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Live Arts Week | Intervista con Alessandro Di Pietro – DogmaZoom

I protagonisti sembreranno dei giganti che si aggirano in un villaggio in miniatura. Da lontano, dall’altra parte della sponda del fiume Remo, le loro azione sembreranno insignificanti. Si vedranno solo delle figure accampate nella spiaggia, mentre sostano o nell’atto di...

Alessandro Di Pietro – DogmaZoom, Live Arts Weel, Bologna 2021

I protagonisti sembreranno dei giganti che si aggirano in un villaggio in miniatura. Da lontano, dall’altra parte della sponda del fiume Remo, le loro azione sembreranno insignificanti. Si vedranno solo delle figure accampate nella spiaggia, mentre sostano o nell’atto di costruire una città/castello di sabbia con tutto ciò che trovano attorno. 
Il plot di DogmaZoom, lascia ampie zone d’ombra che forse nemmeno quando avrà preso avvio saranno completamente chiarite. Stiamo parlando del progetto che Alessandro Di Pietro presenta dal 20 al 27 giugno al Live Arts Week, lungo il fiume Remo in Zona Barca a Bologna. 
L’artista ha coinvolto una serie di artisti con un’opera – Tomaso De Luca, Michele Gabriele,  Monia Ben Hamouda, Enrico Boccioletti, Riccardo Banfi, Federico Tosi e Armature Globale

Segue la sinossi del progetto e l’intervista con Alessandro Di Pietro —

Delle figure accampate sulla spiaggia lungo la riva del fiume Reno, si relazionano tra loro tramite oggetti scultorei e semplici effetti personali tecnologici come un asciugacapelli, una torcia, alcuni smartphone. Oltre al bivacco, il principale atto di condivisione dello spazio che attua questa famiglia di personaggi Post-hippies, è infantile e distruttivo: svolto in totale autonomia costruiscono un mockup di una città, ripartendo da ciò che trovano sulla spiaggia e nella vegetazione. Il plastico è spontaneo, il livello di dettaglio basso, ma sintetizza una civiltà. Grazie all’interazione auto-riferita di questi tre demiurghi, la loro personale messa in scena recita le fasi vitali di una società: la costruzione, la distruzione, lo stato di pace, la calamità e chissà lo stato di eccezione. La similitudine con l’azione si esprime facilmente tramite l’immagine dell’edificazione di un castello di sabbia. La terraferma si bagna grazie all’acqua producendo materia plasmabile utile al processo di antropomorfizzazione del paesaggio e che rivede, grazie all’aspetto dei tre figuranti, l’estetica del costruttore, del potente, dell’attivista, dell’avvocato, del dirigente corporate, del dio bambino crudele che esperisce la morte. 

Elena Bordignon: DogmaZoom sembra una riflessione eccentrica della società. Il progetto è imperniato sull’incontro di tre figure lungo le rive del fiume Reno. Mi racconti come hai scoperto questo luogo e perchè lo ritieni importante?

Alessandro Di Pietro: Ciò che li accomuna è un rapporto di familiarità reciproco, dettato forse da un passato o un presente comune. Passano insieme delle ore sulla riva del fiume sufficientemente organizzati, slegati dalla retorica del vivere il paesaggio come un elemento inquinante e tutto sommato in armonia con esso.
La location è chiaramente definita XING. 
DogmaZoom è stato pensato appositamente su questa edizione un-staged, senza un vero e proprio pubblico del Peng. Tra i diversi punti del paesaggio del Lungo Reno (Quartiere Barca) mi interessa fare accadere questo esperienza “ da campeggio” in un punto lontano dalla superficie verde, in una spiaggia dall’altra parte del fiume. L’accampamento sarà osservabile da lontano ma ciò che le tre figure svolgeranno non sarà del tutto comprensibile.

JUBILEE, Derek Jarman, 1978
Mulholland Drive, David Lynch, 2001

EB: I tre ‘personaggi’ si relazionano tra loro mediante degli oggetti banali: asciugacapelli, una torcia, alcuni smartphone. Assieme costruiscono una città effimera, casuale. Considerandolo un atto metaforico, che senso hai dato a questo gesto di costruire una ‘civiltà’? 

