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Le “isole delle femmine” di Stefania Galegati

L'Ecomuseo Urbano Mare Memoria Viva di Palermo ospita la mostra conclusiva del progetto "Isola delle Femmine" dell’artista Stefania Galegati, a cura di Cristina Alga
Stefania Galegati, Isola#48, pastello e pennarello su carta, 15 x 21 cm (Mery Galegati)

Testo di Chiara Bucolo

L’elemento dell’isola, come suggerisce il suo stesso nome, nell’immaginario collettivo è frequentemente associato a un mondo “altro”, un Eden magico affascinante e spaventoso, che sfugge alle norme della civilizzazione e dove la nostra concezione di spazio-tempo muta, si dilata o si contrae; avulso dalle scansioni giornaliere con cui organizziamo la nostra vita sociale e lavorativa. Michel Foucault riflette su tale tipologia di spazi formulando il concetto di “eterotopia”, il “contro-spazio” calato nel reale ma esistente secondo regole proprie. L’isola è quindi da considerare solo come un microcosmo, come un sistema chiuso da un perimetro perfetto? Un luogo dove scappare dal mondo? Ma cosa significa realmente visitare un’isola? Esistono, o possono esistere, delle consuetudini sociali alternative a quelle del mondo “urbanizzato”, del patriarcato e del consumismo?
Ribaltando la prospettiva sul clichè di isola, il lavoro dell’artista Stefania Galegati rompe la visione di quest’ultima come coordinata geografica immobile con il progetto Isola delle Femmine, vincitore della 13° edizione dell’Italian Council (2024) e in mostra presso l’Ecomuseo Mare Memoria Viva di Palermo dal 28 maggio al 28 novembre, a cura di Cristina Alga. 

L’Isola delle Femmine è un isolotto a largo del comune omonimo in provincia di Palermo, il cui attuale nome si dice sia frutto di un disguido linguistico: originariamente “isola di Fimi” (“isola di Eufemio”, all’epoca governatore bizantino della Sicilia) sarebbe stato interpretato erroneamente come “isola delle Femmine” a causa della somiglianza con la parola siciliana “fimmini” (“femmine”). L’isola è così inconsapevolmente diventata, almeno nel nome, delle donne: ed è proprio alle donne (non solo coloro nate biologicamente tali) che un gruppo di artiste, tra cui Galegati, nel 2017 decide di “restituirla”, lanciando un crowfunding rivolto ad esse per comprare l’isola a seguito della sua messa in vendita – non al fine di possedere l’isola in sé come bene privato fine a sé stesso, ma al contrario per “lasciarla in pace”, per permetterle di esistere come alternativa culturale e sociale scevra da ogni concezione consumistica, generata dalla cooperazione, dall’aiuto reciproco e dalla relazione con la natura. A partire da un curioso errore semantico l’isolotto siciliano diviene quindi il fulcro di una rete di relazioni sempre più espansa, tramite il coinvolgimento e lo scambio tra artisti, cittadini, attivisti e persone con background differenti, articolando connessioni interpersonali intangibili ma resilienti tra Palermo e gli altri “sud emergenti” – con le loro differenti declinazioni – attraverso attività collettive come workshop, residenze, incontri.

Coltivatrici di alghe, Pemba
Stefania Galegati Manifesto Infinito, 2026, single channel video, in progress Pemba

Le tappe del progetto in mostra all’Ecomuseo rafforzano queste relazioni concentrandosi in particolare sul periodo di residenza che l’artista ha svolto nel 2025 e nel 2026 a Java e in Tanzania (Zanzibar e Dar Es Salaam), dove ha collaborato con realtà locali come Gudskul, Jatiwangi Art Factory e Nafasi Art Space: spazi mirati alla costruzione quotidiana di un ecosistema sfaccettato e interconnesso tra pratiche artistiche, saperi locali e contesti sociali e pedagogici. 

