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Get Rid of Yourself | Intervista con Elena Radice, Dafne Boggeri e Erica van Loon

E’ in corso fino all’8 novembre, alla Fondazione Baruchello, Get Rid of Yourself (Ancora Ancora Ancora), il progetto ideato da Lucrezia Calabrò Visconti, che coinvolge Dafne Boggeri, Teresa Cos, Ambra Pittoni, Elena Radice, Radna Rumping e Erica van Loon. La collettiva si presenta come una mostra sonora che prende forma nel buio. Il progetto indaga […]

E’ in corso fino all’8 novembre, alla Fondazione Baruchello, Get Rid of Yourself (Ancora Ancora Ancora), il progetto ideato da Lucrezia Calabrò Visconti, che coinvolge Dafne Boggeri, Teresa Cos, Ambra Pittoni, Elena Radice, Radna Rumping e Erica van Loon.
La collettiva si presenta come una mostra sonora che prende forma nel buio. Il progetto indaga la produzione di un immaginario in assenza, riflettendo sulle possibilità politiche di abitare l’invisibilità. Disseminate in un percorso sonoro costruito in collaborazione con il collettivo ALMARE, le narrazioni degli artisti invitati agiscono nell’oscurità, tramutandone l’accezione privativa in luogo per la condivisione attiva di pratiche.

Dopo l’intervista con la curatrice Lucrezia Calabrò Visconti, abbiamo posto alcune domande alle artiste. Seguono le risposte di Elena Radice, Dafne Boggeri e Erica van Loon

Dafne Boggeri

Elena Bordignon: La mostra è incentrata sull’assenza e l’oscurità. Per molti versi, il tema della mostra sembra ribadire: vedere meno per vedere meglio. Mi dai un tuo punto di vista sul tema della mostra?

Elena Radice: Non penso che il punto sia l’assenza quanto la presenza nell’oscurità. La mostra è un accompagnamento attraverso dimensioni principalmente sonore affini che si susseguono, fino a illuminarsi con una tenue luce arancione, crepuscolare: il lavoro di Dafne (Boggeri) in coda al percorso, regala un momento di rilascio nell’ascolto conclusivo di nuovi inizi. Si chiede molta fiducia al visitatore che per avere un’esperienza completa deve essere nel momento completamente. Credo che questo sia davvero l’unico modo di vivere questa mostra, restandoci, ascoltandola, attendendone i tempi. Si vede così meno e meglio? Certamente si esperisce meglio stando al gioco, ma quando si visita una mostra non è sempre così? Ci si immerge in uno spazio altro, straordinario, che si guardi, ascolti, canti, che ci si presti a movimenti suggeriti, una mostra non dovrebbe far vedere “troppo per vedere peggio” in nessuna occasione. Da questo punto di vista credo ci sia un grande fraintendimento invece circa il ruolo dell’evento di apertura: quello sì che rischia di essere un momento in cui si è sopraffatti se si cerca anche di concedersi all’esperienza estetica. La stratificazione di azioni dell’opening è completamente diversa: siamo a fine giornata, stanchi, affamati, vogliamo incontrare delle persone ed eventualmente discutere con loro del processo che ha generato il nostro essere lì in quel momento, il che certamente include una parte di fruizione, ma quante volte riusciamo a superare i pochi minuti di attenzione che bastano per incasellare qualcosa in modo analitico? Questo opening è stato una bella sfida da questo punto di vista; non si potevano fare foto perché non c’è luce, non si può parlare se no si distrugge tutto ciò che c’è da “vedere” (o meglio, ciò che si rivela nell’oscurità) per sé e per gli altri. Il vino c’è stato e credo fosse fondamentale avere un momento in cui l’audience, trovatasi in questa situazione inusuale, venisse un po’ rassicurata.

Durante la cena Gianfranco Baruchello ci ha detto (cito a spanne, non me ne si voglia, spero di essere il più fedele possibile alle sue parole) “come artista tu hai un’intuizione che per gli altri non esiste, esiste solo per te, e allora devi convincerli e attraverso l’arte facendo una cosa la rendi vera”. Perché il nostro lavoro sia riuscito, perché il “convincimento” funzioni, bisogna ricevere partecipazione, sia essa tattile, visiva, olfattiva o acustica (che poi è sempre tutte queste cose insieme, con livelli di differentemente complessi a seconda dl focus di ogni specifica occasione). Chi ha un deficit sensoriale ha molto chiara questa unità percettiva delle cose. L’unica cosa che viene chiesta, sempre, a chi ne fruisce, è di avere fiducia e fare un passo in quella esperienza. È l’unico modo, non c’è un meglio o un peggio, un meno o un più. Uno dei miei “money-job” è fare foto di documentazione alle mostre: prima di scattare mi prendo sempre un momento per vedere le mostre senza macchina fotografica, un momento per esperire. Attraverso un obiettivo, e vale anche per quello di uno smartphone, quello che si esperisce, salvo eccezioni precise di fruizione, è altro: non è più o meno importante né deprecabile, solo altro (in alcuni casi, è addirittura più interessante, ma è altro). In questo senso, eliminare questa possibilità di interazione visiva di ordine fotografico con lo spazio espositivo, ci ha agevolate nel chiedere fiducia.


