso delle cose. L’imprevisto diventa allora rivelazione, interrogando il senso dell’arte, e della vita, quando si aprono all’(in)aspettato, e al Museo Burel arte e vita si sono toccate senza protezione, ricordandoci che sì, ogni tanto qualcosa esplode, ma in fondo è tutto parte del gioco.