ADP: I tre personaggi non si relazionano tramite oggetti banali ma tramite dei totem e oggetti quotidiani: ogni oggetto semplice può avere un infinito significato affettivo, funzionale e simbolico.
Tra questi ci sono anche le opere o gli studi di opere degli artisti Tomaso De Luca, Michele Gabriele,  Monia Ben Hamouda, Enrico Boccioletti, Riccardo Banfi, Federico Tosi e Armature Globale, lo studio di architettura fondato da Luigi Alberto Cippini nel 2016, che mi ha prestato due mockup.

EB:  Ogni persona sembra avere un ruolo. C’è il costruttore, l’attivista, l’avvocato, un dirigente. Mi racconti perchè definire dei personaggi con dei ruoli? 

ADP: Non proprio. Ogni figura è una singolarità ma è anche parte di una generazione “post-post-post” che ho individuato in alcuni artisti della scena bolognese e con i quali ho avuto modo di relazionarmi durante l’ultima mostra HOBOBOLO alla Gelateria Sogni di Ghiaccio il maggio scorso. Bologna è l’unica città Italiana che conosco che ancora produce mitologie e un’ aneddotica da chi e per chi la abita; chissà come saranno ricordati i protagonisti (arte o non arte) dei futuri racconti urbani quando si parlerà dei primi anni ’20 Bolognesi.
Qui li elenco e li ringrazio: Mattia Pajè, Milena Rossignoli, Bianca Shröeder, Bekbatar Enktur.

EB: Cosa compie ognuno nell’economia di questa città (castello di sabbia)?

ADP: Accampati vivono il paesaggio e ci giocano. L’antropomorfizzazione del paesaggio è un gioco perverso ma anche istintivo e sincero; la reminiscenza del castello di sabbia è l’architettura come soggetto di condivisione, per impiegare il tempo nel paesaggio, per ovviare alla sola contemplazione di esso. Credo che i figuranti saranno come divinità demiurgiche e post-hippies che gentrificano e decidono le sorti tramite il pensiero ecologico dei quartieri popolari di una città.
Costruiranno, distruggeranno, rappresenteranno alcuni stati sociali di una città o di una civiltà come l’edificazione, la pace, la calamità, il cataclisma, lo stato di eccezione. Tutto succederà anche tramite un’interazione filmica DIY e con riprese tramite smartphones del plastico che creeranno con materiali di fortuna trovati sulla spiaggia, nel bosco retrostante e con quello che si portano con se per campeggiare.
Come nei set di Godzilla la città è piccola e gli attori dei giganti, ma dall’altra sponda del Reno la loro azione sarà insignificante.

EB: Il tuo progetto coinvolge altri artisti. Che compito hanno nel progetto? Presentano un loro lavoro? Come li hai scelti? 

Come ho accennato prima le opere coinvolte sono dei props ma anche da intendere come effetti personali o effetti speciali del film che i figuranti useranno all’interno della città da loro manipolata per DogmaZoom durante Live Arts Week X.
Il motivo per cui ho chiesto a loro è il rispetto verso la loro ricerca e la loro brillantezza nel rimanere solidi nel mondo. Li ringrazio come sempre per la loro generosità.
Per concludere, ci tengo ad elencare, in ordine alfabetico, le opere che appariranno in DOGMAZOOM:

ARMATURE GLOBALE, Fast taped mockup, 2020 – 2021
ENRICO BOCCIOLETTI, Materiali preliminariper From Settlement to Nomadism, 2015
FEDERICO TOSI, Baby (Dolphin), 2017
MICHELE GABRIELE, It’s always so hard to admit that things are different than what we had believed at first sight, 2021
MONIA BEN HAMOUDA, Blair, 2021
RICCARDO BANFI, Junkyard #01 – 2018; Keys View – 2018; Props #03 – 2018; State Trooper – 2019; Zabrinskie Point – 2019
TOMASO DE LUCA, Hooded Soldier ( studio ), 2018

EB: Ultima domande, ma non meno importante: che visione vuoi dare della società con questo progetto?

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Trash Humpers, Harmony Korine, 2009