Dafne Boggeri: L’oscurità a suo modo porta alla distrazione suprema, ci sono immagini latenti, che ognuno di noi possiede e che, in occasioni come queste nell’immersione totale, possono emergere liberamente e trovare spazio per riempire il buio, con tutta la prepotenza dell’inconscio e le suggestioni che ogni opera creerà…

Elena Radice

EB: Mi racconti l’opera che esponi? Che attinenza ha con il concetto di “immaginario in assenza”?

ER: Il titolo del mio lavoro in mostra è “Cantilena retorica per un futuro luminoso” e si presenta come il canto di una corale invisibile, in cui le dieci voci umane sono portate nello spazio da cinque altoparlanti disposti in linea. Il metodo di composizione delle melodie arriva dalla musica minimale: la partitura del brano è una lista di quindici frasi musicale con un testo, l’esecuzione a canone libero prevede che ogni corista coinvolto canti quante volte desidera ogni frase, in un arco di tempo a piacimento, nel momento che desidera, sulla base dell’ascolto degli altri coristi, cercando di non sovrapporsi alle altre voci, ma mantenendo il più possibile una polifonia. L’esecuzione dal vivo prevede dunque un forte sbilanciamento del gesto di produzione del suono vocale sul versante dell’ascolto degli altri, che attraverso l’interpretazione si fa compositivo. Quello in mostra è un pezzo di coro che mette in moto questo processo che è simulato nella costruzione delle tracce e nell’accensione dei tre player che viene fatta ogni giorno con una distanza di tempo diversa, cambiando quindi irrimediabilmente gli intrecci di voci di quella giornata, e creando quotidianamente delle versioni uniche. Coloro che accendono i player all’apertura della fondazione, sono i primi coristi che non cantano, ma che intervengono in un atto di composizione. Il pubblico stesso, con la distribuzione del testo del brano accessibile durante la visita, è libero di unirsi alla corale e variare ulteriormente la versione a cui assiste / partecipa con il proprio canto. I testi sono estratti da articoli e testi riportanti l’espressione italiana “futuro luminoso”. Mi sento esponente di una generazione nata in un generico pantano di crisi globale e la sensazione di catastrofe imminente è la nostra quotidianità. Le azioni che, retoricamente, dovrebbero portarci altrove, verso un futuro luminoso, sono sembrate spesso avere come fine ultimo la nostalgia di un passato in cui lo stato delle cose era “pre”: quelli che hanno “fatto gli anni ’70” in Italia sono i miei genitori, sono stati i miei insegnanti, e fino a qualche anno fa (momento in cui in un gesto di totale astrazione ho deciso che mi sarei considerata, nonostante tutto, adulta), gli adulti per eccellenza sono stati loro, gli adulti educanti sono stati loro.

La selezione di testi brevi che vengono ripetuti urlati e sussurrati nel canto è per me una dichiarazione di frizione, il genere di frizione con cui si intavola un discorso interessante. La strada che avete cercato di costruire anche per noi non è venuta bene come sembrava, non è grande abbastanza per tutti, e ci siano dei grandi dubbi su chi possano essere questi “tutti” che vi immaginavate, sicuramente non è come l’avevate desiderata. Come slegarsi definitivamente dal riflesso di questi desideri dal peso delle vostre delusioni? siamo così sicuri di voler ancora aspirare a un “futuro luminoso”? Descrive davvero qualcosa di più di un miraggio positivista eurocentrico quest’espressione e tutte le parole spese sul fare “di più e meglio”?

Nello stare qui ed ora e insieme, cantare allevia fisiologicamente le nostre ansie, ripetere a lungo alcune frasi fino a renderle vere per noi, esacerbando tutto il loro parossismo, ci può turbare, divertire, tranquillizzare, smontando pezzo a pezzo un miraggio per lasciare spazio, spero, a nuovi pensieri presenti.


