A cent’anni esatti dalla sua nascita, Azuma. 100 per 100 Kokoro – negli spazi della Fondazione Calderara di Vacciago fino al 4 ottobre 2026, curata dal figlio Ambrogio, Paola Bacuzzi ed Eraldo Misserini – restituisce il ritratto dello scultore giapponese naturalizzato italiano Kengiro Azuma e la sua profonda affinità con il pittore italiano Antonio Calderara.
Kengiro Azuma, nato nel 1926 a Yamagata (Nord del Giappone) si arruolò come kamikaze per la Marina Imperiale nella Seconda guerra mondiale, vivendo il crollo della sua Nazione, dell’ideologia militarista, le devastazioni della guerra e la caduta del sacro principio della divinità dell’Imperatore. Da sopravvissuto, si convinse a ricominciare una nuova fase della sua vita, scegliendo l’arte come linguaggio più autentico per avvicinarsi a Dio.
Trasferitosi in Italia, si iscrive nel 1956 all’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano. Qui inizia a familiarizzare con la cultura, stringe rapporti con tanti maestri e diventa assistente di Marino Marini. Da Galleria Minima espose la sua prima personale nel 1961. La sua arte è sempre riuscita a far incontrare due culture di pensiero molto lontane: quella giapponese e l’italiana. Innamorato del Bel Paese, donerà nel 2015 la scultura La vita infinita, che tuttora si trova nel piazzale del Cimitero Monumentale di Milano.
In un contesto così stimolante conobbe il pittore Antonio Calderara, che era solito passare dei periodi nella capitale lombarda per assistere ai dibattiti più stimolanti.
Entrambi parteciparono alla creazione del Gruppo Punto nell’agosto del 1961. Il manifesto del Gruppo si ispirava al pensiero di Lucio Fontana, che stava modificando il modo di concepire lo spazio. Il suo taglio non si limitava ad aprire la tela, metteva in discussione l’idea stessa di superficie come varco verso l’invisibile.


Azuma comprende subito la portata di quella rivoluzione, interpretandola con una sensibilità profondamente giapponese. L’aspetto centrale della sua poetica è il rapporto tra Mu e Yu, negativo e positivo, pieno e vuoto, quest’ultimo percepito nella cultura occidentale come una mancanza da colmare il prima possibile. Un ostacolo all’azione, alle parole.
Nella tradizione Zen orientale è, invece, la condizione necessaria perché qualcosa possa realmente nascere. La vita stessa. Una filosofia che viene concretizzata attraverso la materia: bronzi, gessi, superfici levigate sono custodi di un equilibrio costante tra peso e leggerezza. Ogni apertura o fenditura diventa una dimensione abitabile nella propria mente. La sua fessura riflette il momento in cui l’osservatore abbandona la sicurezza dello sguardo per affidarsi all’inconscio. Una rappresentazione del silenzio, una soglia che appartiene alla coscienza.
Allo stesso modo fece Calderara con il bianco, ricorrente in molte sue opere, dando il coraggio all’anima di esprimersi. Dopo i lutti che segnarono la sua vita, prima del padre, poi della figlia, la pittura divenne una forma di dialogo senza voce con l’assenza. La presenza del colore chiaro gli permise di lasciare spazio all’essenziale, rendendo la luce il centro del suo tutto. Calderara parlava del “grande mistero della pittura”, al quale egli era convinto avrebbe ottenuto risposta pazientando e con dedizione.

All’interno della Fondazione che fu la casa di Antonio e sua moglie Carmela, costituita nel 1979 all’interno di un palazzo seicentesco a Vacciago di Ameno, la mostra Azuma. 100 per 100 Kokoro consegna una lezione preziosa: l’amicizia tra Azuma e Calderara ricorda che le opere riescono a interagire solo se gli esseri umani le rendono vive. Pur appartenendo a una tradizione completamente diversa, il pittore italiano condivide con lo scultore una convinzione fondamentale: l’arte non serve ad aggiungere rumore al mondo, ma a renderlo più essenziale. Le sue geometrie, quella ricerca ostinata dell’equilibrio, non sono distanti dalla concezione zen del vuoto. Credono unicamente che la sottrazione può essere una forma di conoscenza.
Due sguardi che hanno saputo riconoscersi nella stessa visione dell’esistenza. Dalla riedizione di Luce a Vacciago realizzata per il cortile, ai dipinti su tavola con materiali poveri di recupero, alle poesie dedicate ad Antonio, offrono una panoramica sulla figura di Kengiro Azuma: un uomo innamorato della parola, della natura e del colore, che si divertì a esprimere la sua fantasia, a meditare, ad ascoltare il suo cuore.
La volontà di Ambrogio Azuma di ricordare il padre e, soprattutto, di rappresentare il vero significato dell’amicizia sono le fondamenta su cui si è sviluppato il progetto. Casa Calderara accoglie tutti nella sua collezione di 327 opere di pittura e scultura, accuratamente selezionati dal maestro lombardo per unicità e reciproca stima.
Il Kokoro, la parte più autentica dell’essere in giapponese, è stato lo spirito guida per raccontare un legame tra due amici, prima ancora che artisti. Kengiro Azuma e Antonio Calderara ci insegnano a rivalutare il vuoto come spazio di consapevolezza, necessario per ritrovare il peso del silenzio e di noi stessi.

