Maila Blasi
L’uliv
In molte famiglie si festeggiano le nascite con torte, fiocchi, bomboniere.
Nella mia si pianta un ulivo.




A1
È una tradizione che ha inventato mio nonno: ogni nuovo nato, un albero. Un gesto semplice, che col tempo ha trasformato l’orto di famiglia in una specie di anagrafe vegetale.
Accanto a questa abitudine, ce n’è un’altra: quando qualcuno muore, mio nonno lo cancella dalla sua rubrica cartacea. Senza troppi sentimentalismi.




B2
Questo progetto nasce da un pensiero personale: sono la più piccola della mia famiglia e, per una questione puramente anagrafica, è probabile che un giorno resterò l’unica.
In quel futuro ipotetico, resteranno delle tracce? Quelle che le persone lasciano involontariamente durante la propria esistenza?




C3
L’uliv è un tentativo di sconfiggere il tabù della morte, di guardare qualcuno che se ne va e cosa resta. Per i miei familiari, resteranno gli alberi.
In questo progetto gli archivi fotografici di famiglia, fortemente segnati da una costante e casuale presenza di elementi naturali, soprattutto vegetali, vengono messi in relazione con fotografie realizzate nella casa dei miei nonni.

Se ci troviamo davanti a un animale che sembra un’anatra, che ha le piume di un’anatra, che nuota come un’anatra e che fa “quack quack” come un’anatra, la cosa più probabile è che, non giriamoci attorno, ci troviamo in presenza di un’anatra.
Joan Fontcuberta
Fidarsi delle apparenze è spesso una necessità pratica, un residuo di quella componente istintiva e animale che ancora oggi ci portiamo appresso. Nella fotografia, però, questa fiducia diventa un’abitudine, quasi un riflesso automatico; l’immagine tecnica è garante di un’intrinseca oggettività, come se essa potesse sottrarsi all’interpretazione e alla manipolazione. Eppure la storia della fotografia è costellata di messe in scena, di “false anatre” che hanno tentato di decostruire il medium e mettere in crisi la fotografia come indice della realtà. La rubrica Il teorema dell’anatra nasce proprio da questa soglia di incertezza: quante anatre riconosciamo senza avvicinarci? E quanto del nostro sguardo è già addestrato a crederci?