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Get Rid of Yourself: un’esplorazione emancipatoria dell’invisibilità | Intervista con Lucrezia Calabrò Visconti

La mostra si apre con un aneddoto della storia della musica leggera italiana. Un evento, mi taccerebbero in molti, più che un aneddoto: la ‘sparizione’ di Mina dalla scena pubblica. La grande cantante dal 1978 ha sempre declinato ogni invito ad apparire in pubblico, per rivelarsi solo e unicamente come ‘voce’ (e che voce!). Questo […]

Dafne Boggeri – 149 anni luce dalla terra

La mostra si apre con un aneddoto della storia della musica leggera italiana. Un evento, mi taccerebbero in molti, più che un aneddoto: la ‘sparizione’ di Mina dalla scena pubblica. La grande cantante dal 1978 ha sempre declinato ogni invito ad apparire in pubblico, per rivelarsi solo e unicamente come ‘voce’ (e che voce!). Questo evento ha fatto e fa ancora riflettere. Parte proprio da questa ‘sparizione’ la mostra ospitata alla Fondazione Baruchello  Get Rid of Yourself (Ancora Ancora Ancora), visitabile – ma sarebbe più opportuno dire, ascoltabile – fino all’8 novembre 2018.
Il progetto, ideato da Lucrezia Calabrò Visconti, esplora la produzione di un immaginario in assenza, riflettendo sulle possibilità politiche di abitare l’invisibilità. Installate in un percorso sonoro costruito in collaborazione con il collettivo ALMARE, le narrazioni degli artisti invitati agiscono nell’oscurità, tramutandone l’accezione privativa in luogo per la condivisione attiva di pratiche. Partecipano a questa ‘sfida’ alla visibilità Dafne Boggeri, Teresa Cos, Ambra Pittoni, Elena Radice, Radna Rumping e Erica van Loon.

Per capire questa mostra sonora collettiva che prende forma nel buio, abbiamo posto una serie di domande alla curatrice. Nei prossimi giorni, invece, pubblichiamo le risposte delle artiste ad alcune sollecitazioni.

Elena Bordignon: In tempi di osannata e celebrata visibilità, hai scelto per questa mostra un tema ambiguo e aperto a molte interpretazioni: l’assenza, la sottrazione, la rinuncia del mostrarsi, esibirsi, e alla fine, ostentarsi. Perché questa scelta?

Lucrezia Calabrò Visconti:La mostra intende la frase “get rid of yourself” come una sorta di piattaforma speculativa di soccorso per chiunque senta l’impellente urgenza di “sbarazzarsi di se stesso”. È infatti la terza volta che la frase viene utilizzata come titolo, dopo il cine-tract di Bernadette Corporation Get Rid of Yourself (2001-2003) e l’audio-essay di Radna Rumping Get Rid of Yourself, Again (Extended Version), del 2017 – presentato in mostra. Le premesse storiche a cui guardavo durante l’ideazione del progetto includono narrazioni legate alla scelta di rinunciare alla visibilità, che non significa necessariamente rinunciare alla presenza: anzi, mi interessavano proprio storie che mettessero in crisi la corrispondenza tra le due nozioni. Ad esempio, la decisione di Mina nell’estate del 1978 di ritirarsi dalle scene per sempre per diventare solo voce, avvenuta all’inizio del riflusso, ovvero il periodo storico-politico segnato dal “ritorno al privato” dopo la stagione di rivolte del Settantasette in Italia; oppure le strategie eversive dei black bloc a Genova durante il G8, interpretate da Bernadette Corporation come la creazione, attraverso l’invisibilità, di uno spazio politico collettivo in risposta all’insofferenza verso le forme di militanza tradizionali.
Queste storie, trascinate nella contemporaneità, vent’anni dopo ancora, si scontrano con la difficoltà di immaginare l’invisibilità come effettivo metodo di sabotaggio o sciopero nell’epoca dell’economia della presenza, della proliferazione incontrollata di informazioni visive e non, e delle tecniche di governo sempre più ubique, impalpabili e perciò sempre meno visibili. A partire da queste premesse, la mostra cerca di aprire uno spazio di esplorazione emancipatoria dell’invisibilità, in cui il “buio” non va visto in senso puramente simbolico, ma anzi in una prospettiva estremamente pratica, esperienziale, e di condivisione di attività collettive attraverso l’ascolto. Le opere in mostra infatti costruiscono narrazioni che eludono e superano le determinazioni storico-politiche che hanno ispirato il progetto, innescando processi di disidentificazione e di attenzione reciproca che rimescolano le nozioni di coscienza individuale e di corpo collettivo, di soggettività storica e tempo lineare, portando a domandarsi quanti gradi diversi possono esistere tra la presenza e l’assenza.

