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Incontri di casa | Michelangelo Consani e Giovanni Ozzola a San Gimignano

Nel suggestivo borgo antico di San Gimignano, il progetto espositivo e curatoriale ieedificio57 di Michelangelo Consani incontra le installazioni e la poetica dell’artista visivo Giovanni Ozzola.

Testo di Floriana Savino

«L’essere qui e ora» – ha confidato Michelangelo Consani (Livorno, 1971) – «è l’unica cosa che mi fa riflettere». Entro la possibilità costitutiva, e sempre in divenire, del dar corpo a un’idea molteplice dell’abitare, a partire dall’autunno del 2024, ha preso avvio la sperimentazione di uno spazio espositivo aperto al dialogo e all’incontro. Come rintracciabile nella scelta del nome donato alla galleria/casa-studio, ieedificio57 appunto, ad essere evocata a ogni passo di una nuova esperienza per l’arte è l’essenza più prossima a un’idea di casa e spazio dell’incontro. 

Come ribadito da Consani in persona, nel corso di un’intervista risalente al 2024: 

In giapponese il termine iee ha diverse sfaccettature; spesso è associato al concetto di famiglia tradizionale, ma anche a quello di casa. […] ieedificio57 […] è di fatto un edificio ma anche una sorta di famiglia allargata. Nasce come piattaforma culturale no profit, un contenitore dinamico, dove poter sperimentare in modo libero progetti artistici di diverse tipologie. L’ho pensato come spazio […] dove la mia ricerca potesse mettersi in relazione con [quella] di altri artisti che, per “motivi sentimentali e affettivi”, sento vicini. Uno spazio, insomma, che si prestasse all’incontro con l’artista ospite per comprendere meglio la sensibilità dell’altro e creare un dialogo. 

Appellandosi all’aura sacrale di un ambiente affettivo legato alla nascita e alla vita della donna che ha messo al mondo sua moglie, Michelangelo Consani unisce la più personale progettualità in itinere a quella di molteplici e sempre nuovi amici artisti, entro lo spazio prezioso di un borgo cittadino dalla grande memoria stratificata. Situato a più livelli entro il centro storico di San Gimignano ieedificio57 risplende della bellezza della pietra e del più puntuale apporto d’artista.

Come riportato da Livia Savorelli, nella pubblicazione della sua intervista a Michelangelo Consani:  

Partendo dall’alto verso il basso, la prima area che troviamo è un appartamento, con una terrazza molto grande che si affaccia sulle torri di San Gimignano. […] Questa zona rappresenta il cuore di ieedificio57, è infatti la parte dedicata all’incontro, e non è accessibile a tutti. Al primo piano […] un corridoio che dà accesso a tre sale espositive […] le pareti sono bianche, le luci […] sono montate a soffitto su dei binari dove, di volta in volta, vengono installati faretti […] per valorizzare al massimo le opere esposte. Scendendo al piano terra la situazione cambia completamente: […] un open space con un pavimento fatto di tavole da carpenteria, un soffitto molto movimentato […] Le pareti sono state riportate in pietra e tinte di bianco. La luce di questa zona è volutamente fredda, ottenuta con neon industriali. Infine, scendiamo sotto il livello del suolo, per trovare […] la Zattera

Michelangelo Consani / Giovanni Ozzola Veduta della mostra Niji hajimete arawaru: Appare il primo arcobaleno, ieedificio57 San Gimignano, 2026 Courtesy gli artisti, Galleria Continua, ieedificio57 San Gimignano, ME Vannucci Pistoia Ph Erika Pellicci

Ed è proprio a partire dai meandri evocativi della Zattera, che sembra muovere l’incontro e il dialogo di Michelangelo Consani con una selezione di opere d’arte di Giovanni Ozzola (Firenze, 1982). A partire dal 24 gennaio sino al protrarsi del 4 settembre 2026 (in lode della collaborazione con Galleria Continua e Galleria ME Vannucci di Pistoia), l’operato dei due artisti toscani chiama a raccolta imprescindibili evocazioni poetiche per intessere le trame di una storia, che sa di casa. Se l’eco è l’ode più archetipica e selvaggia entro il respiro universale del mondo, le campane del viaggio marittimo di Ozzola rivivono nell’intimità di uno spazio della radice e delle fondamenta, cui si accompagna l’importanza della cura e della memoria. 

Come ha confidato l’artista, nel corso dell’intervista rilasciata ad Aurelio Andrighetto: 

[…] Le campane sono il punto di riferimento. Io sono qui! Sono campane di navi che hanno viaggiato, di navi che hanno fatto naufragio, o che sono state smantellate. È obbligatorio averle a bordo se ci allontaniamo oltre le 12 miglia e in caso di nebbia devono suonare per indicare la propria posizione. Vengono chiamate fari sonori. Un giorno ho iniziato a incidere su di loro quanto mi è stato detto dagli abitanti del District Six, a Cape Town a proposito dei loro desideri e delle loro paure, due energie che quotidianamente si confrontano. Le campane continuano a suonare la loro nota pur avendo cambiato funzione. […] continuano a dire io sono qui. 

Accompagnando l’essenza intima del nido – di cui, peraltro, ha scritto Gaston Bachelard intonando la Poetica dello spazio (1975) -, ecco che le campane incise dalla mano d’artista sugellano il bagliore di una sorpresa, entro le mura possenti di uno spazio cantina. 

