
Testo di Alessandra Stella Costa —
Sono undici gli artisti selezionati per Frieze Scupture 2026 con perfetta parità di genere: cinque uomini e cinque donne, più un duo misto.
Per la maggior parte incarnano il tema di quest’anno – ibridazione – innanzitutto nella loro biografia. È portoricano Angel Otero, ma vive e lavora a New York come la serba Ivana Bašiç. Australiano di origini cingalesi è Ramesh Mario Nithiyendran; Argentino-britannica è Carolina Aguirre. È nata in Tagikistan ma vive da anni a Milano Elena Nemkova. Turco-tedesca la coppia Günyol+Kunt, con studio a Francoforte. Fanno eccezione l’indiana Tarini Sethi, attiva tra Delhi e Mumbay e il ceco Matyáš Chochola a Praga.
Soltanto tre gli scultori britannici: Douglas White, Catriona Robertson e Conrad Shawcross, over 40 e con carriere ben avviate. Una situazione molto diversa dai neodiplomati senza occasioni di visibilità cui puntavano negli anni ’70 a Londra le iniziative per presentare scultura contemporanea all’aperto.
Una data importante in questa vicenda è il 1977, quando Bryan Kneale, primo scultore astratto accolto nella Royal Academy of Arts, scrive una lettera aperta al ministro dell’ambiente e del paesaggio pubblicata sul Sunday Times. Dopo l’elezione nella più prestigiosa istituzione britannica per la formazione artistica, Kneale era diventato docente e direttore del dipartimento di scultura e si era reso conto di un paradosso: l’Academy sfornava scultori che non avevano nessuna opportunità di farsi conoscere. Un problema che veniva da lontano: “Quante sculture ci sono alla National Gallery?” incalzava polemico Kneale nella lettera. Ieri come oggi: nessuna. La richiesta era quindi di aprire ai giovani diplomati i parchi e i giardini della città, spazi pubblici frequentati da tutti e che già dagli anni ‘40 ospitavano esposizioni temporanee, ma non di scultura.
La svolta era nell’aria. Nello stesso 1977 s’inaugurava a Wakefield lo Yorkshire Sculpture Park, a tutt’oggi il più grande parco di sculture all’aperto in Europa.



L’esposizione a Regent’s Park risale a una ventina di anni fa. Frieze Sculpture, così ribattezzata dal 2012 (visitabile gratuitamente fino al 1 novembre), negli anni ha cambiato fisionomia, aprendosi sempre di più ad artisti internazionali e al contributo finanziario fondamentale delle gallerie private.
Il tema di quest’anno, ha spiegato la curatrice Fatoş Üstek, s’ispira al parco come luogo di contatto tra spazio urbano e spazio verde, tra naturale e artificiale. “Ibridazione”, piuttosto che “dialogo” (secondo la formula inflazionata dei concept curatoriali), perché più aderente al duplice contesto.
Alla categoria più inquietante di ibridazione si iscrivono senz’altro l’apocalittica Black Palm di Douglas White, fatta di copertoni bruciati recuperati in discarica, ma anche Dreams and Salt di Angel Otero con i suoi misteriosi scalini scavati nelle viscere del parco. A un’ibridazione in qualche modo virtuosa allude all’opposto Gigantic Pile di Catriona Robertson costruita a partire da cartone riciclato.
C’è ibridazione come violenza della Storia in Metanoia di Ivana Bašić e in Agony in the Garden di Elena Nemkova; di materiali in Held di Carolina Aguirre; di forme in Matyáš Chochola (Meteor, Brutalist, Mace II); ibridazione come porosità alla luce per Conrad Shawcross in Eye of the Needle (Time Pebble E3013) e al paesaggio (The Sun Bathes Its Friends and Neighbours di Tarini Sethi). Evoca un’ibridazione totemica e ancestrale Warrior Figure di Ramesh Mario Nithiyendran.
Poteva mancare l’ibridazione con i social media? La declinano con ironia asciutta Özlem Günyol + Mustafa Kunt in un trittico dal titolo eloquente: Possibilities for a Scuplture. Anziché scattare davanti o attorno all’opera l’ennesima foto da instagrammare, il pubblico è invitato a posizionarsi direttamente su basamenti sepolti nel terreno e a mettersi in posa secondo le istruzioni scolpite nel marmo dai due artisti.
Cover: Douglas White, Black Palm, 2026. Courtesy Leila Heller Gallery. Photo Linda Nylind