EB: Get Rid of Yourself (Ancora Ancora Ancora) si sviluppa negli spazi della Fondazione Baruchello, che hai deciso di tenere vuoti e bui, per costruirvi un percorso sonoro. Parlami di questo formato.

LCV: L’utilizzo dello spazio vuoto riprende, problematizzandola, l’eredità della critica istituzionale degli anni Sessanta/Settanta: per la critica istituzionale il conflitto tra visivo e visibile si articolava nel rigetto della nozione modernista di visualità in virtù della visibilità delle strutture che stavano dietro alla mostra (il ruolo degli sponsor, le implicazioni economiche dell’istituzione nel contesto politico e ideologico dominante ecc). Oggi tali strategie sono state sussunte dalle istituzioni stesse e ci appaiono obsolete nei loro formati tradizionali – anche se qualche elemento di critica istituzionale “storica” resta in Get Rid of Yourself (Ancora Ancora Ancora) nella scelta di attuare strategie che minimizzino l’investimento nei costi materiali (oggetti materiali = trasporti e assicurazione) in virtù di un investimento nella produzione, di un compenso (almeno simbolico!) per gli artisti e nella costruzione di un momento collettivo di condivisione del progetto a Roma. I formati della critica istituzionale ci sono serviti più che altro come piattaforma di partenza per costruire uno spazio nuovo che si innestasse sul paesaggio sonoro di Fondazione Baruchello per abitarlo, trasformarlo e poi condividerlo con il pubblico. In questo processo è stato fondamentale per me coinvolgere nel progetto ALMARE, collettivo che si dedica specificamente ai linguaggi contemporanei che utilizzano il suono come mezzo espressivo, nell’ottica di avere degli interlocutori con una competenza tecnica e una sensibilità specifica sul suono con i quali articolare pensieri, prassi e strumenti. L’invito a collaborare va anche verso la disaffezione da quello che spesso vediamo come un principio curatoriale autoriale e monolitico, per mettere in discussione dove inizi ma soprattutto dove finisca la curatela di un progetto. Con ALMARE abbiamo provato a rispondere adottando un principio operativo sperimentale e dialogico, che ha indirizzato il percorso sonoro verso un ibrido tra una mostra e una lunga sessione di ascolto, debitrice delle esperienze di arte acusmatica, e allo stesso tempo refrattaria all’estetica hi-tech dello speaker solitamente impiegata nell’esposizione della sound art. Chi decide di visitare la mostra scoprirà che a livello spaziale e acustico ci sono molti modi diversi in cui uno spazio può essere vuoto e che l’assenza di illuminazione non necessariamente coincide con il buio.

Foto di backstage di Enrico Boccioletti

EB: “E’ una mostra sonora collettiva che prende forma nel buio” fa pensare al bisogno o necessità da parte del visitatore, di sollecitare il proprio immaginario. Luce, forma, chiarezza – anche e soprattutto metaforica – lasciano il posto a suoni, rumori, sussurri, diafane presenze. Con quali premesse hai selezionato le sei artiste in mostra?