Come ha per tempo annotato il grande fenomenologo francese:

[…] nell’estrema profondità della rêverie, si partecipa a quel calore originario, alla materia temperata del paradiso materiale. […] Anche quando tali spazi sono per sempre aboliti dal presente, resi estranei ormai a ogni promessa d’avvenire, anche quando non c’è più soffitta e si è perduta la mansarda, rimarrà sempre il fatto che si è amata una soffitta e si è vissuto in una mansarda. 

Accompagnandosi verso la salita, che anticipa lo spazio dell’incontro, si fa potente la possibilità di sondare un ambiente che, lungo il corso dei mesi espositivi, godrà della metamorfosi del dialogo e di una creazione a quattro mani, assai feconda. Come, difatti, evocato nella presenza dell’affezionata gazzella di Consani – intenta armoniosamente a sorreggere sul capo una patata germogliante -, il primo piano dello spazio ricreato mira a restituire l’alveolo di immagini, sentimenti e sensazioni legate alla possibilità di abitare l’universo, un mondo, un frammento di spazio, essenzialmente la propria pelle. 

Giovanni Ozzola Dust of Memories – Breathing – Fears and Dreams 2016 campana in ottone per navi incisa a mano e corda diametro 30 cm Courtesy l’artista e Galleria Continua Ph Erika Pellicci

Sondando il perimetro dell’incontro, Giovanni Ozzola ne risponde offrendo alla discussione un bastone fuso in bronzo assieme alla presenza disordinata di chiocciole, che vivono trasportando la propria nomade casetta su quella che, in ambito umano, evocheremmo nella possibilità della più vigorosa spalla intenta a caricarsi del suo fardello (Chiocciole, 2023). Se per l’universo simbolico il bastone richiama tanto l’idea del sostegno, quanto di una guida fedele e resistente nel cammino di vita dello spirito errante, ecco che la presenza della chiocciola sopraggiunge per donarvi l’ambivalenza universale di una tensione, che danza tra la potenza della materia e l’anelito al moto universale e infinito della spirale. 

La gazzella di Michelangelo Consani, appesantita nella resa dei suoi arti inferiori, appare in qualche modo intenta a scrutare l’ambiente, lungo un tempo che parla di momentaneo stallo. Sorreggendo una patata, che con le piccole nuove radici sembra fargli da criniera, la sua presenza per tempo leggiadra si erge nelle fattezze di una sibilla (Sopra i figli dei figli del Sole, 2019). 

Proseguendo il viaggio oltre la stanza, ci si imbatte nel mezzobusto di un uomo (Messaggi Rivoluzionari, 2021), che offre equilibrio alla chiacchiera vivace di due pappagalli, suggellati nella ceramica. La sua presenza altera sembra allora sciogliere la figurata severità nello sguardo gettato lungo l’orizzonte a parete, sperimentato dall’Amarti mi affatica (2025)di Giovanni Ozzola. 

Nel fecondo e continuo richiamo alla possibilità catartica del dubbio e della più ricca, come insostituibile alterità, un possente capo intagliato nel legno di ciliegio annovera la presenza di un Giano bifronte, per l’occasione impersonato dal richiamo a un voluto autoritratto, che sa appellarsi anche a quelle che furono le peripezie esistenziali del giovane Barry Lyndon. Il protagonista del romanzo di Thackeray, come più tardi lo fu per la pellicola cinematografica di Kubrick, è l’archetipo evocante larga parte di quelle che risultano essere le inclinazioni, gli esili pregi e i più grandi vizi e difetti di un tempo eterno e di un carisma insostituibilmente umano (Autoritratto-il giovane Barry Lyndon, 2026). 

Abbracciando un territorio della ricerca, che rivive nella passione per il cinema e un continuo interrogarsi e dubitare delle certezze prepotenti del presente, Michelangelo Consani fa della sua più consueta radice per l’arte la chiave di lettura per comprendere quanta vita e quante riflessioni possano germogliare da quanto e quanti si discostano dalla via tracciata. Presupponendo, forse, che un’idea in itinere dell’abitare lo spazio e il tempo derivi unicamente dalla possibilità di lasciarsi percorrere e, finanche, abbagliare. 

Come ha scritto ancora Bachelard: 

È di estrema evidenza, per uno studio fenomenologico dei valori di intimità dello spazio interiore, il fatto che la casa costituisca un essere privilegiato, a condizione, tuttavia, che essa venga considerata nella sua unità e insieme nella sua complessità […] La casa ci fornirà, a un tempo, immagini disperse e un corpus di immagini: nell’uno e nell’altro caso proveremo che l’immaginazione aumenta i valori della realtà. 

Cover: Michelangelo Consani / Giovanni Ozzola Veduta della mostra Niji hajimete arawaru: Appare il primo arcobaleno, ieedificio57 San Gimignano, 2026 Courtesy gli artisti, Galleria Continua, ieedificio57 San Gimignano, ME Vannucci Pistoia Ph Erika Pellicci

Michelangelo Consani / Giovanni Ozzola Veduta della mostra Niji hajimete arawaru: Appare il primo arcobaleno, ieedificio57 San Gimignano, 2026 Courtesy gli artisti, Galleria Continua, ieedificio57 San Gimignano, ME Vannucci Pistoia Ph Erika Pellicci
Michelangelo Consani Autoritratto – il giovane Barry Lindon 2026 legno di ciliegio, cemento, terracotta, pietra, bronzo 169 x 60 x 40 cm Courtesy l’artista, ieedificio57 San Gimignano, ME Vannucci Pistoia Ph Erika Pellicci