Mancano pochi giorni all’apertura di Arte Fiera a Bologna – dal 6 all’8 febbraio – ma ‘sulla carta’ molte delle novità della prossima edizione della fiera sono state rese note. Dai nuovi curatori coinvolti nelle varie sezioni alla conferma di molte gallerie affermate, dal nuovo percorso e assetto a una lunga serie di eventi, premi e presentazioni. Per testare gli umori, abbiamo posto alcune domande a una figura che, dalla sua entrata come Direttore Operativo quattro anni fa, ha fatto decisamente la differenza. Fiducioso, animato da un pensiero pratico e per questo efficace, Enea Righi ci risponde in modo diretto e franco, come ammette lui stesso, e senza tanti giri di parole mette in luce come la fiera, prima diretta da Simone Menegoi e ora da Davide Ferri, sia decisamente in ottima salute. Animato da una passione per l’arte a tutto tondo, collezionista per vocazione, Righi ci racconta le ambizioni che animano il suo essere ‘operativo’, in una fiera che, raggiunto quasi il mezzo secolo di attività – l’anno prossimo festeggerà il 50° anniversario – punterà agli ‘amorosi sensi’ per consolidarsi anche a livello internazionale.
Elena Bordignon: Il titolo di quest’anno è semplice e complesso al tempo stesso: “Cosa sarà”. Accenna al futuro, dunque è impegnativo fare previsioni. Una domanda diretta: “cosa sarà” auspicabile per l’edizione 2026 di Arte Fiera?
Enea Righi: Auspicherei il consolidamento del ruolo di Arte Fiera. Quando entrai nel 2022, assieme al team della fiera, ci siamo posti degli obiettivi, soprattutto in merito a un suo progressivo riposizionamento. In questi quattro anni, da quando ho assunto il ruolo di direttore operativo, ho assistito a un costante miglioramento in molti sensi. Quest’anno vorrei arrivare al consolidamento e, una volta avvenuto, potremmo anche iniziare a pensare a una sua collocazione nel sistema delle fiere a livello internazionale. Sono sempre un po’ scettico nell’affrontare il rapporto con le gallerie straniere perché è già avvenuto negli anni scorsi. Ci sono state delle gallerie che, in modo episodico, hanno partecipato alla fiera, ma i tempi non erano pronti. Dopo una prima partecipazione non c’è stato un vero e proprio seguito. È un po’ quello che succede in altre fiere; questa ricerca dello straniero per lo straniero, non ci interessa. In pochi anni siamo riusciti a rendere Arte Fiera credibile a livello nazionale e può essere considerata una prima tappa. C’è un forte interesse da parte delle gallerie straniere, ma prima di affrontare questo tema, a mio avviso, bisogna consolidare il mercato italiano. Non dimentichiamoci che il mercato italiano del collezionismo è il più diffuso che esiste in Europa (dico questo per ammissione delle stesse gallerie straniere); molto più diffuso di Francia, Germania e Inghilterra. Quando saremo pronti potremmo aprirci anche a presenze internazionali. Alcune gallerie straniere sono già presenti quest’anno, c’è dell’interesse, ma prima bisogna creare il substrato corretto perché una galleria straniera venga in Italia e trovi una corrispondenza “di amorosi sensi”…
EB: Il suo ruolo come direttore operativo in Arte Fiera, alcuni anni fa, ha segnato un momento importante per la manifestazione. Dall’esordio in fiera con questo ruolo, a ora, può raccontarmi come ha vissuto questa esperienza?
ER: Dico sempre e lo ripeto fino alla noia. Noi siamo tutti ‘figli’ di Arte Fiera, come collezionisti, ma posso anche parlare per i galleristi. Abbiamo iniziato a frequentare la fiera che avevamo i calzoncini corti. Quando nel 2022 mi è stato offerto questo ruolo di direttore operativo – per essere sincero, ho accettato controvoglia! – la mia relazione con molte gallerie è iniziata con la frase: dovete partecipare ad Arte Fiera, perché per molti versi glielo dovete! Molte delle gallerie che oggi sono affermate sia a livello nazionale che internazionale, hanno iniziato proprio da qui. Tutta la loro esperienza è partita da Bologna; il loro collezionismo si è consolidato qui. Dunque ripeto, Arte Fiera ha avuto un ruolo fondamentale per la crescita di molte gallerie, la loro storia inizia proprio da qua, e con loro anche l’esperienza di molti collezionisti, me compreso.