LCV: Il coinvolgimento di ogni artista ha avuto una genealogia diversa, anche perché quattro delle sei opere in mostra sono (o sono diventate nel dialogo con le artiste) delle nuove produzioni. Ad esempio, ero interessata alla ricerca di Ambra Pittoni sul concetto di “acefalità”, l’idea di ispirazione bataillana che ci si possa allenare a pensare senza un cervello, rifiutando la tradizionale razionalità gerarchica del pensiero occidentale in favore di pratiche che si avvicinino piuttosto alla modalità di pensiero dei cefalopodi, che hanno un grande cervello disseminato su tutto il corpo. Questa ricerca è confluita in una “finzione somatica”, un testo in cui Pittoni si rivolge direttamente all’ascoltatore guidandolo nella costruzione un nuovo tipo di corpo attraverso una serie di esercizi e posture da svolgere in scenari raccontati in modo estremamente vivido. È il primo lavoro che accogliere i visitatori, l’unico che si rivolge a loro in prima persona e che in qualche modo setta il tipo di attenzione e postura che auspicabilmente poi chi ascolta porterà con sé nel corso della visita. Seguendo il percorso di mostra si incontra l’installazione di Elena Radice, di cui avevo sentito altre sperimentazioni con il “canone libero”, una tecnica compositiva per esecuzioni corali con pochissime regole fisse, in cui l’attenzione del singolo esecutore è necessariamente sempre sbilanciata verso l’ascolto delle altre voci. C’è uno spazio della Fondazione che a livello spaziale e acustico potrebbe ricordare la navata di una piccola chiesa, e fin dall’inizio mi sono immaginata un coro di Radice echeggiare in quello spazio, una scenografia laica che permettesse di sprigionare la stessa forza sonora e emotiva di un coro religioso. I testi delle composizioni di Radice sono dei distillati del momento storico in cui vengono composti, pensati come strumenti collettivi per esorcizzare le ansie della contemporaneità attraverso la pratica del canto. Radice ha composto un nuovo canone a dieci voci per Get Rid of Yourself (Ancora Ancora Ancora), il cui testo affronta con ironia e consapevolezza il rapporto tra oscurità e luminosità nel contesto socio-politico contemporaneo. Ho già accennato all’importanza di Get Rid of Yourself, Again di Radna Rumping, che è stato il punto di partenza ideale di tutto il progetto, in cui cinque diversi narratori (quattro voci e un testo visualizzato a monitor) scandiscono storie di negoziazione tra la costruzione di un’identità socialmente condivisa e la perdita della propria soggettività individuale. Posizionato esattamente al centro architettonico e simbolico del percorso di mostra si incontra poi Your Brain Has No Smell di Erica van Loon: è l’unico lavoro che abbiamo deciso di esporre in cuffia, per favorire l’identificazione del cervello che viene dissezionato nel lavoro audio con il cervello dell’ascoltatore, che si può sdraiare in tre postazioni differenti durante l’ascolto. La stanza successiva, utilizzata in passato come sala proiezioni da Fondazione Baruchello, è dedicata a Teresa Cos. Cos raccoglie da anni le improvvisazioni sonore che esegue nel suo studio e che poi entrano a far parte delle colonne sonore dei suoi film. In una studio visit, aveva raccontato il desiderio di far diventare il suo Archive of Loops un progetto autonomo in futuro, così l’ho invitata a farlo in occasione della mostra. Con la collaborazione di ALMARE, Cos ha sviluppato un meccanismo che riproduce, potenzialmente in eterno, frammenti di 31 secondi selezionati dal suo archivio secondo un algoritmo (pseudo)casuale. Il risultato è un’installazione in cui i frammenti risuonano nello spazio mentre viene proiettata su uno schermo dallo sfondo blu la data di esecuzione originale. Si crea un’esperienza estremamente intima (nell’illusione di sentirsi presenti, per pochi istanti, allo specifico momento in cui la traccia è stata registrata) e allo stesso tempo un forte scarto concettuale: permettendoci di eludere temporaneamente la linearità del tempo, il lavoro ci mette di fronte ai limiti della coscienza e delle convenzioni umane. L’installazione di Dafne Boggeri in mostra è in qualche modo una sorella dell’immagine che abbiamo usato come immagine della comunicazione: se i tre soli che tramontano in 149 anni luce dalle Terra sono l’ultima immagine che il visitatore vede prima di immergersi nel buio della mostra, Starting the rhythm è una camera di decompressione illuminata solo da una fioca luce arancione, che anticipa l’uscita del visitatore verso il mondo esterno.

Foto di backstage di Enrico Boccioletti

EB: Le ricerche portate avanti dalle artiste – perché tutte donne? – sono molto eterogenee. C’è un nesso, delle corrispondenze, delle affinità tra di loro e le rispettive opere esposte?

LCV: È vero, le ricerche delle artiste in mostra sono molto eterogenee. Tra l’altro, nessuna di loro lavora primariamente col suono, che però attraversa le loro pratiche secondo approcci, tempi e modalità differenti. Non penso che le loro pratiche siano catalogabili sotto un ombrello comune, e tuttavia penso che i lavori che abitano le stanze della mostra si parlino tra di loro in molti modi, che forse emergeranno nelle descrizioni fatte dalle artiste di ogni specifico progetto esposto. Nel momento in cui ho immaginato il progetto è stato molto naturale pensare a un percorso che toccasse queste ricerche diverse, offrendo a ciascuna uno spazio sonoro autonomo, ma articolandole in una narrazione condivisa: il fatto che siano sei donne è stato un fattore che ho realizzato solo alla fine. Sicuramente non voleva essere una dichiarazione d’intenti, anche perché penso che le mostre dichiaratamente “di sole donne” siano spesso controproducenti, ancora più auto-ghettizzanti in una definizione di genere totalmente vuota. Quando mi sono resa conto che correvo questo rischio mi sono immaginata per un attimo un universo distopico in cui fosse necessario aggiungere una “quota azzurra” così da non venire fraintesa nelle mie intenzioni curatoriali. Di fronte a questa possibilità completamente idiota sono stata ancora più sicura della mia scelta di fare un atto di fiducia nell’intelligenza di un sistema in cui spero presto saremo in grado di non doverci più porre più questa domanda neanche per gioco.

Foto di backstage di Enrico Boccioletti