ATP DIARY

La Sacra Famiglia di Ruben Montini: Il trauma generazionale a tavola

La performance diventa uno still, un fermo in immagine, un momento catartico carico nella sua silente immediatezza. Testimonia il momento del tradimento vissuto da quella l’idea di famiglia che si racconta come nido

Testo di Paolo Spagnoletti 

Era una domenica mattina, ci saremmo dovuti dirigere presso il quartiere Barriera di Milano
a Torino, dove ha sede lo studio dell’artista Ruben Montini (Oristano, 1986). Proprio nell’ora
del pranzo domenicale, il momento forse più sacro della settimana nella cultura italiana,
Montini ci attendeva per invitarci alla sua personale performance intitolata La Sacra
Famiglia. Una performance che, dopo lunghe vicissitudini, riusciva finalmente a prendere
vita per mettere in scena il profondo e spesso invisibile trauma generazionale che si
consuma tra le mura domestiche.
Gli invitati, alle 12.30 in punto, entravano nella sala da pranzo. Ad attenderli un tavolo
riccamente decorato da fili dorati, sete e organze, cangianti broccati sardi, pizzi antichi e
velluti. Già a tavola, come ad irrompere in media res nella scena domestica, sono sedute le
bambole1 della famiglia tradizionale di Montini: il padre, la madre, la sorella che allatta la
nuova progenie, e il suo compagno. L’unico corpo in scena è quello di Montini, seduto
all’interno dei confini sanciti dal tavolo rotondo ma debitamente disconnesso dagli altri
commensali.
Sul capo del performer una corona di ferro preme con le sue spine metalliche la tenera
carne.

NON HO PIÙ UN FIGLIO PER ME SEI MORTO.
SEI LA VERGOGNA DI QUESTA CASA.
MEGLIO UN FIGLIO MORTO CHE UN FIGLIO FROCIO.

Sono queste alcune delle frasi scritte a mano su degli specchi che pesano, come una spada
di Damocle, sulla testa di Montini incastonandosi nell’epidermide così come nella psiche del
figlio reietto.
Non è una scena banale quella che Montini propone ma molto comune. Nel breve tempo
della performance, Montini ha racchiuso l’esperienza di tante persone appartenenti alla
comunità LGBTQIA+. Gli specchi mostrano, visivamente e fisicamente, la potenza
oppressiva che il linguaggio eteropatriarcale utilizza per materializzare e naturalizzare una
presunta differenza sessuale. Come affermato da Monique Wittig, il linguaggio forgia e
plasma con violenza la realtà e “gli stessi corpi degli attori sociali sono modellati da linguaggi
astratti (così come da quelli meno astratti)”2 . Quello stesso linguaggio che nelle politiche
odierne è sempre più uno strumento di liberazione e di autodeterminazione, mostra il suo
secondo viso, quello del dispositivo di violenza e di assoggettamento.
L’iconografia del Cristo penitente ben si allinea alla parabola che Montini imbastisce per
l’occasione. Così come il Messia venne rigettato e deriso, per dirsi portatore di una verità
altra rispetto a quella giudaica, allo stesso modo la versione laica di Montini definisce un
parallelismo di divario generazionale e culturale. Quella stessa religione che tanto ha istruito
i fedeli al rispetto e all’amore per il prossimo si fa qui castrante, svilente e contraddittoria.

Ruben Montini, La Sacra Famiglia, 2025 Performance 35’ Studio dell’artista, Torino Courtesy dell’artista e GALLERIA GABURRO, Verona – Milano Ph Nicola Morittu

Allo stesso modo, quella stessa famiglia tradizionale che dovrebbe racchiudere amore e
cura, mostra i suoi denti più aguzzi pronti a cannibalizzare le sue stesse carni.
La Chiesa, in quanto istituzione politica e di regolamentazione sociale, ha esercitato fin dai
suoi inizi un controllo normativo sul corpo e sulla vita di innumerevoli individui. Gli esempi
attuali evidenziano come numerose questioni continuino ad alimentare il dibattito religioso e
politico. La discussione sulla liceità dell’aborto o sui diritti delle persone LGBTQIA+, infatti,
persiste nel definire e regolamentare corpi e vite altrui. Così da permettere allo status quo –
la politica sempre più conservatrice e la religione – di imporre il proprio giudizio su ciò che è
giusto e sbagliato, di buono o di cattivo gusto, di virtuoso o di abietto3.

Crescere in Italia all’interno di una famiglia tradizionale – sia essa cristiana o meno, poco
conta, in quanto i precetti cattolici-cristiani sono una trama a filigrana che pervade la spina
dorsale dell’istituzione della famiglia italiana – significa anche questo: l’insinuarsi di uno
stigma e una demonizzazione del corpo in dissonanza con i precetti di amore e perdono
professati e introiettati fin dalla tenera età.
La casa, quell’archetipo di cura e ascolto per alcuni, si scopre così come un luogo di giudizio
spietato, rigettante e claustrofobico in cui ognuno può essere carnefice o agnello sacrificale.
Lo spazio domestico è quindi analizzato in una prospettiva vicina alla tradizionale critica
femminista. Come sottolineato dalla filosofa statunitense Iris Marion Young, storicamente, le
comodità domestiche sono stato utilizzate dall’istituzione familiare per gravare sulle donne,
trasformando la dimora in una vera e propria “gabbia dorata” al servizio della prole e del
mantenimento della struttura patriarcale.

Nella metafora performativa di Montini il comfort della casa si può rintracciare negli
sgargianti pattern tessili, che con delizioso calore camp invitano lo spettatore riuscendo ad
ingannarlo, accompagnandolo dolcemente nel patibolo del performer. Ma è nel momento
dell’azione statica che il soffermarsi dello sguardo può cogliere il ruvido sotteso delle
bambole: le dorate lacrime increspate nel viso del capo famiglia o lo sguardo ieratico della
madre o della sorella.
La performance diventa così uno still, un fermo immagine, un momento catartico carico nella
sua silente immediatezza. Testimonia il momento del tradimento vissuto da quella idea di
famiglia che si racconta come nido, ma che si rivela fatta di rovi.
Il trauma generazionale è così messo in scena, sintetizzato nel topos del pranzo domenicale
e sottoposto agli occhi dei partecipanti che si ritrovano faccia a faccia con lo sguardo basso
e prostrato di un figlio disconosciuto.

  1. Montini definisce le sue opere tridimensionali come soft sculptures: opere in stoffa che ricordano le
    bambole di pezza di tradizione popolare. ↩︎
  2. Monique Wittig, “Sul contratto sociale” (1989), in Il pensiero Eterosessuale, Ombre Corte, Verona,
    2019, p.65 ↩︎
  3. Cfr Iris Marion Young, “House and Home: Feminist Variations on a Theme”, in S. Hardy, C. Wiedmer
    (a cura di), Motherhood and Space. Configurations of the Maternal through Politics, Home, and the
    Body, New York, Palgrave MacMillan, 2005 ↩︎

Cover: Ruben Montini, La Sacra Famiglia, 2025 Performance 35’ Studio dell’artista, Torino Courtesy dell’artista e GALLERIA GABURRO, Verona – Milano Ph Nicola Morittu

Ruben Montini, La Sacra Famiglia, 2025 Performance 35’ Studio dell’artista, Torino Courtesy dell’artista e GALLERIA GABURRO, Verona – Milano Ph Nicola Morittu