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Frammenti di durata | Maria Chiara Valacchi sull’opera di Ludovica Carbotta e Jacopo Benassi

La villa che ospita PALAZZOIRREALE condensa una particolare idea di tempo: "porta con sé una storia, delle memorie, delle trasformazioni che continuano a modificarla. Le opere di Carbotta e Benassi ci permettono di guardare a questo tempo da due prospettive differenti." Intervista con Maria Chiara Valacchi

PALAZZOIRREALE – centro di arte contemporanea promosso a Canelli da Fondazione Bosca, ospita fino al 25 ottobre 2026, Frammenti di durata, progetto espositivo di Ludovica Carbotta (Torino, 1982) e Jacopo Benassi (La Spezia, 1970), a cura di Maria Chiara Valacchi. 
Approfondendo l’idea che un’opera sia un processo aperto, capace di trasformarsi nel tempo, i due artisti hanno sviluppato tra gli interni e gli esterni dell’antica villa liberty, in via Bosca a Canell degli interventi site-specific, scultorei e performativi. 
«Esiste un tempo che può essere misurato e uno che sfugge a ogni tentativo di controllo o quantificazione: un tempo sotterraneo, che agisce al di sotto della soglia del visibile e modifica lentamente le cose. Da questa riflessione nasce Frammenti di durata, una mostra che indaga il tempo come una dimensione capace di attraversare la materia, gli spazi e le memorie che li abitano», afferma la curatrice Maria Chiara Valacchi.
Abbiamo chiesto alla curatrice di raccontarci la genesi delle opere in mostra, le analogie tra gli artisti (o le divergenze), da quali idee sono partiti per le opere che hanno sviluppato per PALAZZOIRREALE e, non ultima, l’idea di ‘tempo’ che serpeggia in tutte le opere.  

Elena Bordignon: Per la mostra Frammenti di durata, hai messo in relazione due artisti molto lontani per ricerca e sensibilità. Mi racconti cosa li accomuna o, per analogia, li avvicina in questo progetto?

Maria Chiara Valacchi: Quella di individuare Ludovica Carbotta e Jacopo Benassi è stata una scelta molto precisa. Con PALAZZOIRREALE volevamo proseguire la programmazione di alto livello che ha caratterizzato le due manifestazioni precedenti, collaborando con due artisti visivi riconosciuti nel panorama internazionale e, allo stesso tempo, rappresentativi della creatività contemporanea del nostro Paese. A un primo sguardo possono apparire molto diversi per ricerca, linguaggio e sensibilità, ma entrambi lavorano su un terreno concettuale aperto, nel quale l’opera non è mai completamente separata dal contesto in cui si inserisce. È questa capacità di mettere in discussione il presente, spostandone la percezione e aprendolo a nuove interpretazioni, che li avvicina. Ludovica Carbotta è stata scelta per il suo modo di osservare le architetture e i luoghi, partendo anche da minimi scarti visivi e concettuali per interrogarsi sullo spazio e come lo si vive. Per PALAZZOIRREALE il suo sguardo si è confrontato con la storia della villa, con il suo legame profondo con la vigna e con la memoria della famiglia Bosca, che ancora oggi ne mantiene vivo il nome e l’identità. Benassi, invece, porta una dimensione più fisica, spontanea e irripetibile. Attraverso la performance introduce un’esperienza che accade nel presente e che non può essere separata dal momento in cui viene vissuta. È anche attraverso il suo intervento che emerge una delle intenzioni di PALAZZOIRREALE ovvero quella di non essere semplicemente una collezione o uno spazio di conservazione dell’arte contemporanea, ma una realtà trasversale, capace di accogliere e generare esperienze.

© Ludovica Carbotta, Die Telamonen, PALAZZOIRREALE, ph © Francesca Cirilli, 2026, image courtesy Fondazione Bosca ETS
© Ludovica Carbotta, Die Telamonen, PALAZZOIRREALE, ph © Francesca Cirilli, 2026, image courtesy Fondazione Bosca ETS

EB:  Sia Ludovica Carbotta che Jacopo Benassi dialogano con lo spazio della villa Liberty a Canelli. Nello specifico, cosa attivano gli artisti con i loro interventi site-specific?

MCV: Credo che entrambi, in modi molto diversi, abbiano trasformato la villa da semplice contenitore in una parte integrante dell’opera. Non volevamo portare all’interno di PALAZZOIRREALE delle opere semplicemente da esporre, ma costruire degli interventi capaci di instaurare una relazione con gli spazi, con la loro storia e con le persone che li attraversano. Carbotta ha lavorato direttamente sulla struttura del luogo, osservandone l’architettura e il rapporto con il paesaggio. Le sue sculture sembrano quasi appartenere alla villa da sempre, ma allo stesso tempo introducono qualcosa di inatteso, una presenza che ne modifica la percezione. Benassi lavora invece sul carattere temporale dello spazio. Con Rivoluzione (musica analfabeta) la villa diventa la cassa di risonanza del suono e palco per accogliere i suoi movimenti. È un’attivazione completamente diversa, si produce una situazione che esiste nel momento in cui accade e che coinvolge simultaneamente il pubblico. In entrambi i casi, quindi, villa Bosca non è uno sfondo è parte dell’opera, acquista una nuova storia.