Dafne Boggeri: ‘Starting the rhythm’ è un lavoro nato da una ricerca non sistematica durata alcuni anni. Si tratta di una selezione di 60 clip audio che documentano il lancio del ritmo di un brano, sia esso ricavato dal ticchettio delle bacchette o dalla voce principale del gruppo. Ne deriva un tappeto sonoro più o meno astratto, in cui il rigore universale del metronomo si combina con le infinite possibilità espressive. Questo preciso rituale, sempre uguale e sempre diverso, spesso escluso dalle registrazioni ufficiali, ricombinato in un loop di 1’,47’’ diventa un codice del margine, che conserva tutta l’energia sonora del ‘lancio’, orientato verso una potenziale pluralità di soluzioni. Il loop si potrebbe paragonare ad un’unità di misura per un baricentro basculante, in continua riconfigurazione, o le dimensioni e il materiali di una cornice vuota (a loro modo fondamentali tanto quanto l’opera).

EB: Immagino che anche tu, come tanta parte di noi, vivrai lunghi momenti sui social media. Penso al mio peregrinare su Instagram. Credo di scoprire aspetti nuovi del vivere, invece mi rendo conto che perdono solo tempo: sbircio nella vita delle celebrità, sguazzo tra sfilate di moda, installation view in giro per importanti musei, gattini & Co., vacanze, viaggi e cucina gourmet. Come hai vissuto il tema di questa mostra, che sembra opporsi e creare attrito con questo tipo di abitudini virtuali, soporifere e sterili?

Elena Radice: Io sono un’entusiasta dell’Internet, ma non passo lunghi momenti sui social media. Ci passo alcuni momenti e molti di quei momenti nel corso degli ultimi undici anni mi hanno cambiato la vita, affermazione così, un po’ nazional-popolare ma vera. Non mi pare affatto che questa mostra sia così disconnessa. Internet – di cui i social media, per come la vedo, sono ancora solo una parte – è molto più post-visivo di prima, il successo dei podcast e dei video di youtube in cui persone assolutamente statiche parlano per venti minuti davanti a una videocamera ne sono la conferma. La questione credo si giochi tutta sulla velocità di fruizione, sul saltare da una cosa all’altra, così semplice e a volte necessario nella ricerca visiva, impossibile nei 100 minuti di questa mostra, a scapito di non esperirla, e con i suoni più in generale, che sono molto più lenti, a scapito di non comprenderli. Non credo che il problema sia che mentre una persona è in uno spazio con me viene assorbita da Instagram, il problema penso sia più che quella persona in quel posto forse non è interessata a starci. Spero semplicemente che le persone vogliano stare in compagnia dei nostri suoni per 100 minuti.

Dafne Boggeri: Non posseggo accounts personali, amministro quelli dei progetti che seguo @sprintmilano e @tomboysdontcry, questo approccio professionale mi permette un uso delle piattaforme abbastanza mirato e funzionale, per cui ‘staccare la rete’ per i 100 minuti circa che serviranno per ascoltare tutta la mostra non sarà un trauma.

Erica van Loon

Interview with Erica van Loon —

Elena Bordignon: The exhibition is based on the concepts of absence and darkness. In a lot of ways, the theme of the show seems to suggest that the less you see the better you get. Would you like to explain to me your point of view about the exhibition?

Erica van Loon: It’s exciting that we’re able to experience the world very differently just by simply shifting our focus. And in a society that tends to focus on images a lot, giving priority to one of the other senses can change how you perceive things. This makes Lucrezia’s concept very refreshing. It’s like eating an orange in the shower.

Elena Bordignon:  Would you like to describe your exhibited work? What kind of connection can it have with the concept of ”imaginary in absence”?

Erica van Loon: I’m very happy to be part of this exhibition; it’s a perfect fit for my work. In ‘Your Brain Has No Smell’ the narrator dissects brains and speaks about that in a very graphic way. I wrote the script for the monologue in such a way that the brain becomes that of the listener instead of an anonymous object. This way you’ll use your own brain to construct a sculptural image of that same brain. During this trip through the landscape inside your head, your senses are both activated and reflected on at the same time.

Elena Bordignon:  I imagine that you – like most of us – spend much time on social networks. I look at my ”wandering” on Instagram. I suppose to discover new things about the world, but I know I’m wasting my time: I “glance” celebrities’ lives and splash around fashion shows, installation views of several Museums, kittens & Co., holidays, journeys and gourmet cuisine. How do you live the theme of this exhibition which appears in contrast with these virtual, sterile and soporific habits? 

Erica van Loon: Social media can be inspiring, if you wander around curious enough, you’ll find new perspectives anywhere! And who knows what mind-blowing ideas pop up when your mind relaxes because you imagine petting that cute kitten?