A Java inizia la stesura del Manifesto Infinito, che prosegue nella seconda tappa in Tanzania, frutto degli incontri e delle iniziative svolte con le donne del luogo: un’opera articolata in maniera fluida, quasi un attestato politico volto a sottolineare l’agentività femminile, in cui ogni media utilizzato – dal video agli stendardi alle ceramiche di terracotta – scandisce e mette insieme le fasi del progetto, dando spazio alle urgenze e alle visioni delle partecipanti (“we want beauty without standard”; “we want not only learn to endure but learn how to riot”; “women should be taught to swim”; “women should have a joint business”). Il manifesto è infinito come infiniti sono i rapporti umani nel momento in cui si attivano e si sviluppano, ognuna aggiungendo uno strato, un punto di vista, un supporto e una protezione, richiamando il concetto indonesiano di lumbung, derivante dalla pratica di mutuo sostegno del distribuire il surplus di riso coltivato tra la comunità, generando non solo esperienze alternative di consumo e gestione delle risorse, ma anche delle microeconomie indipendenti e solidali. Un esempio di realtà artistiche e sperimentali in tal senso incontrate dall’artista e dalla curatrice sono le Motherbank di Jatiwangi, un gruppo di donne impegnato in progetti di micro-credito, e le coltivatrici di alghe Pemba, il cui rapporto simbiotico con l’ecosistema marino, con il corpo immerso nell’acqua per procurarsi il proprio sostentamento, diviene una potente rivendicazione di indipendenza. Il Manifesto può essere concepito come un’opera costantemente in divenire, che potenzialmente può accogliere e integrare le voci di ogni comunità insulare e costiera mantenendone l’identità, elemento rafforzato dalla compresenza delle lingue italiano, indonesiano, swahili e inglese, e dell’inclusione di elementi tradizionali come la stampa di kanga.

Stefania Galegati Manifesto Infinito, 2026, single channel video, in progress jak
Stefania Galegati, Pulau Betina, Changing the name of the island with a bad name, 2025 photo credit Nina Shines

Al Manifesto è affiancato un ologramma, un contraltare quasi “immaginario” ed evanescente dell’isolotto palermitano, quasi a mostrare l’isola nel suo significato eterotopico e simbolico, ma anche giocando con quest’ultimo – mentre l’ologramma si presenta come un miraggio, una versione irreale dell’isola, pur conservandone le fattezze, le relazioni e le connessioni costruite oltre i confini proprio a partire da quell’isola rimangono forti e vive. È in queste relazioni che l’isola vera si personifica ed esiste, trasformando l’isola da un luogo a sé stante a un sistema plurale: c’è un Isola delle Femmine in Sicilia, c’è una “Pulau Betina” (“isola delle femmine” in indonesiano, sorella dell’isola palermitana nata come isola possibile durante uno dei workshop), come ce ne saranno molte altre nel mondo.

Emblematico come il lavoro di Galegati sia avulso da qualsiasi intento coloniale o sguardo paternalistico e esotizzante verso le realtà non bianche: non vi è l’intento di “spiegare” l’emancipazione alle donne del luogo, le quali sono esse stesse ideatrici di progetti volti a contrastare il sistema patriarcale, ma di ascoltarle senza alcuna postura di superiorità, sulla base di una sorellanza orizzontale ed egualitaria. 

Il legarsi di diverse relazioni e contesti isolani si esprime anche tramite diverse iniziative, che si svolgeranno fino all’autunno 2026, come l’incontro di Luglio presso Ocean Space (Venezia) della Fundacion TBA21, dove la ricerca del progetto incontra la riflessione sulle isole minori veneziane, ma anche il convivio Our Sea of islands, che si svolgerà a Settembre 2026 all’Ecomuseo, dedicato ad artivismo e isole post-esotiche.

Stefania Galegati Manifesto Infinito, 2026, single channel video, in progress – ramo
Stefania Galegati, Cammino sul muro#03, 2024 stampa fotografica 30 x 40 cm
Stefania Galegati, Isola#22, 2020 olio e matita su legno 80 x 120 cm
Stefania Galegati, Pulau Betina, Looking for the unnamed island 2, 2025 photo credit Nina Shines