EB: Vista la sua conoscenza della storia di Arte Fiera, mi interessa sapere come si è relazionato con il precedente direttore artistico, Simone Menegoi, e con l’attuale, Davide Ferri.
ER: Conoscevo Simone Menegoi da prima che diventasse direttore di Arte Fiera. Conoscevo la sua preparazione come curatore e critico. È una persona che stimo molto e ritengo molto professionale. Direi che la nostra esperienza è stata molto positiva, lui ha delle ottime caratteristiche per questo ruolo. Ha diretto Arte Fiera quattro anni prima che diventassi direttore operativo. Abbiamo lavorato assieme per i tre anni seguenti che sono stati, a mio parere, un periodo di forte rilancio. Quando lui ha deciso di lasciare, ci siamo posti il problema su chi potesse sostituirlo. Ho spinto molto per Davide Ferri, curatore che già conoscevo per le sue collaborazioni con la fiera. Il primo suggerimento che gli ho dato è stato di spogliarsi del ruolo di curatore; il ruolo del manager di una fiera è ben lontano dalla pratica della curatela. Lui ridendo, spesso mi dice che in effetti si sente spogliato del suo ruolo di curatore. In altre parole, ad Arte Fiera c’è bisogno di un manager dell’arte che abbia un rapporto con i galleristi molto particolare. Devo dire che Ferri, nelle relazioni con le gallerie, è magnifico; è stata un’autentica rivelazione per me. Non ho grossi dubbi nel dire che ha gestito i rapporti con le gallerie in modo ottimo. È molto amato dai galleristi, forse per il suo essere un intellettuale a tutto tondo; lui esercita perfettamente il ruolo di direttore di fiera non tanto per una questione di curatela, ma proprio per la sua portata intellettuale. D’altronde non si può parlare solo di soldi con i galleristi, per quello ci penso io!! (ride) È riuscito a incastrare la portata intellettuale con quella manageriale in modo direi perfetto. Devo anche dire che i galleristi sono persone ‘asettiche’, anche se io dico sempre che sono delle ‘belve sanguinare’! In questo senso, Davide – proprio per il suo modo di essere – ha un modo di relazionarsi con i galleristi molto diretto e, alla fine, i problemi e le questioni riesce a risolverle. Non scappa di fronte alle difficoltà.
EB: Come ha vissuto questi quattro anni e, per citarla in merito alla ‘controvoglia’, chi glielo ha fatto fare? L’amore per l’arte, o l’ha vissuta come una missione?
ER: Ho un grande difetto che è anche un grande pregio, cioè dico sempre quello che penso. È nata così: si partiva da un’oggettiva difficoltà, quella del 2022, quando la fiera venne fatta a maggio. Il clima era piuttosto difficile. L’allora direttore generale disse che c’era bisogno di trovare una figura con un ruolo adatto per risollevare la fiera. Sembrava come se dovesse arrivare il messia… nel giro di amici galleristi e collezionisti è spuntato il mio nome. Mi fu chiesto da Lorenzo Balbi se volevo fare questa cosa, ma io inizialmente ero più propenso per il no. A me piace vincere, non perdere, e quella si prospettava come una sfida veramente notevole, perché Arte Fiera aveva delle oggettive difficoltà. La mia platea di riferimento è una serie di gallerie e di collezionisti e il giudizio tra loro era tutto sommato negativo: non era più l’Arte Fiera di una volta. Comunque, decisi di provarci, e devo dire che trovai un gruppo di bravi manager all’interno della Fiera. Alla fine è andata progressivamente meglio, e dunque sono contento, ma all’inizio la scelta fu molto ponderata. Secondo le persone che mi hanno coinvolto il mio nome rispondeva al bisogno di un manager che avesse anche delle affinità culturali con il mondo dell’arte, e che fosse possibilmente un collezionista. Io interpretavo questa sintesi dei due ruoli, che dovevano diventare un unico ruolo. Poi mi sono appassionato!
