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Intervista con Sophie Ko | Renata Fabbri Arte Contemporanea, Milano

[nemus_slider id=”73534″] — In occasione della sua mostra Sporgersi nella notte alla galleria Renata Fabbri Arte Contemporanea (fino al 28/04/18), abbiamo posto alcune domande a Sophie Ko. L’artista nata a Tbilisi (Georgia) nel 1981 e tuttora di casa Milano ci introduce le suggestioni che l’hanno portata a concepire le opere in mostra: dalla notte (reale […]

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In occasione della sua mostra Sporgersi nella notte alla galleria Renata Fabbri Arte Contemporanea (fino al 28/04/18), abbiamo posto alcune domande a Sophie Ko. L’artista nata a Tbilisi (Georgia) nel 1981 e tuttora di casa Milano ci introduce le suggestioni che l’hanno portata a concepire le opere in mostra: dalla notte (reale e metaforica), alle tante letture, dai concetti fondamentali quali il sacro e il tempo, alle particolarità fisiche e simboliche dei materiali che utilizza.

Sophie Ko è la protagonista dell’appuntamento Quarta Vetrina -il ciclo curato da Francesca Pasini presso Libreria delle donne di Milano – mercoledì 21 marzo 2018 ore 18.30. Artiste contemporanee raccontano la loro relazione con l’arte, i libri, le donne, i pensieri.

Segue l’intervista con Sophie Ko —

ATP: Il titolo molto poetico della tua mostra, suggerisce un’atmosfera poetica e, azzarderei, romantica: un mondo sentimentale, appassionato e languido. Mi racconti come hai scelto questo titolo, sorta di preambolo dell’intera mostra?

Sophie Ko: “Siamo fatti dalla stessa materia che è dei sogni” scrive Hofmannsthal. La notte è il tempo del riposo, del sogno, nello stesso tempo è il luogo dove attendiamo che accada l’alba. La notte è il luogo dello stupore e nello stesso tempo luogo di eterna paura dell’ignoto fin dalla nostra infanzia. Nella notte cerchiamo di orientarci con i segni e simboli dei cieli, esprimiamo desiderio davanti a una stella cadente e la notte ci permette di sognare, anche a occhi chiusi. Nella notte ci servono altri occhi per vedere. La notte vive in questa tensione: da un lato è il luogo del riposo e del sogno, del desiderio e dello stupore, e dall’altro è il luogo delle tenebre e di tutte le paure eterne a esso legate fin dalla nostra infanzia. La notte è il simbolo della nostra fine, una notte eterna ci attende, proprio come scriveva Catullo: «nox est perpetua una dormienda».
Ma pensare alla notte oggi ha senso se osserviamo come sia cambiato il tempo del lavoro concepito come linea continua e infinita, come processo che si svolge incessantemente giorno e notte. Maurizio Guerri nello scritto che accompagna la mostra scrive: La prassi lavorativa che si afferma nelle fabbriche inglesi alla fine del Settecento – e che si estende al mondo intero fino a noi oggi – abolisce l’idea che il negotium abbia come fine l’otium, che il tempo libero sia coronamento del lavoro. Con l’illuminazione forzata della notte e con le macchine che girano senza sosta svanisce il tempo libero dell’uomo. Il lavoro non è più libera azione. L’uomo non vede più né il senso, né la fine della propria fatica, l’idea stessa di una festa come culmine e sospensione del lavoro diventa persino irrappresentabile.»
È al dominante sentimento di pianificazione e calcolabilità del lavoro e dell’esistenza che vuole contrapporsi l’intera mostra. Contrapporsi a un sentimento e un agire che sono completamente succubi di un mondo illuminato 24/7, in cui non viene più percepito alcun ritmo o immagine che non sia funzionale al ciclo produzione/consumo. Esiste un altro tempo, esistono altri spazi, esistono altre immagini rispetto a quelle della linea illimitata di produzione e consumo in cui siamo inseriti, anche a livello estetico. Mettere in immagine quei sentimenti della vita che sono sradicati dalle nostre esistenze e che pure sono le uniche cose che contano per ognuno di noi.

ATP: Molti sono i tempi e i concetti che approfondisci con la tua opera, tra questi, quelli che più mi interessa indagare sono quelli di sacro e tempo. In merito a quest’ultimo concetto, ne indaghi molti aspetti con le tue “Geografie Temporali”. Mi introduci queste tue opere e mi spieghi l’attinenza che hanno con il fluire del tempo?

