
Afrodita
Ho iniziato Afrodita pensando al cibo come a qualcosa che non sta mai fermo. Entra, esce, si trasforma. Non è mai solo quello che sembra. Forse è per questo che mi attrae e mi mette a disagio allo stesso tempo.
Nella mia famiglia il cibo è sempre stato una lingua. Il sugo di mia madre ha per me qualcosa di unico e inspiegabilmente sexy. Mio padre mi ha insegnato l’altra faccia del cibo: creatività, desiderio, sguardo. Da piccoli facevamo chilometri in macchina solo per provare un ristorante. Io e mio fratello dietro, loro davanti. Convinti che valesse la pena attraversare uno spazio per arrivare a un sapore. Anche il nome di questo progetto viene da uno dei libri preferiti di mio padre, Afrodita di Isabel Allende, che comincia così: “Mi pento delle diete e di tutte le occasioni di fare l’amore che ho lasciato correre.”
Questi scatti sono un tentativo di guardare il cibo non come oggetto, ma come qualcosa che ci attraversa. All’inizio volevo solo osservarlo da vicino, perdermi nelle sue forme. Poi ho capito che non stavo fotografando il cibo, ma quello che il cibo fa a noi. Come diventa sangue, cuore, cervello. Come entra nel corpo e, senza chiedere permesso, si prende uno spazio nei pensieri, nei ricordi, nelle emozioni. Mangiamo per vivere, certo. Ma anche per sentirci qualcuno.
Dirò una frase impopolare: mangiare è un gesto profondamente solitario. Nessuno può farlo al posto tuo. Eppure è anche il rito sociale per eccellenza. A tavola condividiamo molto più di un pasto: origini, educazione, desideri. Il cibo parla di noi più di quanto vorremmo. Sempre. Mangiare è scegliere. E scegliere esclude.
Mentre lavoravo a queste immagini pensavo al gusto e al disgusto. Ci piace credere che siano nostri, autentici. E invece no. Sono pieni di contesto, regole invisibili, abitudini imparate presto. I nostri gusti ci raccontano, ma non sempre ci appartengono.
Intanto il cibo è ovunque. Fotografato. Condiviso. Desiderato. Il food porn lo ha reso bellissimo e muto. Quello che era dono, cura, gesto d’amore, è diventato un’immagine da consumare con gli occhi. Senza sporcarsi le mani.
Con Afrodita ho cercato di fare il contrario. Rendere il cibo instabile. Inquieto. Andare oltre la superficie liscia, oltre la seduzione facile. L’erotismo che mi interessa non rassicura. Disturba. Nasce quando qualcosa ti attrae e ti respinge insieme.
Mangiare non è solo nutrirsi. È aprire il corpo. Lasciarsi attraversare. Accettare una trasformazione.
Afrodita resta aperto. Come un corpo. Come una bocca.
Continuerò a fotografare cibo finché avrò desiderio. Finché qualcosa mi attirerà e mi respingerà insieme.
Cover: Sara Scanderebech, Afrodita, 2024








Ha collaborato Simona Squadrito
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I (never) explain – ideato da Elena Bordignon – è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere loro di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare. Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro, dalla sua origine al processo creativo, alla sua realizzazione.