EB: All’inizio forse la sua figura era un po’ in ombra rispetto a quella del direttore artistico, ma oggi il suo ruolo è ben chiaro e riconosciuto.
ER: Il mio è un incarico un po’ unico nel panorama delle fiere. Comunque, dal primo momento feci esattamente ciò che avrei voluto che mi venisse proposto in quanto collezionista e fruitore della fiera.

EB: Lei ritiene che le fiere siano un luogo per formare nuovi collezionisti? Le fiere possono sollecitare la nascita di collezionisti giovani o di appassionati che non hanno una grande disponibilità di denaro?
ER: Arte Fiera è un appuntamento che funziona per la middle class, non siamo a Basilea… Ho spinto molto perché quest’anno ci fossero la fotografia, i multipli, le nuove gallerie e la pittura giovane, quindi una proposta che affronta il tema del basso prezzo. Io sono un fanatico dei multipli e dei libri d’artista, perché penso che si possano trovare delle cose meravigliose a prezzi molto accessibili. La nostra proposta permette di avere un piccolo, ampio spettro di offerta su un mercato che è decisamente di range medio-basso. Poi, ci sono ovviamente le gallerie istituzionali in cui si può arrivare a quotazioni da 40-50-100mila euro. Ho conosciuto molti collezionisti giovani che magari non frequentano normalmente le gallerie e aspettano il momento della fiera per comprare. Ho voluto lavorare anche su questo aspetto particolare. Le 40-50mila persone che vengono in fiera hanno in ogni caso una ricaduta straordinaria sul sistema, ma tra queste 2-3mila potenziali acquirenti ci sono e bisogna puntare su di loro. Da questo punto di vista Arte Fiera rappresenta un grande ambiente di formazione. Tornando a come vedo il mercato, sono abbastanza preoccupato del mercato così com’è. Lo sento come un sistema affaticato, più per ragioni macroeconomiche. C’è un fervore interessante di nuove gallerie che aprono, ma fanno molta fatica. In merito a questo, mi sono posto il problema, insieme a tanti collezionisti, di come aiutare queste gallerie dal punto di vista economico. Questi problemi in realtà non si vedono in uno scenario più ampio: Frieze e Parigi sono andate benissimo, ma intercettano mondi – l’America del Nord e del Sud – che noi non riusciamo ad intercettare. Il clima generale non è negativo, ma sotto sotto sento delle difficoltà.
EB: Dal suo punto di vista come direttore operativo e collezionista, quale consiglio darebbe ai giovani collezionisti che verranno ad Arte Fiera? Seguire il cuore, il mercato, la critica, le riviste, il proprio gallerista di riferimento? Che altro?
ER: Senz’altro una sintesi di tutte queste cose. Leggere molto, seguire molto le proposte dei musei. Però l’unico consiglio vero che do – che mi hanno dato due grandi galleristi a me vicini, Emilio Mazzoli e Yvon Lambert – è “vince sempre l’opera”. Individuato un artista, bisogna prendere un’opera importante, perché la qualità risolve sempre il problema. Gli artisti sono, soprattutto adesso, molto pressati dalle gallerie per le tante fiere, e devono produrre tanto. Ciò significa anche produrre male, con una qualità modesta, quindi bisogna puntare soprattutto sulla qualità. È un consiglio che ho sempre seguito e ho fatto bene, perché a tutti i collezionisti capita, prima o poi, di dover rivendere un’opera sul mercato, e vince sempre la qualità.
Cover: Arte Fiera – Enea Righi e Davide Ferri – Foto di Chiara Francesca Rizzuti
