Testo di Chiara Bucolo —
Nella Divina Commedia, Dante pone tra la cima del monte del Purgatorio e il primo cielo del Paradiso un giardino: è il giardino dell’Eden ad accoglierlo al termine del suo processo interiore di purificazione. Descritto come una foresta rigogliosa, in esso scorrono i fiumi Lete ed Eunoè, le cui acque rispettivamente cancellano la memoria del male compiuto in vita e ravvivano il ricordo delle azioni positive. Il giardino diviene quindi un varco di passaggio cruciale verso la beatitudine, luogo di pace ma anche di oblio e di rinnovamento.
Senza andare troppo indietro, il tema del giardino attraverso i secoli ha via via incrementato la sua carica simbolica sino al mondo contemporaneo, in cui un ruolo cruciale è svolto dalla reciproca ibridazione tra arte, musica e letteratura: esempio recente, tra gli altri, è la mostra Night in the Garden of Love dell’artista britannico Shezad Dawood presso l’Aga Khan di Toronto, che intreccia immagini di un giardino futuristico ai disegni e alla musica del compositore afroamericano Yuseef Lateef, e in cui il giardino diviene quindi terreno fertile per il dialogo creativo.
Come risultato di un dialogo creativo nasce anche la collettiva Garden presso la Rizzuto Gallery di Palermo, in corso fino al 1 Febbraio 2025, che presenta la reinterpretazione dell’idea di giardino dei tre artisti Richard Deacon, Loris Cecchini e Daniele Franzella. La mostra si presenta come un percorso tra tre visioni diverse ma complementari, in cui aspetto peculiare è l’approccio alla materialità: il giardino dei tre artisti non è solo una metafora, una versione idealizzata o speculare del mondo, un luogo utopico in cui rifugiarsi – è soprattutto un “organismo vivente e senziente” (come si legge nel cs), in una prospettiva rovesciata secondo la quale è quest’ultimo a dettare le proprie leggi e ad abitare la mente umana, non il contrario.
È il giardino a nutrirsi degli stimoli e dell’immaginazione di chi vi entra, e a definirsi con un linguaggio visivo connotato da una forte componente architettonica. Ad instaurarsi, oltre che creativo, è un dialogo narrativo, in cui le voci degli artisti si susseguono come i capitoli di un romanzo: il semplice atto di attraversare le stanze, e così i ‘giardini’ degli artisti, richiama la dinamica del giardino come viaggio nella propria interiorità, da cui uscirne rinnovati (e così il riferimento a Dante risulta meno antico di quanto possa sembrare). Nel primo capitolo Deacon ricrea un ambiente che invita quasi all’esplorazione tattile, manipolando materiali di uso quotidiano come il legno e la resina e assemblandoli in linee morbide, fluide (Fall) o in piccole sculture policrome (Small Sculpture). L’attenzione e la cura per materiali comunemente secondari diviene quindi foriera di un’espressività che lega le sculture alle stampe geometriche su carta di cotone esposte, create parallelamente – non c’è separazione tra scultura e disegno, concepiti come due aspetti dello stesso processo.
Il giardino di Deacon è un luogo concreto, seppur immaginario, e non può non esserlo nel momento in cui l’atto del creare, nel senso di fabbricare, e l’investigazione dei materiali rappresentano il cuore della sua opera e dei suoi ideali, come afferma il critico e curatore Tony Godfrey in The Story of Contemporary Art. Sempre Godfrey riporta le parole di Deacon in proposito: “le sculture sono fatte dalla mano dell’uomo per l’uomo, dall’uomo e sull’uomo”. Deacon rivela la necessità di riportare al centro della pratica artistica l’atto intimo del fare, del malleare, del lavorare un’opera, e invita il fruitore a interpretare le sue sculture tramite la propria esperienza di vita, i propri ricordi e le proprie suggestioni: com’è fluida l’opera, lo è anche il suo significato. Il rigore geometrico delle stampe sullo sfondo prepara chi osserva all’esperienza delle sculture e a entrare in un’atmosfera quasi rarefatta.
Oltrepassato il giardino di Deacon, nel secondo capitolo di questa narrazione Daniele Franzella propone un giardino fortemente evocativo: un affresco in cui sotto un cielo azzurro si staglia un paesaggio boschivo dai toni caldi (Locus Solus), in cui agiscono singolari figure umane, in bilico tra l’essere uno specchio del mondo reale e una sua metafora (alcune in abiti che ricordano le divise militari, altre con un cappuccio sul volto). Ricontestualizzate in un paesaggio mitico, in cui sono impegnati in attività apparentemente irrazionali, i personaggi di Franzella sono imperniati di una riflessione sul sociale e sul rapporto tra antico e contemporaneo, tramite una profonda ricerca sul linguaggio del mito, dell’arte stessa, della storia, che rivela un approccio da archivista. Cosa accomuna il mito, l’arte e la storia? Il loro continuo mutare e il loro continuo interrogarsi su ciò che ‘c’è’ e ciò che ‘non c’è’ nel mondo, e il giardino diviene il sistema con cui analizzarne gli aspetti più ambigui. La relazione tra reale e irreale è messa in forma da Franzella tramite le installazioni Il Giardiniere e Marygold, dislocazioni materiali delle figure dell’affresco.
Terzo capitolo della narrazione è il giardino di Loris Cecchini: la visione dell’artista si sviluppa in un ambiente in cui ritorna dominante l’elemento architettonico e l’attenzione ai materiali – in Aeolian Landforms il giardino si presenta come una distesa infinita che ricorda la sabbia del deserto o un drappo di velluto. Ritorna l’aspetto della malleabilità e della sperimentazione su diversi materiali e tecniche: modellato in resina e fibra di nylon, l’opera di Cecchini scongiura la staticità, sembrando quasi in costante movimento, così da cambiare di continuo il punto di vista. Nel suo lavoro emerge con forza la componente biologico-matematica delle installazioni, come in Airbone, la cui struttura in acciaio ricorda le particelle dell’atomo – fungendo da elementi naturali metaforici, le opere di Cecchini sono un esempio di come la natura si adatta agli ambienti, e fino a che punto si può estendere e si può malleare. L’aspetto esplorativo del giardino si coniuga quindi a un’esplorazione analitica della natura nella sua ossatura, nel suo trasformarsi – non riguardando solo l’intervento umano sulla natura, ma anche l’intervento naturale sull’umano. Allo stesso modo con cui la natura muta, compiuto il percorso della mostra, in maniera infinitesimale, ma notevole e intima, si esce trasformati.
Cover: Richard Deacon – Small Sculpture 13 – 2010 – Resin and steel – 13 x 6 x 15 cm.