SK: Una componente essenziale delle Geografie temporali è la forza di gravità che opera sulla con la materia del quadro, la cenere, il pigmento puro. La gravità spinge la materia a cadere, la fa precipitare e in questo senso, dunque, ogni Geografia temporale è un segnatempo, un orologio a polvere. La cornice delimita lo spazio dell’immagine di materia, come le ampolle della clessidra definiscono lo spazio del tempo misurabile. Con il passar del tempo la composizione del quadro cambia, la materia cade e il tempo grazie alla forza di gravità segna il suo passaggio. Il tempo che segna una Geografia temporale è il tempo della distruzione, dell’esaurirsi della vita. Ma non solo.
“Vieni e placami questo caos del tempo”. Questa è una preghiera eterna a mio avviso. Il tempo che scorre non può che trasmetterci un sentimento di caducità, di decomposizione delle forme, di un’inesorabile precipitarsi di tutto verso la fine. Il tempo al suo passaggio annienta ogni forma terrena. D’altra parte la forma è un opporsi alla dissoluzione nel/del tempo ed è quello che cerco di mettere in scena nelle Geografie temporali. L’immagine è un contrapporsi alla forza dissolutiva del tempo; eppure in un modo diverso anche il tempo può essere produttore di immagini. Perché da un lato la forma nasce da una tendenza opposta a quella espansiva e degenerante del tempo, e dall’altro solo con il tempo e nel tempo si conclude una forma. Ora queste forme mutevoli di cui sono fatti i miei lavori decomponendosi creano una nuova composizione, ma nello stesso tempo con la loro sospensione anche istantanea, portano alla luce forme di resistenza all’annientamento.
Essendo le immagini vive, ed essendo fatte di tempo e di memoria, la loro vita è sempre sopravvivenza e resistenza. Come scrive Walter Benjamin ne Il narratore: «L’immagine lotta con la potenza del tempo (…) e da questa lotta (…) emergono le esperienze schiettamente epiche del tempo: la speranza e il ricordo».

Sophie Ko, “Del cielo e della terra” ( polittico), 2018 courtesy l’artista e Renata Fabbri arte contemporanea foto: Lorenzo Bacci
Sophie Ko, “Del cielo e della terra” ( polittico), 2018 courtesy l’artista e Renata Fabbri arte contemporanea foto: Lorenzo Bacci

ATP: In mostra presenti un gruppo di opere inedite, dove utilizzi oggetti esistenti in relazione a interventi minimali. Di quali oggetti si tratta e che relazione hanno con l’agiografia?

SK: Di solito le materie che uso per i miei lavori, hanno sempre una valenza simbolica; la materia principale dei miei lavori è il tempo e la forza di gravità.
A The Open Boxdove si trova la prima parte della mostra, l’opera è dedicata a San Martino, il santo dei poveri, dei senzatetto, che protegge chi sta soffrendo il freddo chi è stato abbandonato. Il gesto che si associa alla figura di San Martino è molto forte: divide il suo mantello rosso e con questo gesto, dividendo, unisce ciò che era diviso. Nel mio lavoro si tratta di uno strato di terra ricoperta da varie tonalità di pigmenti rossi, il mantello è diviso o con-diviso da uno strappo che sembra un sentiero, il quale grazie alle sue dimensioni sembra che sia percorribile, che possiamo entrare e stare in questa apertura.
Nel caso dell’opera intitolata Dorotea, ho cercato di entrare in dialogo con il tipo di raffigurazione che ci ha lasciato Ambrogio Lorenzetti nelle sue tavole: troviamo raffigurata la santa in modo solenne; nel grembo, tra le pieghe della veste, porta delicati fiori.
Il grembo è il luogo della nascita ma anche della dolorosa separazione: pensiamo alla raffigurazione della deposizione del Cristo nel grembo di Maria. Nella mia Dorotea ho cercato di far emergere il grembo come luogo simbolico. Nel mio lavoro ho scelto di mostrare il grembo come un panneggio di piombo: qualcosa di pesante e tragico anche da un punto di vista visivo. A tale pesantezza a questo grigio plumbeo del panneggio si contrappone la leggerezza e la bellezza dei fiori raccolti fra le sue pieghe.
L’ultimo lavoro è di piccole dimensioni; conclude la mostra e intitola la mostra nel suo insieme: Sporgersi nella notte. Ho lavorato partendo da un ritaglio di giornale, si tratta di una delle purtroppo frequenti immagini in cui sono ritratti i barconi dei migranti. Sopra a quest’immagine sono appoggiate alcuni ali spezzate di farfalle. Per me vedere un uomo sulla barca è la metafora del temerario navigare che aiuta a comprendere la nostra stessa esistenza sulla terraferma. Senza nessun bagaglio, questo viandante ha solo la sua stessa vita e quella dei compagni in mezzo al mare, essere in balia del mare giorno e notte in cerca della terra ferma, con la speranza di una casa. Questa immagine è il simbolo non solo della condizione di migrante, ma di tutti noi umani, del nostro essere alla ricerca della casa, della terra. Il mare, la navigazione, il naufragio sono tra i temi che attraversano la poesia e la pittura del Romanticismo. Nel nostro immaginario fin dai tempi del De rerum natura di Lucrezio la navigazione e il naufragio hanno suscitato i sentimenti del sublime. Mette paura il fatto che oggi la disperata navigazione di esseri umani o il loro naufragio lasci molti per lo più indifferenti, se non addirittura infastiditi, in quanto si pensa solo al costo delle eventuali e sempre più rare operazioni di soccorso. Sempre meno persone si riconoscono in una condizione che li riguarda, che ci riguarda tutti.
Quindi l’immagine di apertura di San Martino e l’immagine di chiusura Sporgersi nella notte si richiamano reciprocamente, si completano e offrono una delle chiavi di lettura all’intera mostra. Da un lato il sentiero creato dalla con-divisione del mantello, dall’altro i viandanti del mare che si spingono nella notte, aprendosi all’umanità, abbandonandosi all’umanità, a un miracolo.