EB: Tutta la mostra è imperniata su un’idea particolare di “tempo”. Mi racconti come è nato il titolo Frammenti di durata e l’idea di tempo che hai sviluppato con questa mostra?

MCV: Il titolo nasce dalla volontà di riflettere su un tempo che non è soltanto quello che possiamo misurare attraverso un orologio o un calendario. Un tempo più profondo, spesso invisibile, che agisce lentamente sulla materia, sui luoghi e sulle persone lasciandone tracce. Frammenti di durata nasce proprio dalla necessità di descrivere la durata non come qualcosa di lineare e uniforme, ma come una successione di momenti, trasformazioni e stratificazioni. La villa stessa è un frammento di durata; porta con sé una storia, delle memorie, delle trasformazioni che continuano a modificarla. Le opere di Carbotta e Benassi ci permettono di guardare a questo tempo da due prospettive differenti. La vite che cresce e modifica lentamente l’opera di Carbotta rappresenta un tempo organico, naturale. La performance di Benassi, al contrario, lavora su un tempo breve, irripetibile, che esiste soltanto nell’istante in cui accade. Sono due durate apparentemente opposte, ma entrambe ci ricordano che l’opera non è necessariamente qualcosa di fermo e concluso ma è atto processuale.

© Jacopo Benassi, Rivoluzione Musica analfabeta, 2026, ph©Roberto Pinetti, , Courtesy Fondazione Bosca ETS
© Jacopo Benassi, Rivoluzione Musica analfabeta, 2026, ph©Roberto Pinetti, , Courtesy Fondazione Bosca ETS

EB: C’è un’opera della Carbotta che si insinua in modo permanente nello spazio esterno della villa. Mi racconti l’opera Telamon (2020–2026)?

MCV: Fausto Telamon è forse l’opera che più chiaramente rende visibile il rapporto tra l’arte, il luogo e il tempo. Fa parte di Die Telamonen, un nucleo di tre sculture che Carbotta ha introdotto per instaurare relazioni differenti con gli ambienti della villa. Il riferimento è alla figura mitologica del Telamone, tradizionalmente concepito come elemento antropomorfo destinato a sostenere un’architettura. Carbotta ne recupera la funzione di sostegno ma la muta, il Telamone non è più una figura immobile e austera, ma diventa una presenza capace di creare una relazione con la sua natura. Si inserisce nell’antico pergolato della villa e ne diventa una sorta di nuovo sostegno. La scultura accoglie una vite appositamente piantata per l’occasione, e questo è un aspetto per noi molto importante. L’opera non è conclusa nel momento in cui viene installata ma continuerà a cambiare attraverso la crescita della pianta, un tempo e un modo al di fuori del controllo umano. Il Telamone diventa così una figura di connessione, sostiene la vite, ma allo stesso tempo viene trasformato da essa. È una relazione reciproca, un organismo in divenire.

EB: Benassi per molti versi fa “risuonare” gli spazi del PALAZZOIRREALE. Parlando con l’artista, a cosa si è ispirato per la sua performance?

MCV: Con Jacopo abbiamo ragionato sulla possibilità di lavorare sul carattere intimo ed atmosferico della villa. La sua ricerca parte da linguaggi diversi ed è proprio questa contaminazione che ci ha illuminate. Rivoluzione (musica analfabeta) nasce come un’azione libera, nella quale il suono diventa materia e il corpo dell’artista diventa uno strumento per far riverberare questo posto. Benassi utilizza il flicorno e altri strumenti a fiato, intervenendo con distorsioni e filtri elettronici. Il risultato non è una composizione musicale tradizionale, ma un tappeto sonoro potente in grado di travolgere il pubblico. Mi interessava molto questa idea di non avere un risultato completamente predeterminato. Durante la performance tutto cambia. Tutto viene continuamente prodotto e trasformato. In questo senso, la performance di Benassi è forse la forma più immediata di quella “durata” a cui fa riferimento il titolo della mostra. Esiste nel tempo, attraversa il tempo, e termina lasciando però una traccia nella memoria di chi l’ha vissuta.

© Jacopo Benassi, Rivoluzione Musica analfabeta, 2026, ph©Roberto Pinetti, , Courtesy Fondazione Bosca ETS
© Jacopo Benassi, Rivoluzione Musica analfabeta, 2026, ph©Roberto Pinetti, , Courtesy Fondazione Bosca ETS
© Jacopo Benassi, Rivoluzione Musica analfabeta, 2026, ph©Roberto Pinetti, , Courtesy Fondazione Bosca ETS