ATP: Cosa ti interessa, tanto da dedicarne delle opere, della vita dei santi e, più in generale, alla sacralità?

SK: Credo che sia di estrema importanza oggi la figura anacronistica, inattuale e inutile del santo, proprio oggi quando tutte le nostre azioni sono quantificabili, calcolabili, prevedibili e previste, utili, basate sulle statistiche e sugli algoritmi. Ciò che è santo è elusione a tutto questo.
Pensare alla figura del santo significa per me pensare alle sue azioni: proteggere, curare, salvare, far fiorire, trasformare, avere fede, lottare e resistere. Di certo il modo di immaginare i santi di Ambrogio Lorenzetti, Piero della Francesca, oppure nella tradizione delle icone è per me una fonte di ispirazione. In particolare, penso ai simboli immaginati da questi autori per le loro passioni (nel caso di Santa Lucia) o per le loro azioni (San Martino). Ma per pensare alla figura del santo, credo che non sia strettamente necessario fare riferimento al cristianesimo. Il cristianesimo indubbiamente costituisce per noi un riferimento culturale e un patrimonio iconografico potentissimo. Credo che la figura del santo sia oggi una figura universale, che può essere incontrata in ogni cultura del passato o del presente. Solo che oggi ci viene meno il senso. Il sistema in cui operiamo ci spinge a dimenticare il valore di queste parole, che però in fondo continua a orientare il nostro agire a dare forma alle nostre azioni ogni giorno. Almeno quelle che hanno senso e valore.
Nessuna civiltà, nessun uomo può dire di poter fare a meno di azioni “sante”: pensiamo ad Antigone che in nome di «leggi non scritte» seppellisce il corpo del fratello, che pure per le leggi dello Stato sarebbe dovuto rimanere insepolto. In questo contesto, anche Antigone può essere considerata una figura santa: santo è tutto ciò che eccede la pianificazione e la calcolabilità e che si impone come modo di riconoscimento tra esseri umani.

ATP: C’è un’opera in mostra dalle dimensioni monumentali, il polittico Del cielo e della terra. Come nasce quest’opera?

SK: Il polittico Del cielo e della terra è il cuore della mostra. È un muro del tempo fatto di pigmento puro, che in fondo è sabbia, è la terra stessa, essendo il pigmento ottenuto dai minerali o dalle terre. Il titolo porta e richiama la tensione fra il cielo e la terra, come se fossero due opposti. Certo che c’è tensione, ma questa tensione pone in dialogo cielo e terra. Ciò che è più propriamente umano è questo spazio aperto tra terra e cielo, quello spazio che Platone chiamava metaxu “spazio intermedio”. Anche Gianbattista Vico attribuisce all’uomo questa caratteristica, lo stare tra cielo e terra: sentendo i tuoni e vedendo i fulmini i primi uomini “alzarono gli occhi e avvertirono il cielo”. È solo per l’uomo che si dà questa tensione tra cielo e terra che disegna il posto in cui l’uomo vive. In questo senso allora ho pensato di fare un cielo che è fatto di terra: un cielo segnato dal nostro tempo terrestre e irreversibile, dalla caduta, un cielo dominato dalla forza di gravità. Così come le parti scure fanno pensare più che alla terra al cielo notturno e al firmamento, altrettanto l’azzurro del cielo in fondo è fatto di terra e scorre, come scorre la sabbia nel palmo della mano.
Davanti al polittico è posta una panchina: non si tratta di una installazione ma è un semplice invito a sostare, a prendersi il tempo. A tal proposito, un caro amico mi ha ricordato un passo da Cacce sottili di Ernst Jünger : “Avere il tempo è più importante che avere lo spazio. Lo spazio, il potere, il denaro, diventano catene se non lasciano tempo. La libertà è riposta nel tempo; il singolo individuo può ricavarne un potere straordinario e può perfino farlo crescere. La lotta per la sovranità che egli combatte con la società raggiunge la tensione massima quando si tratta di conquistare la disponibilità del proprio tempo. Con ogni nuovo orologio la cerchia che si stringe si fa sempre più stretta e la sacra fuga diventa sempre più difficile. Alla fine è sempre il singolo che deve rendere conto di come ha impiegato il suo tempo”.

Sophie Ko - Sporgersi Nella Notte - San Martino - The Open Box, 2018 Photo: Valentino Albini
Sophie Ko – Sporgersi Nella Notte – San Martino – The Open Box, 2018 Photo: Valentino Albini
Sophie Ko, “Santa Dorotea”, 2018 courtesy l’artista e Renata Fabbri arte contemporanea foto: Lorenzo Bacci
Sophie Ko, “Santa Dorotea”, 2018 courtesy l’artista e Renata Fabbri arte contemporanea foto: Lorenzo Bacci